Confindustria, un progetto per l’Italia che sa di muffa

30 settembre 2011

Una delle peggiori classi imprenditoriali d’Europa produce un documento che ripropone vecchie, e fallimentari, ricette

È di ben sedici pagine il “PROGETTO DELLE IMPRESE PER L’ITALIA” diffuso oggi da ABI, ANIA, Alleanza delle Cooperative Italiane, Confindustria e Rete Imprese Italia.

IL NULLA Sedici pagine di nulla a testimoniare la pochezza della classe dirigente imprenditoriale italiana. Sedici pagine nelle quali si chiede al governo di tagliare le pensioni, imporre una patrimoniale alle persone fisiche e investire il ricavato, guarda caso, in incentivi e agevolazioni alle imprese. Non c’è una riga che solleciti investimenti nell’istruzione o nei servizi che non siano dedicati alle imprese, non c’è una riga dedicata all’assistenza di quegli italiani che si vogliono mandare in pensione sempre più tardi, non c’è una riga dedicata al sostegno di chi ha redditi discontinui o alla repressione dell’abuso delle forme di contratto che hanno portato all’esplodere del precariato, non c’è una riga che richiami le imprese alle loro responsabilità, non in termini di responsabilità sociali o individuali, non c’è una riga nemmeno sulla repressione di quelle tasse occulte che sono i prezzi dei carburanti, delle assicurazioni e dei servizi bancari.

LA RICETTA – Perché quelle vanno a beneficio di imprese firmatarie del progetto, poco importa che appesantiscano il “sistema paese” e che taglieggino i cittadini comuni. I “pochi punti essenziali di forte discontinuità” che il documento si ripropone d’indicare al governo sono banalità straviste e a senso unico. Non c’è il “cambio di passo” che si reclama all’inizio del documento, c’è solo l’espansione della rapina ai danni della comunità da parte degli interessi che si nascondono dietro la stesura del documento. Il testo parla di uno sforzo comune che sarebbe “la ricetta vincente in un mondo scosso da un cambio di fase economica”, ma a leggere il documento lo sforzo comune esclude del tutto le imprese che propongono il piano, da qualsiasi sacrificio. La premessa implicita è anzi quella per cui se va bene per le imprese va bene per tutti, una premessa già dimostrata falsa dalla realtà, sarà per questo che ora non è più esplicitata come un tempo in questo genere di documenti.

SCURDAMMOCE - Si parte innanzitutto con il classico dimentichiamoci del passato: “La nostra è una proposta che non vuole guardare indietro. Guardiamo avanti con un’ottica di “sistema”. Insieme si può rimettere in moto il Paese”. E si capisce, guardare all’indietro metterebbe in imbarazzo gli estensori del documento, che apparirebbero gente che chiede dopo aver avuto e suggerisce che a dare sia chi ha già dato. Non per niente nelle cinque questioni prioritarie poste all’attenzione non c’è l’evidente crisi della nostra classe dirigente e delle teorie che informano questo stesso progetto. Nel quale a pagare sono chiamati a pagare come sempre i lavoratori e le lavoratrici, che secondo il compitino dovrebbero andare in pensione alla stessa età degli uomini, ovvero sempre più in là: “È necessario eliminare rapidamente le pensioni di anzianità, accelerare l’aumento dell’età di pensionamento di vecchiaia, equiparare l’età di pensionamento delle donne a quella degli uomini anche nel settore privato”.

ELEMOSINA – Una cosa è eliminare o ridurre le baby-pensioni, altra è eliminare quasi del tutto l’aspettativa della pensione e ridurre il loro valore a quello di un’elemosina simbolica come si sta cercando di fare. Inutile dire che poi i risparmi realizzati con queste iniziative dovrebbero andare a beneficio delle imprese, riducendo il famoso “cuneo fiscale” (che comunque è più modesto di quello di altri paesi che competono benissimo lo stesso) e la tassazione sui dipendenti, in modo che gli stipendi aumentino apparentemente (solo nel netto) e soprattutto senza alcun carico per le imprese. Si suggerisce poi la diffusione del “denaro elettronico” (piace all’ABI) in funzione anti-evasione, ma allo stesso tempo si chiede al governo di dare “concreta attuazione agli impegni assunti dal Governo riguardo all’attenuazione dell’oppressione da eccesso di controlli fiscali”. Impegno che si è tradotto in una legge che mette al riparo le aziende da qualsiasi controllo fiscale (e non) per lunghi periodi, alla quale le imprese sembrano tenere più che alla lotta all’evasione.

