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Il capitalismo si dibatte in assenza di vie d'uscita e
sembra riprodurre la figura del "cane morto" di cui
parlava Marx. Una soluzione alla crisi spetta solo alla
sinistra
Piero Bevilacqua - da il manifesto - 16-8-2011
Almeno due fenomeni, distinti fra loro, ma fortemente
correlati, sgomentano oggi chiunque osservi la turbolenta
scena dell'economia e della finanza. Una scena che ormai fa
del presente disordine mondiale il nostro
pasto mediatico quotidiano. Il primo riguarda lo stolido e
pervicace conformismo con cui banche centrali, governi,
partiti, economisti, continuano a trovare «soluzioni alla
crisi» riproponendo le usurate ricette che hanno
l'hanno generato, e ora resa potenzialmente
catastrofica.
La seconda riguarda la rapidità con cui la violenza di alcuni
potentati finanziari internazionali si trasforma in uno stato
di necessità, accettato dai gruppi dirigenti dei vari Paesi
come una inaggirabile calamità naturale. La minaccia
di declassamento del debito viene vissuta come
l'arrivo di un ciclone a cui si può rispondere solo chiedendo
ai cittadini di rinserrarsi nelle proprie case. La cultura che
non vede altra strada alle difficoltà presenti se non il
vecchio e battuto sentiero, è la medesima che, in poco tempo,
ha trasformato in senso comune l'impensabile. Uno Stato oggi
può perdere la propria sovranità, come ad esempio accade alla
Grecia (e accade in parte anche a noi) non per l'invasione di
un esercito straniero, ma per il proprio debito pubblico. La
ricchezza, il patrimonio artistico, la cultura, il territorio,
il frutto di millenni di storia di un popolo può essere
saccheggiato e spartito da predoni in giacca e cravatta che
siedono dietro una scrivania a migliaia di km di distanza.
È una novità storica di devastante violenza, eppure la stampa
e gli esperti, con tono impassibile, fanno già l'elenco dei
beni da privatizzare, dalle isole al Partenone. Quel che pochi
considerano è che quel debito è frutto della medesima
politica (e della medesima etica truffaldina) che oggi si erge
a inflessibile rigore di razionalità economica. Il
debito greco ha ricevuto - come ha ricordato Paolo Berdini su
questo giornale - una potente spinta con le grandi opere delle
Olimpiadi di Atene del 2004, con 20 miliardi di euro rimasti
sul groppone dello Stato. Tutto questo secondo meccanismi ben
collaudati, quelli appunto delle grandi opere - tavola
imbandita per banche e grandi imprese di costruzione - che
lasciano poi alla mano pubblica l'obbligo di accollarsi
l'onere delle perdite private. La Tav in Val di Susa e il
Ponte di Messina sono perfetti archetipi di queste strategie,
che dopo i banchetti di banche e imprese sono destinate a
lasciare stremate le finanze pubbliche.
La riproposizione delle ricette neoliberiste, tuttavia, non è
solo espressione di un conformismo dottrinario ormai senza più
vie d'uscite. È anche una pervicace rivendicazione di
interessi di classe. Lo "stato di necessità" è una
ghiotta occasione per il capitalismo industriale, che preme
per mettere più strettamente al proprio servizio il mercato
della forza-lavoro. Esso torna ora utile per nascondere il
grande saccheggio dei redditi operai e popolari che è a
l'origine del tracollo finanziario. Basti pensare che tra il
1979 e il 2007 la quota della ricchezza prodotta
nell'Europa a 15 andata ai salari è passata dal 68% al 57%.
L'Italia, i cui salari operai arrancano agli ultimi posti dei
30 Paesi Ocse, è un caso esemplare per osservare gli ottimi
profitti conseguiti nel frattempo dalle imprese. E parliamo
dell'Italia «che non cresce», «fanalino di coda» e non delle
banche, ma del cosiddetto capitalismo produttivo. Ebbene,
come hanno ricordato Bertorello e Corradi in Capitalismo
tossico, secondo i rapporti di Mediobanca, tra il
1995 e il 2006, le grandi imprese italiane hanno accresciuto i
profitti netti per dipendente del 63,5%. Se poi si considera
l'insieme dell'industria italiana, comprese le imprese fallite
o in perdita, il dato cala al 15,5%, ma è pur sempre tre volte
quello delle retribuzioni operaie.
Questi dati e le argomentazioni correlate - peraltro
ripetutamente ribadite da tanti collaboratori su questo
giornale - devono costituire a mio avviso il più importante
fronte di contrapposizione politico alle manovre di «salvezza
nazionale» che si stanno orchestrando in questi giorni, e che
purtroppo irretiscono settori della Cgil e del centrosinistra.
