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Silenzio, parla
Federmeccanica. (19-01-2011)
di Stefano Galieni
Si l’associazione dei padroni fra cui spicca l’onorevole Calearo, ex
Pd convertitosi sulla via di Arcore, dopo qualche giorno di
sbigottimento, si è espressa in merito a quanto va accadendo nel mondo
delle imprese e dei sindacati. L’effetto Mirafiori si è fatto sentire,
Marchionne che le idee le ha ben chiare, ha voluto mostrare come anche
un corpo intermedio di parte come Federmeccanica, debba rinnovarsi,
ergo sciogliersi. Il contratto nazionale, anche di primo livello non è
un dogma ha affermato il suo direttore generale Roberto Santarelli, il
modello del 2009 è desueto, bisogna passare a contratti diversificati,
azienda per azienda. A parte la curiosità insita nella constatazione
che un contratto che non ha neanche 2 anni è desueto mentre i prodotti
di gran parte delle aziende associate restano il vero retaggio
novecentesco dell’impianto produttivo, pare utile interrogarsi su
questa gravissima dichiarazione. Di fatto hanno ragione da vendere in
Fiom, quando, oltre a denunciare l’inaccettabilità di siffatta
proposta, dicono che si va sancendo la liquefazione di un modello
associazione imprenditoriale. A cosa serve infatti tenere in piedi
Federmeccanica se poi ogni azienda sarà libera di applicare proprie
norme contrattuali, entrando anche in competizione fra di loro? Le
rassicurazioni di Santarelli: rispetto delle regole, rappresentanza e
diritti sindacali garantiti, mutamento che riguarderebbe solo una
piccola parte delle aziende, risultano poco convincenti. Viene da
pensare che attraverso la mutazione dell’associazione in una
Confederazione in un contesto di federalismo acquisito, si stia
cercando di mantenere in vita un contesto che altrimenti rischia di
essere spazzato. Santarelli, parlando a nome del consiglio direttivo
che si è riunito oggi a Milano, ha fatto affermazioni pesanti salvo
poi dire che il “contratto aziendale” potrebbe riguardare solo le
grandi aziende, non più di 500 sulle 12.000 associate. Facile a dirsi,
nelle piccole aziende non c’è neanche bisogno di modifiche
contrattuali , in molte il sindacato non può neanche mettere piede. È
comunque vero che l’intervento sulle grandi aziende ha come obbiettivo
dichiarato di permettere l’ingresso (o è più corretto parlare di
rientro?) della Newco Fiat, in Confindustria, altro soggetto che dovrà
rivedere in maniera netta il proprio funzionamento e la propria
ragione sociale. Ed è curioso come tanto le associazioni
imprenditoriali quanto i sindacati di accompagnamento sembrano
incapaci di capire quanto l’effetto da apprendista stregone del
modello Marchionne, sia destinato a mutare lo stato di cose esistenti.
Rappresentanza democratica delle istanze dei lavoratori e contratti
aziendali sono, soprattutto nel tempo della crisi, quando la
recessione morde ed aumenta, semplicemente incompatibili. Non
casualmente chi dirige le aziende tenta di ricostruire un modello di
relazioni nuovo fondato sull’era Marchionne e chi si è schierato con
tale progetto sia in difficoltà e non riesca a evitare la crescita dei
conflitti. Infatti ci si spreme a condannare come conservatrice e al
di fuori dalla realtà, la scelta della Fiom dello sciopero generale
del 28 gennaio. E se invece a guardare avanti fossero proprio Landini,
Airaudo e i tanti e le tante che hanno deciso di dire no?
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