martedì 26 luglio 2011
La complicata storia della democrazia nei luoghi di lavoro e nel Paese.
(Alcune riflessioni sull’accordo del 28 giugno limitatamente ad alcuni aspetti di modello astraendo dalle vicende sindacali e politiche da cui consegue e sulle quali continuerà un grande dibattito.)
Fino al grande movimento operaio del 1969 i lavoratori eleggevano le Commissioni interne . Il loro principale compito era quello di applicare il contratto nazionale di lavoro nell'azienda e solo alcune avevano iniziato ad avere qualche reale potere contrattuale. Il sistema elettorale si basava su liste presentate dalle diverse organizzazioni sindacali alle quali venivano attribuiti commissari interni in proporzione ai voti ricevuti dai lavoratori. Un sistema democratico dal punto di vista elettorale ma con poco potere reale.
Nel grande movimento del 1969 sotto la spinta dei lavoratori, intollerante delle divisioni tra sindacati, si afferma un nuovo soggetto: il delegato di gruppo omogeneo e il consiglio di fabbrica. Saltano le liste d'organizzazione, il gruppo omogeneo elegge i propri delegati su scheda bianca (senza liste) indipendentemente dall'appartenenza a questa o quella organizzazione sindacale. Il consiglio di fabbrica pretende pieni poteri di contrattazione e di decidere con i lavoratori attraverso il rapporto quotidiano dei delegati con il gruppo omogeneo e l'assemblea generale. La Fiom è all’avanguardia nel promuovere i consigli cui darà immediata legittimazione.
La legge 300, nel maggio del 70, corre in soccorso alle organizzazioni sindacali disponendo che esse possano nominare i propri rappresentanti (Rsa) all'interno dei luoghi di lavoro e in maniera paritaria. Le organizzazioni sindacali, che nel frattempo sotto la spinta dei lavoratori cominciano a parlare di unità e a muovere i primi passi in quella direzione, non si avvarranno di questa norma che però resta nella legge a loro garanzia. Nei settori dove si affermano i consigli di fabbrica, le organizzazioni sindacali cederanno ai delegati i poteri previsti per le Rsa. Così i consigli di fabbrica oltre a rappresentare i lavoratori vengono riconosciuti come strutture di base dei sindacati stessi, non per legge ma per decisione autonoma dei sindacati . L'esecutivo dei consigli di fabbrica diventa il luogo del legame con l'organizzazione sindacale esterna.
Lentamente, soprattutto dopo la crisi del 1975, inizierà un processo tendente a far prevalere questo 2º aspetto (essere struttura di base del sindacato) su quello di rappresentanza generale dei lavoratori. Si comincerà sostituendo il gruppo omogeneo con aree più vaste e si finirà nei periodi di più acuta crisi delle relazioni unitarie, coincidenti con le divisioni sulla scala mobile e con la divisione a sinistra tra Pci e PSI, col non eleggere per molti anni le strutture aziendali fino a quando, abolita la scala mobile, venne sottoscritto l'accordo del luglio 1993 che sempre senza interventi legislativi e per solo accordo tra le parti , vara le Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU).
Fine anche formale della struttura aziendale quale rappresentante generale dei lavoratori. Non solo le elezioni si svolgeranno su liste delle organizzazioni sindacali ma queste ( anzi solo quelle firmatarie del contratto nazionale) avranno anche il potere di nominare o eleggere direttamente un terzo della RSU aziendale. Nello stesso accordo si decide di limitarne anche i poteri in quanto i temi trattati nel contratto nazionale di lavoro (quindi i fondamentali) non potranno essere replicati nella contrattazione aziendale che da allora si esercita prevalentemente sul salario di produttività.
Le divisioni sindacali nazionali, a questo punto si istituzionalizzeranno dentro le RSU stesse, che non eserciteranno più quel ruolo di contestazione unitaria che ebbero fino agli ultimi consigli di fabbrica che furono capaci di essere protagonisti di importanti iniziative nazionali da loro autoconvocate. Fine dell'autonomia delle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro. Fine della fertile contraddizione cui erano portatori i consigli di fabbrica.
Questa situazione diventa esplosiva quando si arriva a un accordo tra organizzazioni padronali e alcune organizzazioni sindacali che pretende di varare un nuovo modello contrattuale senza il consenso della più grande organizzazione sindacale del paese. Seguono gli accordi separati nei metalmeccanici e nel commercio e nel gruppo Fiat.
