• Duccio Valori*
     

    MANIFESTO 5-1-2011

    La strategia Fiat, con Sergio o senza Sergio
     

    Gli azionisti di controllo della Fiat hanno scelto un manager che, nel giro di pochi mesi, ha visto crollare le vendite dei loro prodotti, si è messo in rotta di collisione con il sindacato più importante del settore, vuole uscire dalla Confindustria (fino a non molto tempo fa fedele portavoce della stessa Fiat) e che, incidentalmente, costa quanto un intero reparto di Mirafiori. Ci si può legittimamente chiedere se sono matti.
    Ma, come disse a suo tempo un certo Giulio Andreotti, a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Se gli azionisti di controllo della Fiat si sono resi conto, qualche anno fa, del fatto che l'auto è un prodotto maturo, e quindi hanno deciso di uscirne al minor costo possibile, o magari guadagnandoci qualcosa, la loro scelta appare invece perfettamente logica e razionale.
    Non è detto che il Marchionne conosca e condivida questa scelta: anzi, meno lo sa e meglio è; non c'è di meglio di una marionetta che recita in buona fede la sua parte.
    Alla luce di questa ipotesi, la scissione in due parti della vecchia Fiat (Fiat Auto e Fiat Industrial) appare più che giustificata: si vendono meglio due appartamenti piccoli di uno grande, e soprattutto ci si guadagna di più: e sembra che le trattative con Daimler siano abbastanza avanzate per l'Industrial, mentre non è escluso che la Auto passi in qualche modo sotto il controllo della Chrysler.
    Restano aperti due interrogativi: il primo, dove investirebbero i loro soldi gli azionisti Fiat, o ex-Fiat, una volta accertato che il settore automotive non ha futuro. Il secondo, se non siano possibili alternative che consentano al settore stesso non solo di sopravvivere, ma anche di svilupparsi in termini reddituali e occupazionali.
    Al primo interrogativo non è facile rispondere; non si può escludere che la risposta sfugga agli stessi azionisti Fiat, che magari pensano solo a prendere i soldi e a scappare. Sul secondo interrogativo la risposta, pur non essendo semplice, appare possibile. Basta guardare cosa fanno gli altri produttori automobilistici mondiali, come i tedeschi o i giapponesi, che certamente non sostengono costi del lavoro inferiori a quelli italiani.
    Questi produttori hanno fatto qualche ragionamento abbastanza semplice (ma forse troppo complesso per il nostro costosissimo manager): il costo del lavoro non incide in misura sostanziale sul costo di produzione complessivo dell'auto; dunque non serve mettersi in rotta di collisione col sindacato o con i lavoratori non sindacalizzati per comprimerlo oltre certi limiti. Si può competere con in produttori a basso costo (Europa Est, Cina o Brasile) puntando sulla qualità; ma per farlo occorre la piena collaborazione dei lavoratori, e quindi una politica di Mitbestimmung, sul modello (di successo) della Germania, politica integrata, per quel che riguarda le scelte del management, da economie produttive determinate dalla standardizzazione spinta delle componenti tra tutti i diversi modelli prodotti.
    E' evidente che, se non si può competere sul prezzo per produzioni identiche, occorre spostarsi su produzioni di qualità più elevata; il che è possibile soltanto in presenza non solo della convinta collaborazione dei lavoratori, superando inutili contrapposizioni, ma anche di una costosa e rischiosa politica di ricerca e sviluppo e di innovazione spinta. Se questo è vero, la gestione Marchionne è sulla strada sbagliata; e se il referendum di Mirafiori dovesse dare ragione alla Fiom, la conseguenza non dovrebbe essere quella di una cancellazione degli investimenti programmati, ma piuttosto quella di un cambiamento di politica da parte della Fiat, e - ovviamente - di un cambiamento di management.
    * ex Direttore Centrale Iri