La storia del sindacato è fatta di compromessi,
mediazioni, accordi, vittorie e sconfitte. Ma c'è qualcosa
che non può essere messo sul tavolo negoziale ed è la
dignità. Quel che più ha ferito una parte non minoritaria
del sindacato guidato da Susanna Camusso è stato vedere,
ieri, alla conferenza stampa successiva all'incontro delle
parti sociali con il governo, Emma Marcegaglia che a nome
di tutti, banchieri industriali e sindacati, leggeva un
documento congiunto. Persino a prescindere dal contenuto,
pessimo, del documento, l'idea di farsi rappresentare
dalla Confindustria non è digeribile. Ci sono gli
indignati, i delusi e chi ha il mal di mare. Qualcuno
reagisce con l'invettiva annunciando battaglia politica,
altri mugugnano, moltissimi tacciono e si chiedono tra
loro che fine abbiano fatto democrazia e collegialità
dentro la Cgil.
«Mi dichiaro indignato. Se tutti sono d'accordo su quei
punti, dai banchieri agli operai di Mirafiori,
organizziamo una grande manifestazione a settembre a
piazza San Giovanni con comizio finale della Marcegaglia.
Facciamola presidente del consiglio e ministro
dell'economia Marchionne». È davvero indignato Gianni
Rinaldini, portavoce dell'area programmatica «La Cgil che
vogliamo», minoranza nella Confederazione e maggioranza
nella Fiom: «Siamo a una gestione proprietaria
dell'organizzazione dove in 2 o 3 decidono a nome di tutti
su scelte politiche e sindacali così importanti. Quei sei
punti sono inaccettabili, basti pensare alla questione
fiscale per capire che, attraverso la defiscalizzazione
del salario di secondo livello si decide la cancellazione
dei contratti collettivi di lavoro. Quando mai è stata
questa la linea della Cgil?».
Un patto «contro natura», per Rinaldini: «Invece di
organizzare la difesa contro il massacro sociale in atto
qui e in Europa, la Cgil non trova di meglio che
partecipare a un'ammucchiata tra soggetti che hanno
interessi e strategie contrapposte, e porta in pegno ai
suoi compari i lavoratori dipendenti, i pensionati e i
giovani. Il gruppo dirigente deve sapere che il disagio
sociale può esprimersi in forme diverse, se la Cgil
sceglie di non essere più un riferimento». Parole dure,
coraggiose all'interno di un sindacato che attraversa una
fase di centralizzazione che tende a negare ogni forma di
dialettica e di dissenso. Con la conseguenza che i
dirigenti disposti a dire pubblicamente quel che pensano
del «patto» sono decisamente pochi, e non perché siamo in
agosto. Ma qualcosa si muove e non tutti, anche tra chi è
organicamente nella maggioranza camussiana, è disposto ad
apporre la sua firma in calce al «documento comune». Nei
prossimi giorni il dissenso si manifesterà, anche al
vertice delle categorie e della segreteria nazionale.
Anzi, un primo segnale è arrivato proprio da un segretario
confederale: Nicola Nicolosi, coordinatore dell'area
interna alla maggioranza «Lavoro e società», boccia senza
riserve il documento i cui contenuti «sono l'opposto di
quello che servirebbe al paese» e ricorda che la linea
della Cgil si muoveva su ben diverse parole d'ordine:
patrimoniale e Tobin tax.
La segretaria generale dello Spi-Cgil, il sindacato dei
pensionati che raccoglie più di metà degli iscritti alla
confederazione, ha un'opinione precisa sul percorso
avviato dalla Camusso con l'accordo con le controparti e
sei punti presentati a Berlusconi: «Nella storia della
Cgil - dice Carla Cantone - c'è sempre stata un'assunzione
di responsabilità nei momenti difficili, per il bene del
paese. Ora però basta. Non è tollerabile, con la crisi che
impazza, le responsabilità del governo e le cose dette da
Berlusconi alle Camere, che ci si vengano a chiedere
ulteriori sacrifici dei lavoratori, dei giovani e dei
pensionati. Neanche se a chiedercelo sono le opposizioni
politiche o la Confindustria».
Chi non ha difficoltà a dire la sua è Giorgio Cremaschi
della Rete 28 Aprile: Susanna Camusso «è fuori da
qualsiasi mandato» e «sta portando la Cgil al disastro».