a cura di
Clash City Workers
Il risultato del referendum di Mirafiori, nonostante la consistente
percentuale dei “no”, ha messo il sigillo su un processo di
smantellamento della contrattazione collettiva cominciato
già da tempo.
Fin dall'ingresso della fase più acuta della crisi infatti non si è
persa occasione per diffondere ed amplificare attraverso un apparato
mediatico ben addestrato messaggi del tipo “bisogna fare dei
sacrifici”, “siamo tutti sulla stessa barca” e soprattutto “le
vecchie regole non reggono più”. Così, con il terreno spianato
grazie a questa campagna tutta ideologica e particolarmente
pervasiva, non ci si è fatto alcuno scrupolo a sperimentare
nel Febbraio 2010 i primi accordi in deroga al contratto nazionale
speculando su situazioni di grave emergenza occupazionale. E' quello
che è accaduto nel settore del credito con il contratto di Banca
Intesa per le nuove assunzioni nelle zone di L'Aquila, Lecce e
Potenza firmato con quasi un anno di anticipo rispetto all'exploit
di Marchionne.
Ma chiaramente “sfondare” a Mirafiori assume un significato
tutto particolare che è immediatamente politico e che è destinato a
imprimere una svolta alle relazioni industriali così come
le abbiamo conosciute perlomeno dagli anni settanta ad oggi. Lo
scenario che il capitale nostrano vuole delineare prevede infatti
che, poco a poco, ci saranno diversi contratti per diverse aziende,
ognuno dei quali modellato secondo le esigenze particolari del
padrone di turno, e che il contratto collettivo nazionale
potrà essere considerato soltanto una alternativa fra le altre.
E' questo è quello che traspare chiaramente anche dalle pronte
dichiarazioni post-referendum di Federmeccanica e di ampi settori di
Confindustria e Governo. Inoltre è praticamente scontato che molti
dei contenuti dell'accordo saranno velocemente recepiti al di fuori
della Fiat innescando in tal modo un effetto a cascata che
coinvolgerà anche aziende operanti in altri settori a cominciare da
quelle che sono le dirette concorrenti del colosso torinese e cioè i
grandi gruppi quotati a Piazza Affari.
Gli obiettivi di questo netto cambio di passo del capitalismo
italiano sono quelli di sempre: l'aumento dello sfruttamento della
forza lavoro, la divisione e l'isolamento della classe ed, in modo
particolare, la subordinazione totale del salario alla produttività
da perseguire attraverso quelle che appaiono le modalità più adatte
alla fase di crisi attuale. In tal senso tornano alla
ribalta e cercano una loro generalizzazione le forme più spudorate
di cottimo. Lo stesso Marchionne, infatti, nel millantare
la bontà del suo progetto “Fabbrica Italia” illustra come le
condizioni economiche dei lavoratori Fiat miglioreranno attraverso
l’utilizzo del metodo “risultato di impresa”. Ma cos’è il risultato
d’impresa se non un nuovo modo di definire un rapporto di lavoro a
cottimo? Ma soprattutto come sarà ottenuto questo risultato
d’impresa se non attraverso l’aumento dell'intensità del lavoro? Ed
ecco quindi che anche in questo caso il progetto “Fabbrica Italia”
ha trovato una soluzione: più straordinari obbligatori, riduzione
delle pause e l’utilizzo sulle linee della tecnologia Ergo-Uas il
cui obiettivo è quello di aumentare la produttività limitando al
minimo lo spazio mobilità dell’operaio, gravando ovviamente sulle
sue condizioni fisiche e mentali.
D'altronde è proprio dall’innominabile concetto del cottimo che
prendono vita tutte quelle forme di contratti atipici introdotte
negli ultimi 15 anni dalle riforme del mercato del lavoro dei
governi di centrodestra e centrosinistra ed è esattamente
questo ciò che si cela dietro tutte la retorica magnificante sulla
flessibilità a cui siamo ormai tristemente abituati. Lo
stesso presupposto, tra l'altro, su cui poggiano il recente
“Collegato lavoro” e la proposta del ministro Sacconi di approvare
uno Statuto dei Lavori che consegni definitivamente alla storia lo
Statuto dei Lavoratori ed il suo articolo 18. E ancora, è in questa
cornice che vanno inquadrati anche i violenti attacchi degli ultimi
anni al pubblico impiego (con conseguente scivolamento verso il
basso di una buona fetta di ceto medio) e i provvedimenti sulla
detassazione degli straordinari che, avendo una ricaduta diretta sia
sui lavoratori che (e soprattutto) sulle aziende, servono anche a
rafforzare quell'operazione ideologica tesa a farci sentire tutti
appartenenti ad una stessa comunità di destini, indipendentemente
dalla nostra collocazione sociale.
E' il prefigurarsi di una fase davvero neocorporativa della
società italiana di cui l'emblema è proprio il
referendum-ricatto di Mirafiori. Una delle caratteristiche
principali del neocorporativismo infatti è la necessità di ottenere
un consenso di massa, esigenza che nei periodi di crisi si acuisce e
spinge alla marginalizzazione e demonizzazione di chiunque anche
solo accenni alla ribellione. Il pensiero va quindi alle
organizzazioni sindacali che non hanno accettato l'accordo ma anche
agli immigrati di Rosarno, ai precari della scuola e della ricerca,
agli studenti scesi in piazza il 14 dicembre. Anche a livello
istituzionale la tanto agognata (anche da qualche sedicente forza di
sinistra...) prospettiva di un “governo tecnico” con il fulcro nel
nascente terzo polo conservatore sembra confermare questa tetra
ipotesi.
Anche se esposte qui in maniera molto sintetica sono queste le
considerazioni che non ci possono far sottovalutare la portata
epocale del Piano Marchionne e l'importanza dello snodo attuale
della storia economica e sociale italiana. Siamo obbligati quindi a
fare uno sforzo in più anche, per quanto ci riesce, in termini di
riflessione e di analisi. Un'altra stagione come quella che sta per
chiudersi, è davvero il caso di dirlo, non possiamo più
permettercela.