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Dalla spesa
assistenziale
alla riforma fiscale:
ecco dove trovare i soldi
La Stampa - 7 agosto 2011
ROMA
Per fare il pareggio di bilancio nel 2013 serve una montagna
di soldi: dai 25 ai 30 miliardi. Un compito titanico trovare
le risorse nel bilancio dello Stato, che pure se molto ampio è
già stato sforbiciato negli ultimi anni. Un’operazione
complicata dal fatto che come ha spiegato il ministro
dell’Economia Tremonti (almeno per ora) non ci saranno nuove
misure: tutto dev’essere trovato all’interno della spesa
assistenziale e del sistema fiscale. Sono le due voci di spesa
su cui il Parlamento ha già dato al governo una delega
legislativa per varare ampie riforme che l’Esecutivo, nel
corso dell’incontro a Palazzo Chigi, si è impegnato a fare di
concerto con le parti sociali. Sulla carta, le due riforme
serviranno per riordinare, razionalizzare, evitare sprechi,
spostare risorse a vantaggio di qualcuno togliendole ad altri.
Ma a questo punto assistenza e fisco diventano i «tesoretti»
da cui prelevare i soldi necessari a centrare il pareggio di
bilancio, cambiando moltissime voci che interessano
direttamente i cittadini. Per ora sono solo ipotesi, ma
possiamo provare a immaginare dove calerà la mannaia.
Cominciamo dalla delega sulla spesa assistenziale, che già
oggi impegna il governo a trovare risparmi per 20 miliardi.
Nel mirino ci sono «sprechi e privilegi», duplicazioni,
prestazioni che vanno a chi non ha bisogno. In proporzione,
rispetto al resto d’Europa, l’Italia spende meno per
l’assistenza (circa il 7% del Pil), ma in cifra assoluta
l’onere è notevole. Parliamo degli assegni familiari, delle
pensioni sociali, delle integrazioni delle pensioni al minimo,
di quelle di invalidità civile e di reversibilità per i
superstiti, degli assegni di accompagnamento, dei servizi per
i portatori di handicap e i non autosufficienti. La delega
dice che dei principi che sarà adottato è il maggior
collegamento tra prestazione e reddito percepito. In pratica,
certe erogazioni non saranno più date a chi supera certi
livelli di reddito, variabili a seconda del carico familiare,
e da definire. Principio giusto, ma difficile da attuare in un
paese con altissima evasione fiscale. Così, al reddito sarà
legato l’assegno di accompagnamento, che costa 12 miliardi di
euro; in altri casi - come per le pensioni di invalidità, per
le quali ne spendiamo 5, per un numero esagerato di invalidi -
si restringeranno i criteri per la concessione.
Ad esempio dovrebbe salire dal 36 al 42% la soglia di
invalidità minima. In altri casi, come per le pensioni di
reversibilità, si stabiliranno criteri anagrafici o
attuariali. Ad esempio, non si darà più l’assegno di
reversibilità a una vedova che non raggiunge un’età anagrafica
minima (in Germania e Francia è fissata a 45 anni). Oppure
l’ammontare sarà calcolato in base alla speranza di vita: una
vedova giovanissima avrà molto poco.
L’altro «bacino» dove trovare soldi è il fisco. Di fatto, già
oggi è così: la manovra prevede che se le deleghe su
assistenza e tributi non vadano in porto, verranno tagliate
(in modo uguale per tutti, dunque penalizzando i più poveri)
le agevolazioni fiscali oggi esistenti. Sono tante,
addirittura 485, le misure che negli anni sono state
introdotte per favorire (attraverso detrazioni, deduzioni,
esenzioni) certe categorie, certe attività o certi
comportamenti. Ovviamente, alcune si sovrappongono, altre sono
inutili, altre creano comportamenti elusivi o favoriscono
l’evasione.
In tutto, riducono le entrate fiscali di ben 160 miliardi
l’anno. Non c’è l’intenzione di abolirle di botto: in teoria
il riordino dovrebbe servire per ridurre il prelievo Irpef su
certe categorie, e per consentire il varo del sistema fiscale
(meno progressivo, cioè più favorevole a chi ha redditi più
elevati) su tre aliquote (20, 30 e 40%). Certamente una parte
di queste risorse però dovrà essere impegnata per far quadrare
i conti pubblici. Molte le ipotesi, per adesso ancora
indefinite. Ma c’è chi dice che ad esempio la detrazione degli
interessi dei mutui per la prima casa sia eliminata per i
redditi superiori a una certa soglia.
L’altra misura che il governo intende attuare con il consenso
delle parti sociali, o almeno di tutte meno la Cgil, è la
riforma dello Statuto dei Lavoratori. In realtà la legge 300
del 1970 non verrà abolita, ma di fatto verrà superata. Lo
«Statuto dei Lavori» che il governo vuole varare permetterà
infatti che nella contrattazione, nazionale o aziendale,
sindacati e imprenditori possano inserire ogni sorta di deroga
(presumibilmente al ribasso, migliorative sembra difficile...)
rispetto a quanto stabilito da altri contratti di lavoro o da
altre leggi.
In pratica, in uno stabilimento - magari per favorire un
investimento, così come si è fatto a Pomigliano o Mirafiori si
potrebbe tranquillamente firmare un accordo che stabilisce che
i dipendenti possono essere licenziati solo pagando
un’indennità monetaria. Aggirando così l’ostacolo
dell’articolo 18. Le deroghe e gli aggiustamenti possono
riguardare anche altre materie, come l’orario, e altri diritti
che di fatto per il singolo lavoratore diventeranno «minori»,
e modificabili a piacimento dal sindacato. Lo Statuto dei
Lavori invece stabilirà per tutti i lavoratori dipendenti e i
co.co. pro monocommittente alcuni «diritti universali e
indisponibili» su cui non si può intervenire: di associazione,
di sciopero, di sicurezza sul lavoro.
Ma nel pacchetto legislativo sul lavoro ci sarà anche un’altra
norma, che presumibilmente solleverà molte polemiche: la norma
pudicamente definita «a sostegno dell’accordo interconfederale
sulla contrattazione», ma che in realtà era stata richiesta
esplicitamente dalla Fiat e promessa dal ministro del Lavoro
Sacconi. Servirà per legittimare formalmente di fronte ai
tribunali dove la Fiom ha scatenato molte vertenze - gli
accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco.
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