In questo quadro si pone, anche per la magistratura, il problema dell'applicazione dell'articolo 39 della Costituzione, e quindi delle condizioni alle quali un contratto di lavoro si applica a tutti i lavoratori del settore o della categoria.
Com'è noto finché Cgil Cisl Uil e le loro categorie hanno esercitato unitariamente il potere di contrattazione la magistratura ha riconosciuto ai contratti da loro firmati l'applicazione a tutti i lavoratori in quanto " notoriamente" questi sindacati rappresentavano la grandissima maggioranza degli iscritti ai sindacati esistenti. In caso di loro divisione invece non esistendo "prove verificabili" della loro reale consistenza si creavano le condizioni per mettere in discussione l'estensione dei contratti firmati da una parte dei sindacati a tutti i lavoratori coinvolti . La Cgil, che sempre ha denunciato politicamente la non applicazione (palesemente ai sui danni essendo il sindacato maggiore) l'articolo 39 della Costituzione non aveva mai fatto ricorso alla magistratura preferendo puntare a ottenere un risultato positivo attraverso una forte dialettica tra i lavoratori e tra le organizzazioni sindacali. (Anche perché un mai escludibile pronunciamento avverso da parte della magistratura avrebbe creato un grave precedente e legittimato la situazione negativa esistente).
Il 28 giugno 2011 è stato sottoscritto un nuovo accordo tra Confindustria e Cgil Cisl Uil sulle RSU e sulla rappresentatività nazionale delle organizzazioni sindacali che è più rispettoso dell'articolo 39 della Costituzione. Viene prevista la verifica degli iscritti ai sindacati e viene prevista la misurazione della loro reale rappresentatività attraverso la media degli iscritti e dei voti ricevuti nelle elezioni delle RSU. Le elezioni delle RSU si svolgeranno secondo le modalità previste dall'accordo del 1993 e quindi viene conservata la riserva di un terzo per i sindacati, che comunque, a differenza di quanto previsto da alcuni accordi tra sindacati sarà suddiviso in proporzione ai voti ricevuti dalle liste d'organizzazione. Le RSU, anche a maggioranza, avranno il potere di sottoscrivere il contratto aziendale che così acquista validità per tutti i lavoratori dell'azienda. Il potere si sposta quindi dal sindacato esterno, la cui sottoscrizione dell'accordo non è decisiva ai fini della sua applicazione, al sindacato interno eletto direttamente dai lavoratori.
Non è la sede per sviluppare le ragioni politiche per le quali Confindustria paga il prezzo di rompere con la Fiat e con le politiche portate avanti dal governo (al quale si è intimato di non intervenire tra le parti o con leggi), quello che va sottolineato e che certamente si apre una stagione di maggiore democrazia nei luoghi di lavoro e si consegna direttamente ai lavoratori e ai loro rappresentanti il pieno potere decisionale sui contratti che si stipulano nella propria azienda.
Purtroppo, resta invariato quello Statuto dei lavoratori che continua a riconoscere il potere di nomina delle Rsa ai sindacati esterni e dopo un referendum sbagliato del 1995 riserva diritti particolari ai sindacati firmatari del contratto nazionale applicato nell’azienda. Il pieno rispetto dell'articolo 39 della Costituzione esigerebbe la cancellazione delle norme previste nello Statuto e la loro sostituzione con una legge simile a quella già in vigore dal 1998 per i lavoratori del pubblico impiego. In caso di una nuova rottura tra le organizzazioni sindacali la Confindustria l’accordo del 28 giugno potrebbe essere rimesso in discussione e le previsioni dello Statuto ritornerebbero a determinare il quadro di riferimento . Come si è visto la stessa Fiat si è appellata a questa legge per motivare la limitazione della piena agibilità della Fiom negli stabilimenti nei quali non ha sottoscritto le intese proposte da Marchionne.
