Governo rassegnato: timone a Detroit
ma chiederemo garanzie su Torino
E' chiaro anche all'esecutivo che la società post-fusione avrà sede legale negli Usa. "In Italia resti almeno il centro direzionale europeo"
Fiat-Chrysler sarà una società americana. Avrà negli States la
sua sede legale, applicherà le leggi di quel paese. Per molti
analisti era scontato che sarebbe finita così fin dai primi passi
del matrimonio tra i due gruppi automobilistici. Ma adesso se n'è
praticamente convinto anche il governo italiano. Quasi rassegnato.
La mossa di Palazzo Chigi di convocare Marchionne alla fine della
settimana significa questo.
E dà il senso di un cambio di rotta e pure di nuovi scenari,
industriali, sindacali e politici.
Perché l'iniziativa di chiamare a Roma il manager italo-candese non
si inserisce solo in quella specie di nuovo corso, suggerito al
presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dal direttore del
Foglio, Giuliano Ferrara, che vedrebbe l'economia al centro
dell'azione di governo (mercoledì è previsto il varo del cosiddetto
piano per la crescita), ma nasconde la preoccupazione vera che
Torino, la città della Fiat e dell'auto italiana, diventi periferia
di Detroit. Marginale, insomma. Uno smacco anche per un governo che
ha fatto dell'assenza della "vecchia" politica industriale dal
sapore dirigista quasi un vanto.
"Non siamo preoccupati più di tanto", ridimensionava ieri sera il
ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che in questa partita ha
deciso di giocare un ruolo chiave. È lui - e non il titolare dello
Sviluppo, Paolo Romani, cui spetterebbe istituzionalmente - che si è
precipitato a chiamare Marchionne dopo le dichiarazioni rilasciate dal manager a San Francisco dalle quali si capiva
chiaramente che la centralità di Torino nel futuro Fiat-Chrysler non
ci sarà. Nella telefonata dell'altro ieri con Sacconi, Marchionne ha
esposto il progetto dei quattro head-quarter o centri direzionali e
progettuali mondiali (Detroit per l'America settentrionale, il
Brasile per l'America meridionale, l'Italia per l'Europa, e uno
asiatico per l'estremo oriente), ma non ha affatto garantito che il
nuovo gruppo multinazionale proseguirà ad avere la sua sede legale a
Torino. Ha confermato, piuttosto, quello che aveva detto in
California: "La base della nuova società (frutto della fusione
Fiat-Chrysler) potrebbe essere qui". Ecco. D'altra parte il
salvataggio della Chrysler potrebbe avere una serie di conseguenze
sul piano finanziario e su quello legale da imporre la sede negli
Stati Uniti. Oltreché il fatto che gli americani mal vedrebbero
un'acquisizione da parte di un gruppo straniero.
E, dunque, chi - dopo quella telefonata partita dall'Italia verso
gli States - ha avuto modo di parlare in privato con Sacconi sa
anche che il ministro trevigiano si è convinto che l'ipotesi
americana sia molto concreta, quasi scontata. Se, al contrario,
avesse avuto rassicurazioni sul futuro "italiano" della Fiat, non
avrebbe certo organizzato con il sottosegretario Gianni Letta la
convocazione di Marchionne.
Ora il problema per il governo è ottenere certezze sulla missioni
non solo produttive ma anche direzionali e progettuali di Torino.
Perché, insomma, stia in Italia l'head-quarter per l'area e il
mercato dell'Europa e anche dei paesi emergenti del nord Africa. "È
molto probabile che sia così - dice Giuseppe Berta, storico
dell'industria alla Bocconi - ma non è scontato". Ed è proprio
questo che teme il governo: che il futuro di Torino non sia
scontato. C'è il timore che gli scontri durissimi che ci sono stati
prima a Pomigliano e poi a Mirafiori, possa portare Marchionne
(seccato e infastidito anche per la ridda di polemiche seguite dalle
sue dichiarazioni californiane) a spostare addirittura tutto in
Polonia, in quella Tichy che oggi con un solo stabilimento produce
quanto le quattro fabbriche della Penisola. Una multinazionale -
come la Fiat - non può escluderlo. Sono solo ipotesi. Tuttavia è
certo che una volta stabilizzata la sede legale negli Stati Uniti,
in Italia si importerebbe il "modello brasiliano" con un centro
direzionale molto leggero per definire le strategie produttive e di
marketing per quel mercato. Un vero ridimensionamento per Torino.
Ma per vincolare Marchionne, il governo Berlusconi sa di avere poche
armi a disposizione. "Non ci sono soldi", ripete come un mantra il
ministro Tremonti. E senza soldi è difficile mettere in campo
politiche a sostegno dell'industria. Sacconi parla di "politiche di
contesto", di regole per favorire le attività industriali, anche per
"consolidare" le scelte di Marchionne per Fabbrica Italia. Che il
governo in extremis ha deciso di abbracciare. Questo rivendicherà
l'esecutivo davanti a Marchionne nella prossima riunione di Palazzo
Chigi. Troppo poco per impedire che la nascente multinazionale
Fiat-Chrysler abbia sede a Auburn Hills, contea di Oakland, Stato
del Michigan, Stati Uniti d'America.