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Checchino Antonini
«Da da qualunque parte si guardi è una mossa ideologica,
un colpo di mano costituzionale, una politica che continua
a colpire i più deboli». Al telefono con Liberazione,
Stefano Rodotà, giurista, docente emerito alla Sapienza,
parla all'indomani degli annunci di Tremonti e Berlusconi
sull'anticipo dei sacrifici e sulle manomissioni della
Carta e dello Statuto dei lavoratori. Dice, in sostanza,
che quelli che insegue il governo sono «interventi
depressivi» perché «tolgono potere d'acquisto. L'attacco
alla Costituzione è esplicito sia contro l'articolo 41 sia
con l'introduzione del vincolo di bilancio. L'obbligo di
pareggio, lo ha spiegato anche Boeri alla luce delle
recenti difficoltà di Obama, diventa lo strumento per
ricattare la politica perché condiziona l'impostazione di
bilancio. In Italia s'è insistito molto sulla rigidità
imposta dal Patto di stabilità e quest'altra rigidità
priva i governi della possibilità di rispondere con
strumenti adeguati alle situazioni di difficoltà. Le
misure annunciate rendono più difficile il governo
dell'economia a meno che non si vogliano prendere ad
esempio gli Usa che hanno appena sacrificato ciò che
restava del welfare e ridotto l'effetto positivo di una
riforma sanitaria non particolarmente esaltante».
Quali potrebbero essere le conseguenze?
S'è detto che questo è in commissariamento del governo
Berlusconi da parte della finanza internazionale,
dell'alleanza Bce-Merkel-Obama. In realtà così si tende a
ridurre lo spazio per la politica. Se l'obiezione è quella
che la politica italiana è particolarmente corrotta e
dissennata allora il problema dovrebbe essere quello di
fare una politica dignitosa. Invece, così si introduce
solo un potere di ricatto che viene dai ceti conservatori.
Si sostiene che l'articolo 41 freni le imprese.
L'articolo 41 - quello per cui l'iniziativa economica
privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con
l'utilità sociale o in modo da recare danno alla
sicurezza, alla libertà, alla dignità umana - non è
un'imposizione "sovietica", c'è stato in quell'articolo un
contributo importante dei liberali. Il riferimento
all'utilità sociale è semplicemente la constatazione che
nessuna attività possa fare astrazione dal contesto in cui
si produce. La Thatcher diceva che la società non esiste.
Quell'articolo non ha impedito l'impresa e si attacca per
abbandonare il complesso di garanzie che offre la
Costituzione. Non è così che si restituisce all'impresa la
libertà di muoversi. In che cosa si tradurrà dunque
l'annuncio, in mano libera all'impresa? Lo trovo
preoccupante.
Sacconi s'è già pronunciato per cancellare l'articolo 18
dello Statuto dei lavoratori, Tremonti ha già detto che le
misure sulla sicurezza sarebbero eccessive.
Guardi, invece la lungimiranza dei padri costituenti:
prima della dignità e della libertà hanno voluto mettere
la sicurezza. Senza l'articolo 41 viene meno uno degli
architravi della Carta: il rapporto tra libertà di impresa
e contesto. Si tratta di una norma molto di bandiera con
un valore simbolico significativo che cambierà la
percezione del sistema costituzionale. E' un fatto di
estrema gravità
Dunque è un golpe?
E' una parola questa da adoperare con prudenza. Certamente
è un attacco frontale alla Costituzione che fa corpo con
un progetto di diminuzione dei diritti. E' un colpo di
mano estivo.
Eppure mai come ora la "libertà" d'impresa è così
spudorata.
Ecco dov'è il carattere pretestuoso: una cosa è liberare
le imprese da vincoli burocratici, un'altra è liberarle
dalla tutela dei lavoratori. E questo è inammissibile.
L'articolo 36 dice che la retribuzione deve garantire
un'esistenza libera e dignitosa. E non mi pare che
nell'ultima fase, con la riduzione del lavoro a merce, sia
stato così. L'unico obiettivo sembra colpire il lavoro,
una lettura unilaterale ma anche sbagliata perché la
componente lavoro non ha responsabilità in questa crisi.
Boeri, che non mi pare un estremista, avverte che il primo
effetto dei tagli sarà quello di colpire le famiglie
povere. Così si perpetua e accresce una situazione di
disuguaglianza in una situazione in cui sarebbero
necessarie riforme, ad esempio, nell'accesso al credito.
Il silenzio confindustriale è piuttosto eloquente. Non si
è riusciti nemmeno a fare una tassa sulle auto di grande
cilindrata che colpirebbe in maniera indolore i possessori
di beni lusso. La patrimoniale, chiesta da Amato, non
dagli estremisti, si fa tranquillamente in altri paesi
europei. E sarebbe il contrario di questo irrigidimento
delle norme costituzionali. Questa era l'occasione per
chiamare i ceti più ricchi, come dice la Costituzione, a
partecipare alle spese pubbliche in proporzione alle loro
sostanze.
Ritiene che possano passare queste misure?
L'anticipazione della manovra certo che può passare, Fli e
Rutelli già hanno detto di sì. Oggi l'attenzione va posta
prima sui contenuti di questa manovra accompagnati
minacciosamente dallo Statuto dei lavori di Sacconi, i
lavori che diventano merce e sottratti alle garanzie
costituzionali. Per la "riforma" costituzionale, invece,
ci può aiutare il tempo: servono due letture delle Camere
a distanza di tre mesi l'una dall'altra, dunque ci sono
almeno nove mesi davanti a noi. Inoltre sulla materia è
possibile avere un referendum confermativo.
Su entrambi gli aspetti è decisiva la mobilitazione, non
crede?
Questo è un momento molto grave per la democrazia. E'
necessaria una grande consapevolezza culturale, rendersi
conto dei rischi che si corrono. Certo che è necessaria la
mobilitazione a partire da tutte le forze che hanno
incarnato la reazione sociale alla crisi nei mesi scorsi,
studenti, precari, donne, mondo della cultura. Quei
soggetti che hanno reso possibili i risultati elettorali
di primavera nelle città e ai referendum. Tutti dovranno
essere consapevoli che quello che hanno fatto lo devono
rifare.
07/08/2011 - Liberazione |