Mi sarei aspettato, dalle sinistre sindacali interne alla Cgil una critica e una spinta ancora più forte verso quella legge auspicata da tutta la Cgil nell'ultimo congresso. Invece noto che uno degli elementi di critica maggiore all'accordo riguarda la caduta di potere del sindacato esterno rispetto al sindacato eletto a suffragio universale da tutti i lavoratori, sulle questioni relative alle condizioni di lavoro in azienda. Una critica che non condivido in quanto le organizzazioni sindacali e il loro pluralismo è ultra garantito dalla presentazione le liste di propri iscritti e inoltre hanno la garanzia ( eccessiva e giustamente cancellata nella legge del Pubblico Impiego) di nominare o eleggere da parte delle segreterie provinciali un terzo dei rappresentanti. Non è certo la RSU un consiglio di fabbrica eletto su scheda bianca e a suffragio universale! Sento gli echi della contrapposizione tra Cgil, che ha sempre sostenuto l'esigenza di tener conto dei diritti dei non iscritti ai sindacati ai quali si applicano comunque gli accordi, e la Cisl per la quale erano determinanti le scelte dei propri iscritti. Possibile che nel 2011, pensiamo che all'organismo eletto democraticamente, proporzionalmente, non sia possibile concedere il potere di firmare contratti che riguardano le condizioni di lavoro all'interno della propria azienda? E che sia più democratico e preferibile per i lavoratori affidare questo potere alle segreterie provinciali dei sindacati?
Le ragioni culturali di questa, per me è inattesa posizione, ho il timore che affondino le loro radici nei fenomeni politici che hanno attraversato questo Paese dopo la caduta del muro di Berlino. Tra il 1989 e il 1994 si è conclusa la prima Repubblica e con essa i partiti di massa che ne erano stati i protagonisti. Sono stati consegnati, attraverso meccanismi istituzionali sia attraverso le primarie, a singole individualità poteri straordinari. I poteri che si sono concentrati nelle personalità ai vertici dei partiti e delle istituzioni sono enormi: da quello di indicare i candidati sui quali non si può esercitare la scelta degli elettori, al controllo del finanziamento pubblico per arrivare al condizionamento delle assemblee elettive.
I partiti di massa selezionavano i loro gruppi dirigenti attraverso percorsi complessi: il circolo, la federazione, il confronto nazionale. I poteri erano diffusi e la mediazione era il pane quotidiano. Oltre la struttura interna pesavano nelle scelte dei partiti di massa le organizzazioni sociali o i cosiddetti corpi intermedi. Erano partiti che interagivano quotidianamente con quanto si muoveva nella società ed erano protagonisti dei movimenti locali e nazionali; anzi il più delle volte ne erano i promotori. L’influenza del modello di democrazia partecipata tipico della stagione dei consigli influì nel dibattito politico sulla democrazia del Paese e su quella interna agli stessi partiti politici :la struttura consiliare, che si cercò di estendere parallelamente all'esperienza dei consigli unitari di zona (Cuz), anche all'ambito istituzionale comunale fu certamente il prodotto di una idea di partecipazione democratica tra le più alte.
Oggi, abbiamo nel centro sinistra primarie che eleggono leader, che durano , a differenza di quelli del passato, figli di una lunga selezione interna al partito, finché ottengono risultati positivi a breve termine e finché sono sostenuti da mezzi di comunicazione controllati in Italia da un esiguo numero di imprenditori e finanzieri. La Cgil è rimasta una organizzazione di massa che decide attraverso un meccanismo complesso di coinvolgimento dei lavoratori e degli iscritti nonché delle proprie strutture, tutte con definiti e forti poteri che derivano dalla propria storia consolidata da norme interne quando non da leggi e contratti. La ragione è semplice: la Cgil per la sua natura di essere l’organizzazione di una classe subalterna si batte per trasformare la situazione esistente e non per gestirla e quindi ha bisogno per ottenere il cambiamento della partecipazione attiva dei lavoratori e degli iscritti. La trasformazione dei partiti della sinistra deriva dall'aver perso sul piano politico la stessa connotazione classista.
La Cgil, per trasformare la realtà negativa dei propri associati, ha inoltre bisogno di essere capace di generare mobilitazioni efficaci e quindi necessariamente di costruire l'unità tra i lavoratori. I periodi di divisione sindacale, dal dopoguerra fino al giorno d'oggi, hanno sempre segnato il crollo del conflitto sociale pur in presenza dell'aumento delle ingiustizie. Le divisioni sindacali non sono mai state volute dai lavoratori o dalla Cgil ma sono state spinte o dai partiti di centro, centro destra, o dalle organizzazioni padronali. L'obiettivo dell'isolamento della Cgil era uno dei punti cardine del piano della P2 cui era scritto Silvio Berlusconi, Cicchitto e altri esponenti dell'attuale governo.
