Troppi lavoratori (soprattutto giovani) sono oggi a rischio
pensione. Si tratta dei precari, ma anche di tanti altri
lavoratori con carriere intermittenti o deboli che non
riescono a costruirsi una pensione pubblica adeguata a causa
delle frequenti interruzioni della loro attività e in mancanza
di un sistema efficiente e universale di ammortizzatori
sociali e di contribuzione figurativa, o in presenza di una
situazione di basse retribuzioni. La platea dei potenziali
pensionati poveri non riguarda quindi solo gli attuali
“cococo” , ma si sta estendendo a macchia d'olio e rischia di
determinare a lungo andare un problema di sostenibilità
sociale del sistema previdenziale che invece – dal punto di
vista finanziario – anche alla luce dei tanti interventi
effettuati negli ultimi venti anni è oggi in equilibrio.
Un problema –
quello della sostenibilità sociale del sistema pubblico – che
viene confermato anche dall'ultimo rapporto Inps che parla di
svariate posizioni previdenziali già oggi inadeguate.
Per la CGIL è
arrivato dunque il momento di intervenire sul sistema
previdenziale pubblico per evitare appunto il dramma di
schiere di pensionati poveri nei prossimi anni e uno
squilibrio generale che avrebbe effetti a catena. La
confederazione sta studiando quindi una proposta e delle linee
di intervento che saranno sottoposte al giudizio delle
strutture e delle categorie e saranno presentate in un
convegno da realizzarsi entro il mese di giugno.
L'idea su cui si
sta lavorando è quella di una Pensione contributiva di
garanzia (Pcg) che avrebbe un importo proporzionale agli anni
di contributi versati (effettivi e figurativi) e sarebbe
comunque funzione dell'età del ritiro (tramite l'applicazione
di un fattore di correzione legato ai coefficienti di
trasformazione). In pratica, al momento del ritiro qualora la
pensione fosse inferiore, si avrebbe diritto ad
un’integrazione fino al livello della Pensione contributiva di
garanzia.
Raggiunti i 65
anni di età (anagrafica) e i 40 di contribuzione, l’importo
della Pcg sarebbe pari al 60% del salario medio nazionale
(circa 900 euro netti al mese). Per età o anzianità minori (o
maggiori) la pensione di garanzia verrebbe ridotta
(incrementata) proporzionalmente. La Pensione contributiva di
garanzia è stata quindi pensata in base ai principi ispiratori
del Protocollo unitario del 2007 che fissavano appunto intorno
al 60% del precedente salario il tenore di vita adeguato nel
pensionamento. La Pcg è prevista per tutti i lavoratori, di
qualsiasi settore, ed è una proposta che allo stato attuale
delle cose è pensata per tutelare soprattutto i giovani e le
donne che sono ancora oggi i soggetti più fragili e i più
esposti alle dinamiche negative del mercato del lavoro.
Si deve anche
chiarire che la proposta di una pensione di “garanzia” non
c'entra nulla con gli interventi (anch'essi necessari) contro
la povertà. Si tratta di una proposta specificamente
previdenziale. Si tratta cioè di evitare squilibri e
discriminazioni e in particolare di tratta di evitare che
persone presenti a lungo nel mercato del lavoro (come occupati
o disoccupati) possano alla fine trovarsi a ricevere da
anziani pensioni molto basse, ovvero di importo molto vicino a
quello dell'assegno sociale. Con questa proposta la CGIL
conferma la scelta del sistema contributivo (che come è noto
ha sostituito il retributivo), ma al tempo stesso propone un
correttivo per evitare gravi effetti sulle prestazioni
pensionistiche derivanti dalle distorsioni del mercato del
lavoro.
L'altro elemento
da chiarire riguarda la fonte del finanziamento. La pensione
contributiva di garanzia (come dice la parola stessa) rimane
saldamente ancorata nella sua logica al sistema contributivo.
La garanzia scatta però, integrandone l’importo,al momento di
una pensione insufficiente. E sarà a quel punto lo Stato il
soggetto preposto a intervenire attraverso il ricorso alla
fiscalitàgenerale, visto che la misura è pensata per tutti i
lavoratori dipendenti e autonomi a prescindere dalla loro
collocazione. Da questo punto di vista si propone un nuovo
patto sociale per garantire pensioni adeguate a tutti,
soprattutto ai giovani di oggi che rischiano di avere pensioni
intorno al 30%-40% dell'ultima retribuzione.