I PREMI - Così come sembrano tenere molto alle agevolazioni ed esenzioni fiscali, che devono essere mantenute. Per lo stesso motivo propongono anzi di ampliare la gamma fino ad estendere il regime fiscale favorevole dell’apprendistato anche a quando i lavoratori non saranno più apprendisti o alla detassazione degli straordinari. Tutte cose che aumentano il reddito spendibile immediatamente per i lavoratori, senza alcun esborso da parte delle aziende. La lotta all’evasione secondo il documento non si fa con i controlli o con la repressione, ma istituendo un “premio fiscale” per quelli che rispetteranno la legge denunciando il dovuto, non si puniscono i delinquenti, si premia chi fa il proprio dovere. Non c’è una riga sulla repressione di fenomeni quali il proliferare di “cartiere” che prodcono fatture false o dell’offerta da parte di professionisti di metodi per evadere ed eludere il fisco, nemmeno una riga sui paradisi fiscali o le alchimie societarie per pagare meno tasse. Evidentemente l’amministrazione pubblica deve semplificare, le aziende private invece possono complicare ad oltranza se si tratta di sfuggire al fisco.

CAPITANI O CAPORALI? – Per reperire risorse c’è anche il via libera alla vendita del patrimonio pubblico e dei servizi pubblici locali (e non), è chiaro che tutti questi imprenditori mirino a fare affari gestendo attività essenziali e quindi dal successo garantito, non c’è traccia di capitani impresa nel documento. Anche l’attenzione per la green economy soffre dello stesso strabismo: sì agli incentivi per le imprese, nemmeno una riga sui grandi inquinamenti e i grandi inquinatori, non si sa mai che a qualcuno venga in mente di complicare la vita alle aziende inquinanti.Niente di nuovo, niente che non sia la solita ricetta per il saccheggio dei beni comuni a favore delle imprese, niente che concorra all’affermarsi di un interesse pubblico o condiviso dai cittadini che non siano allo stesso tempo imprenditori o partecipanti a un’impresa.

CHI SALVA CHI – Il bene delle aziende, per le aziende viene prima di tutto e questo è comprensibile, ma non si può non sorridere amaramente di un documento che parte chiedendo di chiudere un occhio sulle responsabilità degli autori per lo sfacelo nel quale si trova il nostro paese, sfacelo in gran parte riconducibile all’applicazione delle stesse fallimentari ricette che ora questi propongono come lo strumento per “salvare l’Italia”, nientemeno. Un’ipocrisia colossale, ma non ci si poteva attendere tanto di diverso da una delle peggiori classi imprenditoriali d’Europa, cresciuta culturalmente all’ombra del berlusconismo e del neoliberismo, abituata a un “fare impresa “che non prevedere rischi o incertezze, visto che privilegia muoversi all’ombra e al riparo offerto dall’amicizia con la politica, partecipando ad affari garantiti dal pubblico, com’è accaduto con l’affare Alitalia e in altre decine di casi.

UNA PRESA IN GIRO - Una classe imprenditoriale che ha finanziato, sostenuto e plaudito all’avanzare del disastro targato Berlusconi, sorda alle sofferenze degli italiani e delle classi sociali più sfortunate, ora ripresenta il menù di sempre chiedendo di dimenticare il passato, di dimenticare le infinite volte nelle quali ha proposto lo stesso tipo di ricette e i disastri che queste hanno e stanno provocando. C’è da scommettere che il documento troverà chi lo apprezza e chi spenderà parole di miele al suo indirizzo, ma a chi non condivide gli stessi interessi degli estensori non può che fare l’effetto dell’ennesima arrogante presa in giro, perpetrata da soggetti che salgono sul pulpito quando invece dovrebbero occupare ben altri banchi.

1-10-2011 da  http://www.giornalettismo.com/