È stato sorprendente per me leggere nelle tesi del documento congressuale "La Cgil che vogliamo" che le differenze sostanziali col documento che è prevalso in quel congresso, relativamente ai temi della democrazia sindacale, riguardavano 2 punti :
-l'introduzione delle primarie anche nella Cgil
-utilizzo del referendum per la validazione degli accordi aziendali, in ogni caso.
È evidente la tendenza a mutuare quanto avvenuto nei partiti dai primi anni 90: un leader e il suo popolo! Una volta la sinistra avrebbe definito questo sistema bonapartista.
Adesso alcuni avversari dell'accordo del 28 giugno 2011 vorrebbero la limitazione della sovranità delle RSU a favore delle segreterie provinciali. Come se i partiti che concorrono con proprie liste all'elezione delle assemblee elettive limitassero la sovranità delle stesse attraverso un meccanismo di validazione delle loro decisioni da parte delle segreterie dei partiti stessi.
E per carità di patria non si dica che le RSU non sono in grado di decidere da sole sugli accordi che si applicano ai lavoratori che li hanno eletti, e dei quali sono esse stesse parte. Non prendo neanche in considerazione la motivazione , circolata!, che le Rsu sarebbero impreparate! Tutti i compagni, anzi tutti democratici, sanno ovviamente che si è cominciato a parlare di vera democrazia quando gli analfabeti e i poveri hanno ottenuto il diritto a votare e ad essere eletti. Figuriamoci se i lavoratori di oggi hanno bisogno di qualcuno deputato a pensare e a decidere in loro vece, persino su come si organizzano i turni che devono essi stessi fare.
Sul punto dei referendum sempre e comunque, una parola definitiva è stata scritta da quelli realizzati alla Fiat. Le decisioni tra i lavoratori, un mondo complesso sia per l'articolazione professionale e di mestiere, sia per l'articolazione politica non possono che essere frutto di continue mediazioni tra di loro. Il modello ideale per me resta quello degli anni 70, liquidato dalle divisioni sindacali. Decidere con un referendum come si è fatto alla Zanussi di Susegana per concordare la delocalizzazione di parti importanti delle produzioni in Ungheria non è esercizio democratico. Il referendum viene usato contro una parte dei lavoratori come una clava. Meglio sarebbero state delle assemblee nelle quali comporre i diversi interessi. Né tantomeno sono stati democratici i referendum svolti alla Fiat, non solo per i temi trattati , alcuni dei quali indisponibili, ma perché non si decide nelle fabbriche con il 51%, soprattutto quando il 49% che ha votato “no” rappresenta i lavoratori che devono sopportare le novità negative previste dagli accordi aziendali.
Una democrazia sindacale fondata su primarie e referendum liquiderebbe tutti i meccanismi di partecipazione attiva dei lavoratori. Non a caso la Costituzione repubblicana, saggiamente, ha posto dei limiti all'utilizzo dello strumento referendario. La miscela di referendum propositivo o confermativo unitamente al potere delegato ai leader politici e istituzionali, snaturerebbe il ruolo residuo delle assemblee elettive spingendo il sistema verso un regime plebiscitario. Applicato a un sindacato lo ridurrebbe rapidamente a forza d’opinione svuotata di capacità di lotta e di trasformazione della realtà.
Sono inoltre rimasto sorpreso di due scelte che SEL ha reso note quasi contemporaneamente: il no all'accordo sottoscritto anche dalla Cgil che pone a base delle RSU un sistema proporzionale e le preferenze e il si al referendum di Veltroni fondato sul maggioritario.
La Cgil , che non ha una visione doppia della democrazia, ha ritenuto coerente con le scelte sottoscritte per la democrazia nei luoghi di lavoro, il sostegno al referendum per il ripristino della preferenza e del sistema proporzionale. Peccato che non si farà!
In questo momento in cui siamo tutti impegnati a superare questa orrenda seconda Repubblica, senza dare per scontata la sua conclusione e senza dare per definitivamente battuto Berlusconi, sarebbe opportuno che ci battessimo perchè la 3ª venga fonadta sul pieno rispetto e sull'attuazione della Costituzione repubblicana che mantiene tutta la sua attualità. Con l’impegno che questa varrà in ogni ambito della vita politica e sociale di questo Paese, anche per i cittadini che lavorano dentro i cancelli delle fabbriche.