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SI E' PASSATA LA MISURA
La costituzionalizzazione del vincolo
al pareggio di bilancio e la fissazione di un limite costituzionale
alla spesa pubblica
Lettera appello di un gruppo di professori universitari
La gravità della situazione è ben nota e sono ben note le
sollecitazioni
provenienti dall’Europa per il risanamento della finanza pubblica.
In questo contesto si
assiste al moltiplicarsi delle iniziative legislative, più o meno
tecnicamente attrezzate e
praticabili, volte a porvi rimedio. L’obbiettivo di rassicurare in
questo modo i mercati
può essere di per sé condivisibile, anche se rimane qualche
perplessità circa l’efficacia
delle soluzioni normative prospettate.
Gravi dubbi, più che perplessità, suscita l’idea di utilizzare
addirittura la Carta
costituzionale, non solo per affermare un principio sacrosanto quale
è quello della
“equità intergenerazionale”, ma anche per l’introduzione di regole
che, a parte ogni altra
considerazione, sono intrinsecamente legate a situazioni storiche
comunque contingenti,
da superare, e che quindi non debbono avere quel carattere di
stabilità che è l’elemento
fondante di ogni norma costituzionale.
Ma non può che causare un netto dissenso un punto che riguarda il
merito di
queste proposte. Non si tratta della previsione di limitazioni
all’indebitamento, che in
effetti potrebbe rispondere alle esigenze del momento; neppure si
tratta del vincolo al
pareggio dei bilanci pubblici, che come misura congiunturale
potrebbe risultare utile
anche se, nel caso dell’Italia, di difficile attuazione per
l’ingente ammontare del debito
pubblico complessivo che annualmente deve essere rimborsato, anche
per l’elevato
importo della spesa per interessi.
Si tratta della previsione di un limite all’entità della spesa
pubblica, che
addirittura si vorrebbe inserire nella Costituzione: il riferimento
è alla proposta di legge
costituzionale presentata al Senato il 2 agosto scorso, che all’art.
2 fissa il limite del
45% del PIL alle spese totali (dunque di qualsiasi genere) delle
amministrazioni
pubbliche. E’ pur vero che la proposta in questione prevede la
possibilità di derogare al
divieto, in via di eccezione, con legge da approvare con la
maggioranza di due terzi:
questa possibilità di deroga appare soltanto di facciata, basti
pensare che una
maggioranza del genere corrisponde a quella richiesta per sottrarre
a referendum le
modifiche alla Costituzione.
Un’ipotesi del genere nulla ha a che vedere con i problemi del
debito pubblico e
della sua sostenibilità, ma intende limitare la spesa in quanto tale
e, in tal modo,
impedire anche le spese indispensabili per lo sviluppo economico e
sociale del Paese
che potrebbero ben essere finanziate con un aumento della pressione
fiscale e con una
adeguata attuazione del principio di progressività del prelievo.
A ben vedere una norma siffatta entra in insanabile contrasto con
tutta la prima
parte della Costituzione, ed in particolare con l’art. 2 (il dovere
di solidarietà) e con l’art
3 (l’eguaglianza sostanziale). Per non parlare degli articoli che
fissano obiettivi di
crescita civile della Repubblica: lo sviluppo della cultura e della
ricerca scientifica e la
tutela del paesaggio e del patrimonio culturale (art. 9); la
famiglia (art 31), la salute (art.
32), l’istruzione (artt. 33 e 34), il lavoro (artt. 35-37),
l’assistenza sociale (art. 38). La
nostra Costituzione non adotta un modello sociale determinato,
proprio perché vuole
che esso sia il risultato della dialettica tra opzioni politiche
diverse, nel rispetto di
alcuni valori inviolabili di solidarietà e di eguaglianza.
Naturalmente questi valori possono essere sentiti con intensità
diverse e possono
essere coniugati in modi differenti, ma l’introduzione del principio
del limite di spesa
renderebbe problematica la stessa proposizione di politiche di
progresso e di solidarietà.
A tanto non erano arrivati neanche gli antesignani del liberismo
antistatuale alla
Thatcher o alla Reagan e, a maggior ragione, a tanto non sono giunte
né le modifiche
apportate alla Costituzione tedesca nel 2009 o alla Costituzione
spagnola in questi
giorni né quelle in corso di approvazione alla Costituzione
francese.
Una versione come quella desumibile dalla citata proposta di legge
parrebbe più
coerente con il programma di partiti conservatori che non di
formazioni liberali e
progressiste. E ciò per il semplice motivo che la spesa pubblica,
come il prelievo fiscale,
è fattore di redistribuzione sociale ed ineliminabile condizione per
assicurare servizi
pubblici e infrastrutture essenziali .
Predeterminare un limite alla spesa, e di conseguenza al prelievo,
significa
rinunziare a governare la società ed il suo sviluppo.
Non si può dunque tacere un profondo sgomento nel constatare che tra
i
firmatari della proposta di legge citata vi sono numerosi senatori
del Partito
Democratico.
Antonio Brancasi
Carlo Marzuoli
Francesco Merloni
Gaetano Azzariti
Salvatore Biasco
Luigi Bobbio
Sergio Bruno
Franco Crespi
Renato Giannetti
Oreste Massari
Gianfranco Pasquino
Laura Pennacchi
Mario Pianta
Giuseppe Pisauro
Michele Prospero
Ambrogio Santambrogio
Chi volesse aderire a questa lettera può farlo scrivendo a: Antonio
Brancasi
[
brancasi@unifi.it
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], Carlo Marzuoli [
marzuoli@unifi.it
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], Francesco Merloni
[
merloni@unipg.it
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].
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