Camusso tenta il blitz su Landini - "Non è una vertenza solo vostra"
La leader: "La questione Fiat è generale, la Cgil non può stare fuori". Ma i metalmeccanici resistono. "Non vi caccerò, non sono Bonanni, né firmerò al posto vostro perché lo statuto lo vieta" di ROBERTO MANIA
SUSANNA Camusso tenta il blitz, quasi un mini-commisariamento dei
duri della Fiom. Ma dopo quasi sei ore di riunione nella sala
"Fernando Santi" al primo piano del palazzone di Corso d'Italia, sede
della Cgil, non riesce a piegare le resistenze di Maurizio Landini,
leader della Fiom. Da una parte i nove segretari confederali,
dall'altra i quattro dei metalmeccanici. Due modi di concepire
l'azione sindacale, il rapporto con la politica, il conflitto con i
"padroni" nell'epoca della globalizzazione, ma anche la delega dei
lavoratori.
Una discussione lunga e tesissima. Un clima pesante. Senza un punto di
incontro finale. Divisi. La Fiom andrà da sola verso un'orgogliosa
sconfitta al referendum tra i cinquemila lavoratori della newco
Fiat-Chrysler di Mirafiori, senza che la Cgil possa entrare in campo.
Perché questo era l'obiettivo del segretario generale Camusso: far
gestire alla confederazione, cioè alla Cgil, l'inedita
vertenza-Marchionne. "Questa - ha sostanzialmente argomentato Camusso
- è una vertenza generale che riguarda tutto il sindacato, gli
strumenti della rappresentanza, la contrattazione. Non è solo una
questione di categoria. Riguarda tutti". Landini ha detto no. L'ha
detto in sindacalese: "La titolarità è nostra". E le regole della Cgil
sono dalla sua parte. È il nocciolo dello scontro ormai decennale tra
la Cgil e i suoi metalmeccanici arrivati nella seconda metà degli anni
Novanta a teorizzare addirittura l'"indipendenza" della Fiom pure
rispetto
alla Confederazione. Oggi la Fiom non è solo la federazione dei
metalmeccanici è anche la minoranza della Cgil, sconfitta all'ultimo
congresso dalla linea Epifani-Camusso, l'83 per cento contro il 17. La
Fiom è di fatto, con tutte le contraddizioni del caso, la "quarta"
confederazione, massimalista, antagonista e movimentista.
Il tentativo di imbrigliare i metalmeccanici non è riuscito. Eppure
Susanna Camusso, che nella Fiom subì l'onta della "cacciata" proprio
ad opera di Claudio Sabattini di cui Landini è il più giovane erede,
pure ieri ha rilanciato: "Facciamo la campagna per il no. Ma poi
dobbiamo accettare l'esito del referendum. Dobbiamo esserci dentro la
fabbrica. Non lasciamo soli i lavoratori". Perché l'idea che si possa
fare il sindacato stando in un camper all'esterno degli stabilimenti,
Susanna Camusso, continua a considerarlo un errore. Un grave errore.
Landini alla Camusso: "Non capisco il fatto di accettare il
referendum. Quel referendum è illegittimo. Non dobbiamo accettare il
terreno di Marchionne. Scaricare tutte le responsabilità sui
lavoratori di Mirafiori è un errore: sono lavoratori sotto ricatto.
Qui non siamo di fronte a un brutto accordo bensì a un cambio epocale
delle relazioni industriali. Qui è in gioco il ruolo e il futuro
stesso del sindacato confederale e della sua attività principale: la
contrattazione. È una novità assoluta. Apriamo una discussione ampia,
superando le rispettive posizioni congressuali perché siamo tutti
convinti, voi e noi, che quelle per Pomigliano e Mirafiori siano
intese inaccettabili".
Sono due linee che torneranno a scontrarsi domani e dopodomani a
Chianciano all'Assemblea (la seconda in cento anni) di tutte le 130
Camere del lavoro della Cgil. E poi ancora nel Direttivo confederale
di sabato prossimo dove Camusso porterà la sua proposta per la
rappresentanza e la democrazia sindacali. Lì Camusso vincerà, a
maggioranza, contro la Fiom che ha un'altra proposta tradotta
addirittura in un disegno di legge di iniziativa popolare consegnata
al Parlamento. Quella di ieri è solo una tappa della resa dei conti.
Camusso non poteva andare oltre. E ha voluto precisare che mai firmerà
un accordo al posto della Fiom o di un'altra sua categoria: "La Cgil
non può sostituirsi a voi. Non fa parte della nostra storia, non lo
consente il nostro Statuto". Poi una battuta: "E nemmeno vi caccerò.
Io non sono Bonanni!". "E nemmeno io sono Trentin!", ha detto Landini
ricordando il segretario che si dimise dopo aver firmato il patto del
'92 con Giuliano Amato a Palazzo Chigi. Landini: "Io non ho violato il
mandato dei lavoratori e non mi dimetto". Sorrisi. A denti stretti,
però.