Lo scalpo da conquistare è quello della Fiom. Ieri le truppe
cammellate dell'amministratore delegato Fiat Sergio
Marchionne sono arrivate al tribunale di Torino per
costituirsi parti civili nel processo che vede da una parte
il Lingotto e dall'altra i metalmeccanici della Cgil. Sotto
accusa è la newco di Pomigliano, la nuova società voluta
dalla multinazionale dell'auto e imposta, con la complicità
di Fim e Uilm, attraverso un referendum truffa in cui si
chiedeva ai dipendenti: vuoi il lavoro o i diritti? La
maggioranza ha scelto il lavoro senza diritti, ma era una
scelta libera? E rispettosa della legislazione vigente,
dello Statuto dei lavoratori e della Costituzione? Analogo
ricatto è stato imposto ai lavoratori di Mirafiori e infine
ai 1.092 dipendenti della Bertone.
Dunque la Fiom si è rivolta alla magistratura e il 18 di
questo mese si terrà la prima udienza. La novità di ieri sta
proprio nel regalo portato a Marchionne dai tre re magi, Fim,
Uilm e Fismic che hanno deciso di difendere il «loro»
accordo, la fuga della Fiat da Confindustria, la
cancellazione del contratto nazionale di lavoro sostituito
da uno aziendale in cui è vietato scioperare e ammalarsi è
un rischio che si paga profumatamente. Il «loro» accordo
prevede anche l'esclusione dalla fabbrica dei sindacati non
firmatari del nuovo «contratto»: la Fiom non potrà svolgere
attività sindacale né avere delegati perché, e questa è la
cosa più scandalosa, agli operai sarà negata la possibilità
di scegliere i propri rappresentanti che verranno nominati
direttamente dalle organizzazioni firmatarie.
Inutile chiedersi cosa se ne farà Marchionne di sindacati
«gialli» come Fim, Uilm e Fismic e come pensi di gestire le
fabbriche senza il consenso del sindacato più
rappresentativo (i no a Mirafiori hanno sfiorato il 50% e
l'hanno superato tra gli operai alle catene di montaggio,
quelli destinatari della ricetta Marchionne). Inutile
chiederselo, perché l'ad Fiat dei sindacati non se ne fa
nulla, neanche di quelli subalterni che però, per
accaparrarsi le briciole che cadono dal tavolo del capo,
sono pronte a umiliarasi persino in tribunale, offrendo
quello che il responsabile auto della Fiom, Giorgio Airaudo,
chiama «ampio soccorso».
Come ha ripetuto nei due mondi della Fiat, America e Italia,
Marchionne è infastidito dal fatto che, mentre nel nuovo
mondo gli operai e «la gente» gli fanno ponti d'oro, dalle
nostre parti lo contestano, per dirla con Crozza gli tirano
un gatto morto sul vetro dell'automobile. Ieri però l'uomo
dei miracoli si è preso la sua bella rivincita: un bagno di
folla alla festa dell'arma dei Carabinieri, a Torino, con i
bambini di una scuola che chiedevano a lui e al presidente
Elkann una foto. I due big, magnanimi, sono scesi dalla
vettura e si sono concessi ai fotografi e ai bambini che
simpaticamente hanno gridato «Forza Juve», strappando un
sorriso a John e a Sergio. Per smentire i maligni che
parlano di fuga della Fiat da Torino e dall'Italia,
Marchionne ha detto che l'impegno in Italia «è chiaro».
Forse a lui, visto che né il governo né i sindacati hanno
avuto l'onore di vedere il piano industriale Fiat, mentre
gli operai ancora aspettano i famosi 20 miliardi di
investimenti nel nostro paese, per non parlare dei nuovi
modelli di automobili. Ama così il nostro paese, Marchionne,
che nei prossimi giorni, prima di ripartire per gli Stati
uniti, incontrerà il nuovo sindaco di Torino, Piero Fassino.
Quello che ha sempre suggerito agli operai di votare sì ai
ricatti Fiat.
La maggioranza del capitale Chrysler conquistata dalla Fiat
con l'acquisto delle azioni del governo Usa è solo un primo
passo. Ora si tratta di sloggiare il sindacato Uaw,
proprietario con il fondo Vaga del 41% del capitale e
necessitato ad accettare anche proposte poco lusinghiere per
riuscire a pagare le pensioni dei dipendenti. E c'è un'altra
casamatta da conquistare: si tratta della quota dell'1,7%
ancora in mano al governo canadese a cui Marchionne ha
offerto 125 milioni di dollari. Il Canada può rifletterci,
ma con il passare del tempo, ha precisato Marchionne,
l'offerta potrebbe anche cambiare.