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Luciano Gallino: «Toccare
lo statuto è una regressione giuridica»
intervista di Tonino Bucci
Uno spettro si aggira nel mondo, il double dip. In gergo
finanziario indica la rappresentazione grafica della
recessione a forma di W, quella più temuta, composta da due
tracolli in successione. Crisi, ripresa, nuovo crollo. La
storia novecentesca del capitalismo non dovrebbe farlo
dimenticare. Anche la catastrofe del 1929 si manifestò in
pieno dopo quattro-cinque anni. In un primo momento la
risposta in America fu improntata alle ricette tradizionali:
salvataggio delle banche e messa in sicurezza del sistema
finanziario. Solo dopo venne il New Deal di Roosevelt, un
piano di massicci investimenti pubblici dello stato e una
riforma fiscale con imposte per i ceti ricchi. Oggi, stesso
film. La risposta dei governi alla crisi globale negli ultimi
tre anni non è uscita fuori dagli schemi tradizionali. Le
ricette di cui discute anche il governo italiano - pareggio di
bilancio, tagli alla spesa pubblica, riforma del mercato del
lavoro - accelerano gli effetti recessivi. Dai recinti del
neoliberismo non si esce, la dottrina ufficiale è che
«l'indebitamento eccessivo è sempre seguito da almeno un
decennio di bassa crescita, in cui consumi e investimenti
languono e la disoccupazione resta elevata» (Sole 24 Ore di
ieri). Ma davvero è così? Ne parliamo con il sociologo Luciano
Gallino.
Il governo vuole tagliare la spesa pubblica e
introdurre nella Costituzione il vincolo al pareggio di
bilancio. E' come mettere fuori legge il keynesismo e l'uso
del deficit come politica economica, non crede?
Non c'è dubbio. La proposta del governo è di modificare
l'articolo 81 per introdurre il pareggio di bilancio. Questo
significa impedire ogni tipo di politica economica. Lo si
voglia o no, tutti gli stati e tutti i governi hanno sempre
contratto un debito pubblico. E' un pilastro della politica
economica. Lo stesso bilancio degli Usa, di cui tanto si parla
ora per il declassamento da parte dell'agenzia di rating, è in
deficit da oltre due secoli e nonostante ciò s'è visto quanto
sia cresciuta la loro economia. L'idea che per rilanciare
l'economia sia obbligatorio il pareggio di bilancio è una
cretinata. Perché ci sia una crescita è necessario che lo
stato spenda e investa, orientando in qualche modo l'attività
economica, anche se questo comporta un bilancio in deficit.
Tutte queste trovate di basso conio del governo ricalcano le
stesse, stantie ricette del Fondo monetario, già avanzate
negli anni Ottanta, poi Novanta, poi nel Duemila. Sembra un
disco rotto: tagliare la sanità, le pensioni, privatizzare i
servizi, l'acqua e così via. Il Fmi ha fatto delle brutte
figure, non ha saputo né prevedere la crisi, né orientare lo
sviluppo e determinare la stabilità finanziaria. Ora abbiamo
molti governi europei, compreso il nostro, che purtroppo
prendono alla lettera queste polverose ricette.
Se modificassero anche l'articolo 41, non ci
sarebbe più alcun vincolo sociale alla libertà d'impresa...
Qui l'effetto propagandistico della proposta è maggiore. La
modifica di un articolo della Costituzione richiede molti mesi
e votazioni con forti maggioranze. Se davvero fosse
modificato, sarebbe però un regresso, uno stravolgimento della
Costituzione, oltre che un danno per il paese. L'articolo 41
dice che l'iniziativa economica privata è libera. Quel che si
vuol fare è l'eliminazione dei due commi successivi, che
affermano che l'iniziativa economica non può svolgersi in
contrasto con l'utilità sociale o in modo da arrecare danno
alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.
L'incredibile proposta avanzata dal governo prevede che sia lo
stesso soggetto economico a dover dichiarare che la propria
iniziativa privata non è contraria a nessuna legge. Comuni,
province, Stato e ministeri dovrebbero verificare se sia vero
o no. Questo significherebbe lasciare mano libera a qualsiasi
iniziativa di qualunque genere. Una prospettiva spaventosa.
C'è solo da sperare, visti i tempi lunghi necessari, che il
progetto fallisca.
Fin dal primo articolo la nostra Carta recepisce
l'idea che ci siano non uno, ma due principi, l'impresa e il
lavoro, e che qualora ci sia un conflitto tra i due, questo
debba essere risolto col primato dell'utilità sociale. Non è
così?
I commi secondo e terzo dell'articolo 41 sono chiari. Non
parlano di conflitto tra capitale e lavoro. Però si dice che
la legge determina i controlli opportuni perché l'attività
economica possa essere indirizzata e coordinata a fini
sociali. Il secondo comma impedisce all'iniziativa privata di
arrecare danni alla libertà e - si noti - alla dignità umana.
Senza per questo ledere l'iniziativa economica privata di cui
questo paese ha fatto a volte buon uso, altre volte cattivo
uso. Si parla di rilanciare lo sviluppo e la crescita, ma
queste misure - al di là del tempo che faranno perdere in
discussioni - sono contrarie a qualsiasi teoria e pratica
economica.
Tra le misure c'è anche la cancellazione dello
Statuto dei lavoratori...
E questo sarebbe più facile. Basta una leggina per ridurre o
azzerare del tutto la portata dello Statuto dei lavoratori del
1970. Già è stato fatto molto in questa direzione da questo
governo, ma la situazione può peggiorare ancora. Lo Statuto
dei lavori di cui si parla da tempo è di per sé un fatto
regressivo perché alla base c'è l'idea che i rapporti e non
gli individui siano titolari di diritti. C'è da aspettarsi
seri danni ai diritti del lavoro. La prestazione fisica di
lavoro verrebbe separata dalla persona del lavoratore. Un
regresso in termini giuridici.
Già oggi, nei fatti, l'articolo 18 è aggirato da
una serie di contratti atipici di ogni genere che rendono
possibile la flessibilità totale del lavoratore. Perché questo
accanimento?
L'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico) da più di trent'anni richiede un aumento della
flessibilità in uscita, cioè una maggiore libertà di
licenziamento. Eppure, in alcuni rapporti più recenti la
stessa Ocse dice che, tutto sommato, non c'è nessuna relazione
tra libertà di licenziamento e sviluppo economico e crescita
del Pil, tanto è vero che paesi con una maggiore rigidità del
mercato del lavoro, cioè con seri ostacoli alla libertà di
licenziamento, hanno avuto per decenni tassi di sviluppo più
elevati di paesi in cui vigeva maggiore libertà di
licenziamento. Il nostro governo, invece, si attarda a tirar
fuori questa polverosa ricetta.
fuori questa polverosa ricetta.
in
data:11/08/2011 - Liberazione
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