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PENSIONI - Una piattaforma sindacale prima che sia troppo tardiIl tema della previdenza, da quella pubblica obbligatoria a quella complementare, rappresenta forse il terreno principale su cui misurare l’efficacia e le caratteristiche del sistema di welfare del nostro paese. Il diritto a una vecchiaia dignitosa è un diritto tutelato dalla Costituzione; ciò nonostante, negli ultimi quindici anni, il sistema previdenziale pubblico è stato oggetto di numerose incursioni che non solo hanno fortemente indebolito la posizione degli attuali pensionati ma soprattutto hanno reso fortemente incerto il futuro delle giovani generazioni, per le quali risulta difficile parlare di una possibile pensione dignitosa. Soprattutto in periodi di difficoltà economiche si è pensato di agire sulla leva previdenziale per fare cassa, per ripianare il deficit del bilancio pubblico. Molti sono stati via via i pretesti e le giustificazioni addotte: dal deficit delle casse previdenziali, al disequilibrio del sistema determinato dal numero crescente e sproporzionato di pensionati rispetto ai lavoratori occupati, dovuto anche all’aumento dell’aspettativa di vita, fino ad arrivare alla famosa gobba per la quale la spesa pensionistica in rapporto al Pil sarebbe salita progressivamente dal 14,2% attuale fino ad un valore massimo del 15,8% nel 2031, per poi scendere fino al 13,2% nel 2050. Ma ci basta dare uno sguardo ai bilanci dell’INPS per capire che cosa è successo e quali fossero i veri obiettivi dei cosiddetti processi riformatori messi in atto nel corso degli anni ’90. Il risparmio che ne è derivato è stato largamente superiore rispetto alle previsioni. Nel 2007 l’attivo è stato di 10 miliardi di euro, nel 2008 è salito a 13 miliardi, nel 2009 scende a 8 miliardi, e così dovrebbe attestarsi nel 2010. Non bisogna però dimenticare che già nel corso del 2008 comincia a prendere corpo e forma una crisi economica, finanziaria e sociale che produce un forte calo produttivo che si ripercuote sui livelli occupazionali e sul tasso di crescita del PIL: Questo ovviamente non può non avere ripercussioni sui bilanci degli enti previdenziali. Quasi tutte le previsioni e le argomentazioni che sono state utilizzate si sono rivelate false o pretestuose. La legge Dini del 1995, considerata la madre della riforma del sistema previdenziale, insieme all’obiettivo della stabilizzazione della spesa pensionistica in rapporto al PIL, tendeva ad armonizzare i trattamenti allora molto diversificati tra settore e settore e a ancorare l’entità della pensione alla contribuzione versata nel corso dell’attività lavorativa. Quest’ultimo obiettivo doveva essere raggiunto con l’andata a regime del sistema di calcolo contributivo che gradatamente avrebbe sostituito il sistema di calcolo retributivo. Il principio del sistema a ripartizione non veniva messo in discussione, ma era già chiaro fin da allora che un effetto della riforma sarebbe stata la riduzione progressiva del tasso di sostituzione, cioè dell’entità stessa della pensione; che questa convinzione fosse presente ci viene dimostrata anche dal fatto che per cercare di attenuare l’impatto negativo fu dato impulso alla previdenza complementare negoziale. Le profonde trasformazioni strutturali del nostro tessuto sociale e del mercato del lavoro che si sono prodotte successivamente hanno determinato un contesto radicalmente diverso da quello che aveva ispirato i processi riformatori degli anni scorsi. Anzi, i loro effetti, calati nel nuovo contesto, producono un corto circuito che ne amplifica gli effetti negativi. Tutto questo ci consegna un quadro di emergenza sociale di fronte al quale sindacati, forze sociali e governative non possono non intervenire. Allora è opportuno mettere in fila alcune considerazioni. • Il nostro sistema previdenziale obbligatorio, definito a ripartizione, è un sistema basato sulla solidarietà