«Ci trasferiamo a Detroit» Il
gioco al massacro di Sergio Marchionne
Ci si è chiesti spesso in questi giorni come avrebbe fatto l’Ad di
Fiat Sergio Marchionne a far dimenticare il misero risultato politico
rimediato a Mirafiori. Tempo un paio di settimane, ed ecco la zampata:
Fiat pronta ad andar via da Torino. Stavolta non ci sono ragioni
particolari legate al comportamento, o prese di posizione, di
lavoratori e sindacati. Si fa così e basta. I tempi non saranno
immediati, ma la prospettiva viene data come la naturale conseguenza
della fusione tra Chrysler e Fiat e dell’incertezza degli assetti
societari. In pratica, Fiat potrebbe affrontare, come si capisce tra
le righe da una “precisazione“ telefonica dello stesso Marchionne al
ministro Maurizio Sacconi, un forte ridimensionamento della famiglia
Agnelli. E a quel punto non ci sarebbe più nessun legame con Torino.
Il possibile disimpegno da Torino, se non della direzione, a questo
punto, sicuramente della produzione, arriva a pochi giorni
dall’incontro con il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani,
che con Marchionne dovrà formalizzare l’accordo di programma per
Termini Imerese.
La Cgil chiede subito un chiarimento davanti al Governo in cui
finalmente si discuta di piano industriale. Pronta la risposta della
Fiom: «La richiesta di un incontro che fanno tutti oggi è tardiva»,
dice chiaramente Giorgio Airaudo, della segreteria nazionale della
Fiom e responsabile del settore Auto. «Se siamo in questa situazione -
continua il sindacalista - c’è una gravissima responsabilità del
Governo e delle classi dirigenti a tutti i livelli che stanno
sottovalutando il rischio per il Paese di perdere la testa del
gruppo».
L’annuncio getta nello smarrimento il Pd, che più di chiedere anche
lui un immediato intervento del Governo non riesce a dire. «Non mi
sorprende. Quando dopo decenni di aiuti, un governo non chiede conto
di nulla...», commenta amaramente Sergio Cofferati. «Nessuno conosce
il piano industriale di Fiat, cosa che può capitare solo in un Paese
come il nostro, dove premier e governo non si sono occupati in prima
persona dell’azienda automobilistica». Quanto all’atteggiamento del Pd
sulla vicenda Cofferati, tra i più critici nel partito sulla vicenda
Mirafiori, si limita a rispondere: «Mi dichiaro prigioniero
politico...».
Gli imprenditori torinesi e del Piemonte sono in preda allo sconforto
e ricordano che l’indotto rappresenta «qualcosa come 100mila
occupati». «In questi anni - aggiungono - hanno dato molto in questi
anni per il mantenimento e la crescita della Fiat».
Maurizio Sacconi cerca di tagliar corto: «Una vaga ipotesti non è una
decisione», commenta frettoloso.
Tra gli altri, c’è spazio anche per la fantasia. Per Giuseppe Berta,
docente alla Bocconi, ed ex responsabile dell’archivio storico Fiat,
in prospettiva potrebbero esserci ude teste, una europea e una
americana: e perché no, anche una asiatica. In questo contesto,
evidenzia Berta, «si capisce meglio anche l’operazione sulla
produttività voluta da Marchionne in Italia: saranno utilizzati solo
gli impmianti efficienti, che rispettano standard internazionali. Non
si può pensare che ci sia un occhio di riguardo per l’Italia».
Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, «come dice il proverbio: chi
pecora si fa, il lupo se la mangia». «Come avevamo previsto - osserva
- Marchionne dopo aver incassato la demolizione del contratto
nazionale di lavoro bada solo ai suoi interessi e si prepara a
inglobare la Fiat dalla Chrysler. Una vergogna che dimostra come sia
stata fallimentare la strada di tutte le forze politiche dal Pd alla
Lega di appoggiare Marchionne contro gli operai. Il governo deve
intervenire e bloccare il piano di Marchionne per impedire la
distruzione della Fiat».
Anche Giorgio Cremaschi ricorda le previsioni sul disastro prossimo
venturo fatte, in questo caso, dalla Fiom. «Ormai le intenzioni di
Marchionne sono chiare e pubbliche - dice - ed è ora che l’Italia esca
dall’ignavia politica di destra e di sinistra che ha permesso
all’amministratore delegato della Fiat di usare il patrimonio
nazionale della Fiat per diventare capo della Chrysler. Avevamo
ragione noi e tutti i complici sindacali e politici di Marchionne
avevano torto. Adesso bisogna lavorare per rovesciare il piano
Marchionne». E i “complici sindacali” che dicono? Non parlano,
ovviamente. A tentare di dire qualcosa è Claudio Chiarle, segretario
della Fim-Cisl di Torino, che addossa alla Fiom la responsabilità del
dietro front di Fiat.
Fabio Sebastiani
in data:07/02/2011
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