|
04/05/2011
La CGIL
condivide pienamente l'allarme rilanciato questa mattina dal
Presidente Giorgio Napolitano, che ha parlato della previdenza
come di un tema che oggi investe con drammatica urgenza le
aspettative delle nuove generazioni. Da tempo la CGIL parla
del problema della sostenibilità sociale del sistema
previdenziale che - dal punto di vista finanziario - è al
contrario in equilibrio anche per effetto delle tante riforme
attuate. Esiste invece una vera urgenza di intervento a favore
di tutti i lavoratori con carriere fragili (giovani e meno
giovani), di tutti i lavoratori discontinui e di una grande
fascia del mondo del lavoro con salari troppo bassi. Una
situazione che deriva dalla precarizzazione dei rapporti di
lavoro e dalle varie manovre degli ultimi anni che hanno
progressivamente ridotto le prestazioni previdenziali
pubbliche, come la recente modifica dei coefficienti di
trasformazione attuata senza neppure un confronto con le parti
sociali. Per questo il “cantiere previdenza” deve rimanere
chiuso se per riapertura si intendono altri tagli alle
pensioni pubbliche. Si tratta al contrario di ricostruire
elementi di equità e solidarietà e non basta il richiamo al
secondo pilastro della previdenza integrativa, anche perché ci
sono larghissimi strati del mondo del lavoro, milioni di
lavoratori, che non riescono per vari motivi ad accedere ai
fondi previdenziali complementari.
La CGIL, in
occasione dello sciopero generale, ripropone quindi il quadro
della situazione reale delle pensioni pubbliche. Ecco i
risultati del nostro studio:
Che succede alle pensioni pubbliche?
Le recenti misure ridimensionano le pensioni sia dei
giovani, sia dei più anziani ai quali si applica il sistema
“misto”. L'Italia sta costruendo un'enorme platea di
pensionati “al minimo”. Le pensioni dei giovani che cominciano
oggi a lavorare non raggiungeranno neppure il 50 per cento
della retribuzione, dopo 40 anni di contributi versati
all'Inps.
Pensioni ridotte al minimo
vitale, slittamento dell'uscita dal mercato del lavoro per
carenza di contributi versati, impossibilità di costruirsi una
pensione decente da parte dei giovani che lavorano in modo
discontinuo e senza contratti regolari. Ma anche abbassamento
progressivo del “rendimento” (o tasso di sostituzione, ovvero
rapporto tra pensione e ultima retribuzione) delle pensioni di
chi ha cominciato a lavorare 15 anni fa. Le pensioni si stanno
progressivamente assottigliando soprattutto a causa
dell'applicazione dei nuovi coefficienti (mai verificati con
le parti sociali), sia soprattutto una “platea” sempre più
vasta di giovani lavoratori e lavoratrici che non riusciranno
a ottenere assegni previdenziali decenti a causa della
irregolarità e precarietà diffusa dei loro contratti. Per la
prima volta nella storia delle pensioni pubbliche sono dunque
penalizzati sia i lavoratori più “anziani”, sia i “giovani”. I
padri contro i figli è già una storia del passato. L'allarme
viene rilanciato dalla CGIL, alla vigilia dello sciopero
generale, sulla base di un'analisi degli effetti
dell'applicazione dei nuovi coefficienti in vigore da gennaio.
Lavoratori con
carriere fragili che hanno cominciato nel 2010 a versare i
contributi
Dalle simulazioni effettuate sulla base di ipotesi di
salari di ingresso tre volte superiori all'assegno sociale
attuale e ad un andamento dell'economia per i prossimi anni
con un incremento medio del Pil dell'1,5%, un lavoratore
assunto nel 2010, con carriere lavorativa intermittente, che
dovesse andare in pensione all'età di 60 anni, con 35 anni di
contributi versati potrà avere una pensione pari al 36,4%
della sua retribuzione. Solo con 40 anni di contributi versati
lo stesso lavoratore potrebbe ottenere una pensione pari al
41,6% della retribuzione.
Un lavoratore nelle stesse
condizioni che decidesse però di andare in pensione a 61 anni,
invece di 60, per arrivare ad una pensione intorno al 42%
della sua ultima retribuzione dovrebbe lavorare 40 anni
consecutivi. Sempre per un lavoratore assunto nel 2010 e che
versi regolarmente i contributi all'Inps, dovrebbe arrivare a
65 anni, con 40 anni di versamenti per ottenere una pensione
pari al 48,5% della retribuzione.