Deve essere chiaro e ripetuto sino alla noia che la
causa della crisi è l'impoverimento dei ceti popolari e medi,
consumatosi negli ultimi decenni, e che il tracollo
finanziario deriva dalla immensa ricchezza che si è accumulata
in poche mani. E dunque proseguire per questa via con
il taglio dei servizi, l'accrescimento della precarizzazione
del lavoro, la privatizzazione di nuovi settori, potrà forse
tranquillizzare i cosiddetti mercati, ma produrrà lacerazioni
esplosive nel corpo della società. E la macchina economica
resterà imballata. È dunque molto importante che il messaggio
sia semplice e comprensibile a tutti. Il senso di
insostenibile ingiustizia che anima la manovra governativa
deve fornire nuova energia ai movimenti politici che si
opporranno alle scelte oggi in atto.
Ma la questione delle strategie neoliberistiche quali
soluzioni a una crisi neoliberistica meriterebbe
considerazioni di vario ordine, su una delle quali, di più
immediata prospettiva politica italiana, occorrerà tornare in
maniera specifica. Qui vorrei svolgere una breve riflessione
di carattere più generale.
È evidente a tutti che il neoliberismo, responsabile della
crisi, è più vivo che mai nelle proposte dei governi e dei
partiti politici, nella cultura delle istituzioni. Tale dato,
del resto, riflette i rapporti di forza oggi in campo a
livello mondiale. Diversamente che nel corso della grande
crisi degli anni Trenta, i gruppi capitalistici non sono
minacciati dallo spettro del comunismo. Né Obama né Barroso
sono nella condizione di Roosevelt, che aveva di fronte Stalin
e l'internazionale comunista. Ed era dunque costretto a una
creatività politica che i suoi successori non sentono
necessaria. Ma questo evidente vantaggio storico dei nostri
contemporanei si accompagna a una stupefacente sterilità di
idee, di coazione a ripetere, di conformismo, a una mancanza
di prospettive che sembra spingere il capitalismo verso
l'abisso.
Non è tanto nell'economia reale che il capitale boccheggia, ma
è sul piano culturale che oggi, per usare un'immagine di Marx,
appare come un «cane morto». Il declassamento del debito Usa è
una novità storica di prima grandezza non solo perché una
banca privata americana colpisce e umilia agli occhi del mondo
il potere politico dell'Impero. Non solo perché gli Usa nel
corso del trentennio neoliberista sono stati il modello di
crescita a cui economisti e media ci esortavano a guardare. E
che ora sono sull'orlo di un nuovo crac. Dobbiamo imitare
ancora l'America che fallisce? Ma perché il potere politico
appare oggi assolutamente inetto a governare le potenze
infernali che esso stesso ha suscitato. L'incapacità di Obama
di abbassare le tasse dei ricchi americani, difesi dai
repubblicani del Tea Party, chiude perfettamente un cerchio
che rivela la continuità e l'essenza stessa del fallimento
americano. La deregulation di Ronald Reagan, infatti, comincio
nel 1981 con quello che fu definito «il più grande taglio di
tasse nella storia fiscale americana». E la storia si è
ripetuta, due volte, con Bush jr. I ricchi si sono
ulteriormente arricchiti, ma gli altri, com è noto, hanno
avuto un diverso destino. E così il cosiddetto «sogno
americano» è stato gettato nella soffitta delle patrie
retoriche.
È facile dunque immaginare che questa crisi che non finisce,
che nel migliore dei casi si trasformerà in una lunga
depressione mondiale, che creerà nuove povertà e
disuguaglianze, è destinata a infliggere una gigantesca
perdita di credibilità ai ceti dominanti e ai loro
rappresentanti politici. E questo sta già accadendo. Anche se
i fenomeni culturali, la stoffa sotterranea su cui si regge
ogni egemonia, sono più lenti a formarsi e manifestarsi. Ma
poi generano mutamenti storici profondi. E accade non solo
perché la crisi colpisce ora anche ceti sociali prima interni
all'orbita del sistema, ma anche perché essa si accompagna
all'evidente incapacità dei gruppi che governano da trent'anni
di risolvere le sfide globali incombenti: esaurimento delle
risorse naturali e distruzione degli habitat del pianeta,
permanenza e anzi crescita dei poveri e degli affamati,
riscaldamento climatico, guerre costose e disastrosamente
perse.
Alle forze di sinistra, pur deboli, divise, frammentate - ma
certamente portatrici di idee nuove, capaci realmente, oggi,
di elaborare gli elementi di un nuovo progetto di società -
spetta il compito di mostrare ai ceti popolari e ai ceti medi
le responsabilità storiche del colossale fallimento che sono
costretti a sopportare. E indicare anche obiettivi credibili e
praticabili che mostrino vie d'uscita, mete conseguibili. È un
compito difficile e drammaticamente necessario. Rappresentare
politicamente le istanze di chi reggerà il maggior peso della
tempesta in corso non è solo la condizione per tentare di
spostare i rapporti di forza, ma è l'unica via per evitare che
la democrazia venga travolta col vecchio ceto politico che
dovrà uscire di scena.
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