Speculare sui precari e massacrare la scuola
di Fabio Luppino - 4 maggio 2011
Si vedrà
se il governo darà stabilizzazione a 65mila precari della
scuola (in tre anni).
La notizia andrebbe accolta con favore, naturalmente. Ma c’è
del marcio in Danimarca anche quando sembra il contrario.
Sul piano psicologico è senz’altro un sospiro di sollievo
per quei professori che da anni vivono con un incarico che
inizia a settembre e termina a giugno, persone per alcune
migliaia tra i quaranta e i cinquanta, spesso con figli,
ancora in attesa di darsi un futuro.
La buona notizia finisce qui. Perché il resto è demagogia e
bieca propaganda che serve a coprire il peggio. Intanto,
perché ora? Non si poteva prevedere in un altro momento,
considerando che è ancora tutto aperto il caos delle nuove
graduatorie a «pettine».
E poi perché
solo 65mila, quando i posti vacanti nelle scuole sono molti
di più? La misura è smaccatamente elettorale. Arriva una prospettiva
per 65mila e rispettive famiglie, la fine delle snervanti
attese in pieno agosto per la cattedra annuale. Certo, tutto
vero.
Ma, intanto,
sono soldi che lo Stato già paga e quindi avverrà a costo
zero,
salvo poi le ricostruzioni delle carriere di ognuno che
porteranno ad adeguamenti di stipendio, anche se da qui a
qualche anno, forse al termine della legislatura.
Inoltre, non
avviene per scelta: è la conseguenza dei ricorsi vinti al
Tar da precari storici a cui è stata negata la
stabilizzazione.
Ma il Def, il documento di economia e finanza del governo,
dà alla scuola, in realtà, un’altra mazzata finanziaria.
Dal 2012 al
2014 ci saranno riduzioni di spesa ogni anno per complessivi
quattro miliardi e 561 milioni: tredici miliardi e 683
milioni il totale. Se si considera che dal 2009 al 2011 sono
state già tolte risorse all’istruzione per 8 miliardi e 13
milioni, con 87mila cattedre in meno, 42 mila posti di
personale amministrativo, tecnico e ausiliario in meno.
Un piano diabolico, determinato dell’Economia accettato
supinamente dal ministro dell’Istruzione che toglie alla
scuola in questa legislatura circa 22miliardi, 43mila
miliardi delle vecchie lire che fa più impressione, ai tempi
una manovra. Se non si pone rimedio sarà tragedia certa per
le generazioni future.
Le 65mila
stabilizzazioni e basta sono giustificate dal poderoso
taglio di cattedre che continuerà ad esserci da settembre
nella scuola per l’ulteriore messa a regime della
catastrofica riforma Gelmini delle superiori, e il relativo
innalzamento di alunni per classe, i cui effetti sulla
formazione andrebbero spiegati in un apposito dossier:
deprimenti, comunque. Anche il tanto declamato sblocco del
concorso per dirigenti scolastici ha in sé il sapore della
beffa.
Ci sono 2.368
presidi da cercare in un concorso che camminerà da qui ai
prossimi sei mesi.
Per le scuole a settembre non cambierà proprio nulla.
Quest’anno ci
sono stati millecinquecento presidi reggenti, ossia un
dirigente scolastico dislocato su due scuole, di cui una è
quella di riferimento e l’altra è quella, chiamiamola,
subordinata. Immaginate come possa aver agito attivamente,
pur provandoci, il preside sulla scuola cosiddetta
subordinata.
Il concorso andava fatto prima, molto prima, ma prima si
doveva desertificare la scuola e poi, solo dopo dare un
piccolo aiuto.
Con i presidi
reggenti lo Stato ha risparmiato 50 milioni di euro (ma il
danno prodotto è molto superiore) che magari saranno andati
a finanziare l’impennata dei voli di Stato, le auto blu o
altri arroganti sprechi della casta.
Il ritardo nel concorso fa sì che circa duecento presidi che
avevano maturato il diritto alla pensione saranno congelati
per un anno, così come altrettanto personale amministrativo.
Al termine di
questo magnifico disinvestimento sulla scuola la percentuale
di pil investito sull’istruzione scenderà al di sotto del 4%
per arrivare quasi al 3% con riduzioni costanti tra qualche
decennio.