Lavoratori
parasubordinati
Una particolare preoccupazione riguarda le
prospettive previdenziali dei lavoratori parasubordinati, i
quali sono soggetti ad un’aliquota previdenziale
significativamente inferiore di quella a carico dei dipendenti
(26% versus 33%, dopo anni di contribuzione con aliquote di
computo ben inferiori anche al 15%) e, più in generale, dei
lavoratori discontinui, data la scarsa rilevanza nel sistema
di welfare italiano di schemi di ammortizzatori sociali e
contribuzione figurativa ad essi destinati. Si consideri, in
aggiunta, che tali lavoratori, rispetto ai dipendenti con
contratto a tempo indeterminato, sono caratterizzati, oltre
che nel caso dei parasubordinati da un’aliquota contributiva
inferiore e dall'assenza di contribuzione per il TFR, sono
caratterizzati, generalmente, da minori salari e maggiore
discontinuità della carriera. In aggiunta, poiché, trovandosi
a fronteggiare elevati vincoli di liquidità, è poco probabile
che tali lavoratori possano volontariamente aderire a forme
pensionistiche private integrative.
Carriere miste. Da
parasubordinato a dipendente
Un'altra ipotesi adottata nelle simulazioni della
CGIL riguarda il passaggio dal lavoro parasubordinato al
lavoro dipendente vero e proprio. Sempre come ipotesi si è
adottato il caso di stipendi pari a 3 volte l'assegno sociale
con una intermittenza di reddito (contributi figurativi non
versati) e carriere da lavoratori dipendenti con salari pari a
4 volte l'assegno sociale. Ebbene per queste figure specifiche
(tra l'altro sempre più diffuse nel mercato del lavoro
attuale) per avere una pensione pari al 34,4% della
retribuzione percepita si dovrà andare in pensione a 60 anni,
con 35 anni di contributi versati. Questi lavoratori
dipendenti (ex parasubordinati) dovranno andare in pensione a
65 anni e versare almeno 40 anni di contributi per poter avere
una pensione che non raggiungerà il 50% della retribuzione
(48,8% per la precisione).
Anche con carriere
lunghe pensioni basse
Dalle simulazioni si evidenziano aspetti molto
preoccupanti: il tasso di sostituzione lordo è spesso ben
lontano da un livello (solitamente ritenuto accettabile)
intorno al 55-60%; a segnale di un fenomeno ancora più
preoccupante (e a conferma di come nel sistema contributivo il
solo tasso di sostituzione sia spesso un indicatore
insufficiente delle prospettive previdenziali), in molte
simulazioni carriere lunghe (anche se intermittenti)
potrebbero non essere sufficienti per ricevere una pensione
contributiva che ecceda l’entità dell’assegno sociale o il cui
importo non sia talmente basso da dare diritto a ricevere come
integrazione parziale tale trasferimento di carattere
assistenziale (con le ovvie conseguenze, da un lato, in
termini di stigma e disincentivi all’offerta di lavoro per i
beneficiari, dall’altro, di impatto sul bilancio pubblico come
maggior spesa assistenziale).
Tagli tra l'8 il 16%
del valore delle pensioni
Applicando i nuovi coefficienti decisi dal governo
scavalcando completamente la concertazione con le parti e già
in vigore da un anno e mezzo (gennaio 2010), si evidenziano i
veri tagli alle pensioni. Facciamo qualche esempio. Per un
lavoratore di 60 anni con 29 anni di contributi versati, la
perdita ammonta al 7,28%. Per un lavoratore con 25 anni di
contributi versati e 60 anni di età anagrafica la perdita
ammonta all'8,43%. Meno anni di contribuzione alle spalle e
più riduzione della pensione. Per un lavoratore sessantenne
con 20 anni di contributi la pensione perde il 10,49% del suo
valore iniziale. Con 15 anni di contributi versati, il taglio
è del 13,88%. Con 60 anni di età e 13 di contributi versati,
la diminuzione del valore della pensione è pari al 16 % circa.
La riduzione del valore delle pensioni si attutisce
leggermente solo con l'innalzarsi dell'età anagrafica. In ogni
caso anche pensioni di lavoratori di 65 anni con anzianità
contributive che vanno dai 13 ai 29 anni subiscono tagli tra
l'1,34% e il 2,95%. |