tra generazioni diverse e tra lavoratori occupati e lavoratori pensionati: chi lavora con i propri contributi paga la pensione a chi ha smesso di lavorare. Questo sistema deve essere rafforzato perché costituisce garanzia di esigibilità di diritti di cittadinanza. • Anche se chi è in pensione non produce più ricchezza, paga comunque una quantità di tasse molto elevata; in ogni caso, il sistema pensionistico italiano non costituisce un costo per lo stato, ma al contrario una sorta di cassaforte da cui lo stato continua ad attingere depredando il lavoratori dipendenti. • Il sistema è in equilibrio se la contribuzione di chi lavora è sufficiente per pagare le pensioni in essere. Da questo punto di vista il crescere della cosiddetta “speranza di vita” rappresenta sicuramente una variabile di cui tenere conto, ma l’elemento di gran lunga più significativo e determinante è rappresentato dalla quantità di contribuzione che entra nelle casse degli enti previdenziali. • Un mercato del lavoro caratterizzato da disoccupazione crescente, contratti a tempo indeterminato sempre più scarsi, precarizzazione crescente del rapporto di lavoro, lavoro nero ed elusione contributiva, è destinato a produrre effetti devastanti sul sistema previdenziale; occorre inoltre considerare che una quota non indifferente di contribuzione deriva dal lavoro dei cittadini immigrati molti dei quali non ne avranno un ritorno in termini di godimento della pensione. Ammesso di arrivare ad avercela, la pensione sarà estremamente bassa; le proiezioni statistiche, ormai molto attendibili e che tengono conto dei diversi parametri che agiscono sulla determinazione della misura della pensione, ci dicono che chi avrà la fortuna di avere un lavoro regolare per 40 anni, nel 2050 non riuscirà a raggiungere la metà dello stipendio. Possiamo dedurre che siamo all’interno di un processo destinato a creare ampi strati di povertà determinando una situazione di insostenibilità sociale. • La previdenza complementare, per ben che vada, può aiutare ma non può risolvere il problema della insostenibilità sociale dell’intero sistema. Alcune considerazioni finali. I parametri che vincolano il sistema previdenziale sono rigidi e iniqui. Va rivisto in particolare la revisione dei coefficienti di calcolo legati all’aspettativa media di vita. Aver sganciato le pensioni dalla dinamica salariale dei lavoratori attivi ha prodotto un progressivo impoverimento dei pensionati e ha rotto un sistema di solidarietà tra lavoratori attivi e pensionati che durava nel tempo. Il sistema previdenziale non è in grado di garantire e di coprire la complessità attuale del mercato del lavoro e delle diverse forme che i contratti di lavoro assumono. La crisi del sistema contrattuale provocato anche dall’avvento delle nuove regole definite nell’accordo separato, non fa che complicare e rendere più difficile la situazione. Gli interventi che manomettono il sistema previdenziale sono incessanti; con la legge 122 del luglio 2010, si è incrementata l’età pensionabile di un anno, si è portata a 65 anni l’età pensionabile delle lavoratrici del pubblico impiego e si è stabilita la rivisitazione triennale dei coefficienti di determinazione delle pensioni. Le proiezioni false che cominciano a circolare sulla stampa padronale che racconta di pensioni che nel 2050/60 saranno oltre il 60% degli stipendi, ci dicono che si sta predisponendo il terreno per un ulteriore e definitivo assalto al sistema previdenziale pubblico, forse con l’idea di sostituirlo con i fondi pensione sul modello statunitense. E’ urgente una piattaforma sindacale che rimetta al centro la questione previdenziale facendo diventare protagonisti di una nuova stagione di difesa e conquista di diritti giovani lavoratori e disoccupati e lavoratori che hanno terminato il loro ciclo lavorativo. Beniamino Lami Segretario nazionale SPI-CGIL
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