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diritto di critica e le risposte mai date
Luciano Gallino,Repubblica. 5 giugno 2011
Sergio Marchionne ha affermato che l' Italia deve cambiare
atteggiamento nei confronti di Fiat Auto.
L' Italia dovrebbe diventare più comprensiva nei confronti
delle sue strategie. Più aperta al nuovo che esse
rappresentano in tema di relazioni industriali e di piani
produttivi.
Da ciò si dovrebbe anzitutto dedurre che i suoi uffici gli
passano da tempo una rassegna stampa largamente incompleta.
Una pur rapida scorsa agli articoli pubblicati nell' ultimo
anno o due, alle dichiarazioni dei politici, ai comportamenti
di due dei maggiori sindacati su tre, porta a concludere che
nove articoli su dieci dei maggiori quotidiani, quattro quinti
degli accademici, l' intero governo, e perfino gran parte dei
politici di opposizione si sono espressi con fervore dalla
parte delle strategie di Fiat.
Tutti d' accordo: chi critica Fiat si oppone al nuovo che
avanza, ai dettami della globalizzazione, allo sviluppo
industriale del paese.
Quel che vuole l' ad più noto al mondo tra i costruttori d'
auto (pochissimi tra il pubblico sanno chi sia l' ad di
Volkswagen, del gruppo Peugeot-Citroen, di Ford, ma tutti
sanno chi è il grande comunicatore a capo della Fiat-Chrysler)
non è dunque un atteggiamento più favorevole del Paese: vuole
semplicemente che nessuno lo critichi.
Ora, dato che nessuno fa nulla per niente, si potrebbe
chiedere a Sergio Marchionne che cosa sia lui disposto a fare
affinché la minoranza che non lo applaude come invece fanno
gli americani e la maggioranza dei commentatori italiani cambi
atteggiamento.
Tra le tante, vengono in mente due o tre cose. Marchionne
dovrebbe riconoscere in primo luogo che lo sviluppo del
diritto del lavoro, ovvero dei diritti personali dei
lavoratori ha rappresentato in Italia tra gli Anni 60 e l'
inizio degli Anni 80, per milioni di persone, la porta di
accesso a un mondo dove anche il più povero, il meno istruito,
il più sprovvisto di mezzi, aveva diritto ad essere trattato
come persona, poteva con i compagni levare la voce per
migliorare la propria condizione, non era più soggetto agli
umori ed agli arbitri dei caporali che con un cenno di mano
reclutavano all' alba, oppure no, i braccianti a giornata.
Questo salto da un mondo dove uno non contava niente a uno
in cui, attraverso i sindacati da un lato, e la legislazione
del lavoro dall' altro, uno sentiva di contare qualcosa,è
stato più ampio e significativo in Italia che non in altri
paesi europei i quali o non avevano visto interrotta da una
dittatura la crescita del movimento sindacale, come in Gran
Bretagna e in Francia, oppure si erano trovati subito dopo la
guerra con una legislazione imposta dai vincitori che
assegnava notevole peso politico ed economico al sindacato,
come in Germania.
Un elemento essenziale di tale salto in avanti e all' insù
nella scala dei diritti è stata, in Italia, la libertà di
associazione sindacale e di contrattazione collettiva.
Appunto quella che il piano di Pomigliano prima e quello di
Mirafiori dopo appaiono voler eliminare alla radice.
In questa prospettiva il confronto che tanto la Fiat quanto
i suoi sostenitori propongono con le relazioni industriali in
Usa è del tutto privo di senso.
Per tre ragioni concomitanti:
- sia la legislazione che la giurisprudenza americane sono
molto più arretrate di quelle dell' Europa occidentale;
- i sindacati hanno subito a causa delle politiche
neoliberali, da Reagan in poi, sconfitte catastrofiche;
- infine si trovano addosso il peso enorme delle pensioni
e della sanità privata su basi aziendali, per salvare le quali
debbono accettare qualunque compromesso al ribasso. Come hanno
dovuto fare i sindacati della Chrysler.
In secondo luogo chi si permette di non
festeggiare ogni mossa della Fiat potrebbe cambiare
atteggiamento se l' ad si disponesse finalmente a diradare la
coltre di nebbia che fino ad oggi grava sul piano chiamato
Fabbrica Italia.
Con le sue 650.000 unità prodotte in patria nel 2010 l'
Italia, come costruttore di auto, è stata ormai sopravanzata
non solo da Germania e Francia, ma anche da Spagna, Regno
Unito, Polonia, e perfino dalla Repubblica Ceca e dalla
Serbia.
Stando al piano sopra indicato, nel 2014 la Fiat dovrebbe
tornare a produrre nel nostro Paese oltre un milione e mezzo
di vetture.
Ma dove, e come, con quali catene di fornitura dei diversi
livelli?
Tre quarti di un' auto sono costruiti fuori dagli
stabilimenti in cui si effettua l' assemblaggio finale.
Davvero uno può credere che Mirafiori, che oggi lavora una
settimana al mese quando va bene, sarà definitivamente
rilanciato assemblando grossi suv progettati e costruiti in
gran parte in Usa?
O che negli stabilimenti della ex Bertone, nel Torinese,
saranno prodotte 50.000 Maserati, bellissime auto da 130.000
euro al pezzo, una quantità dieci volte superiore a quelli che
si vendono attualmente?
O, ancora, che Pomigliano ritornerà anch' essa a nuova vita
producendo un modello di utilitaria ormai vecchiotto, che
costa molto meno produrre in Polonia o in Brasile?
Ecco, se in merito a questo paio di punti l' atteggiamento
della Fiat cambiasse, smettendo di presentare un balzo all'
indietro in tema di libertà sindacali come il nuovo che
avanza, e fornendo indicazioni realistiche su ciò che progetta
di fare quanto a organizzazione complessiva delle sue
produzioni, compreso il centralissimo capitolo della
fornitura, anche coloro che per ora hanno più di una
perplessità sia sul salto all' indietro che essa propone nel
campo delle relazioni industriali, sia sul nebuloso piano
Fabbrica Italia, potrebbero cambiare atteggiamento. |