Adesso potrebbe essere questione di un mese. Se tutto andasse nel
modo più favorevole al governo, cioè se non ci fossero ulteriori
intoppi, il decreto legislativo sul federalismo municipale potrebbe
anche essere approvato in via definitiva dall’esecutivo in poco più
di trenta giorni. È questo il tempo previsto dalla legge delega 42
del 2009 per un dibattito parlamentare necessario nel caso in cui il
governo voglia comunque approvare un decreto su cui gli organi
parlamentari abbiano dato un parere negativo. Che è quello che è
successo due giorni fa nella Commissione bicamerale per l’attuazione
del federalismo fiscale (composta da 15 deputati e 15 senatori).
Anche nell’ipotesi che questo pezzo di federalismo, che riguarda le
imposte gestite dai Comuni, diventi operativo, non ci sarà alcuna
rivoluzione autonomista, non sarà la svolta promessa dalla Lega Nord
ai suoi elettori, o lo strumento per raddrizzare “l’albero storto
della finanza pubblica” annunciato dal ministro Giulio Tremonti.
Semplicemente un altro po’ del carico fiscale si sposterà dai
titolari di rendite (immobiliari) al lavoro dipendente, con grandi
incertezze per i conti dello Stato e dei Comuni stessi. Abbiamo
chiesto al professor Alberto Zanardi, ordinario di
Scienza delle finanze all’Università di Bologna, di spiegare cosa
cambierà in concreto per i contribuenti e per i Comuni con le
principali novità del federalismo municipale. Qui sotto le sue
risposte.
Cedolare secca: risparmi per
privilegiati
Riguarda la tassazione del reddito derivante da un immobile
affittato. Per il contribuente il passaggio dall’Irpef alla cedolare
secca con aliquota del 19 o 21 è opzionale, si può scegliere la
soluzione. Lo sconto potenziale sulle imposte dovute è più rilevante
per i contribuenti con un più alto reddito complessivo ed è
indifferente per i redditi più bassi, che continueranno a scegliere
l’Irpef. I comuni oggi ricevono circa 11 miliardi di trasferimenti.
Ora al posto dei trasferimenti ci sono tributi devoluti e
compartecipazioni. Tra questi la cedolare. Ma nella valutazione
della ragioneria questa garantisce parità di gettito soltanto se
emerge molto reddito ora sommerso. C’è quindi un problema di
incertezza.
Addizionali Irpef: colpiti
sempre i dipendenti
Per i Comuni si ritorna alla normalità: si passa dal blocco della
possibilità di variazione delle aliquote Irpef a restituire le leve
fiscali ai sindaci per aumentare, se ne hanno bisogno, il gettito.
Ma se c’è una riduzione delle dotazioni dello Stato ai Comuni ci
sarà una tendenza a usare questa leva, massimo per lo 0,4 per cento
(con aumenti massimi dello 0,2 per cento annuo). Per i cittadini c’è
il rischio di un aumento del peso di un tributo come l’Irpef che di
fatto colpisce quasi solo dipendenti e pensionati. Sarebbe stato
meglio riattivare l’Ici, per ripartire il peso tra lavoratori e
percettori di rendite.
Scopo e turismo: 5 euro a notte
e più infrastrutture
L’imposta di soggiorno e quella di scopo sono un’altra leva data ai
Comuni, ma ancora non sono specificati i dettagli sul loro
funzionamento. L’imposta di soggiorno attribuita ai Comuni capoluogo
e a quelli turistici viene caricata sul prezzo di ogni notte di
soggiorno, fino a un massimo di cinque euro. Il gettito che deriva
dall’imposta deve essere utilizzato per finanziare spese collegate
ai Beni culturali e questo è utile, perché i turisti producono
reddito ma comportano costi. La tassa di scopo esisteva già, ma
viene ampliata. Si tassano i cittadini spiegando che l’imposta serve
per costruire un ponte, un’infrastruttura. Si allarga la tipologia
di opere pubbliche finanziabili ma mancano ancora i dettagli.
Imposta municipale: più tasse
per i commercianti
L’Imu (Imposta municipale unica) scatta dal 2014. Per i Comuni c’è
l’incertezza che la nuova imposta garantisca lo stesso gettito delle
imposte che accorpa. Cioè, all’85 per cento, l’Ici sulle seconde
case e gli immobili commerciali. Cambia l’aliquota, stabilita allo
0,76 per cento, al di sopra del livello attuale che in media è lo
0,5 per cento. La ragione per cui aumenta è che su una parte dei
redditi immobiliari gravano delle imposte dirette come l’Irpef. Si
trasforma un’imposta sui redditi in una patrimoniale. Questa
aliquota, secondo la relazione tecnica, dovrebbe generare parità di
gettito. Per i Comuni comporta un limite all’intervento sulle
aliquote, quindi minore autonomia. Per le imprese non si realizza la
cancellazione dell’Irpef: continuano a pagarlo per gli immobili che
usano per il loro lavoro. C’è quindi uno spostamento del carico
fiscale a sfavore dei lavoratori autonomi, delle imprese e delle
società di capitale che percepiscono redditi fondiari.
Fondo perequazione: chi ha
avuto, ha avuto
È il vero elemento mancante del sistema. Dovrebbe sopperire alla
diversa distribuzione delle imposte tra i diversi comuni, in modo da
garantire ai Comuni di finanziare i fabbisogni standard delle loro
funzioni. Cioè per i servizi fondamentali come gli asili nido, i
trasporti pubblici locali, l’assistenza agli anziani. Ci
saranno Comuni molto dotati perché hanno molte seconde case immobili
commerciali, altri che non hanno questa fortuna. I Comuni dove ci
sono tante prime case, sulle quali non si paga alcuna imposta,
avranno relativamente poche entrate. Ci si aspettava un decreto
legislativo che specificasse le fonti di finanziamento e le modalità
di riparto di questo fondo a cominciare dalle direttive della legge
delega. Invece non è specificato come si finanzia e come usa le
risorse. Il problema è stato semplicemente rimandato,
pericolosamente, visto che siamo vicini alla scadenza della delega
(a maggio). Quindi non si sa quali saranno le risorse complessive a
disposizione dei Comuni.
da Il Fatto quotidiano del 5 febbraio 2011