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Duccio Valori*
La strategia Fiat, con Sergio o senza
Sergio
Gli azionisti di controllo della Fiat hanno scelto un manager che,
nel giro di pochi mesi, ha visto crollare le vendite dei loro
prodotti, si è messo in rotta di collisione con il sindacato più
importante del settore, vuole uscire dalla Confindustria (fino a non
molto tempo fa fedele portavoce della stessa Fiat) e che,
incidentalmente, costa quanto un intero reparto di Mirafiori. Ci si
può legittimamente chiedere se sono matti.
Ma, come disse a suo tempo un certo Giulio Andreotti, a pensare male
si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Se gli azionisti di controllo
della Fiat si sono resi conto, qualche anno fa, del fatto che l'auto è
un prodotto maturo, e quindi hanno deciso di uscirne al minor costo
possibile, o magari guadagnandoci qualcosa, la loro scelta appare
invece perfettamente logica e razionale.
Non è detto che il Marchionne conosca e condivida questa scelta: anzi,
meno lo sa e meglio è; non c'è di meglio di una marionetta che recita
in buona fede la sua parte.
Alla luce di questa ipotesi, la scissione in due parti della vecchia
Fiat (Fiat Auto e Fiat Industrial) appare più che giustificata: si
vendono meglio due appartamenti piccoli di uno grande, e soprattutto
ci si guadagna di più: e sembra che le trattative con Daimler siano
abbastanza avanzate per l'Industrial, mentre non è escluso che la Auto
passi in qualche modo sotto il controllo della Chrysler.
Restano aperti due interrogativi: il primo, dove investirebbero i loro
soldi gli azionisti Fiat, o ex-Fiat, una volta accertato che il
settore automotive non ha futuro. Il secondo, se non siano possibili
alternative che consentano al settore stesso non solo di sopravvivere,
ma anche di svilupparsi in termini reddituali e occupazionali.
Al primo interrogativo non è facile rispondere; non si può escludere
che la risposta sfugga agli stessi azionisti Fiat, che magari pensano
solo a prendere i soldi e a scappare. Sul secondo interrogativo la
risposta, pur non essendo semplice, appare possibile. Basta guardare
cosa fanno gli altri produttori automobilistici mondiali, come i
tedeschi o i giapponesi, che certamente non sostengono costi del
lavoro inferiori a quelli italiani.
Questi produttori hanno fatto qualche ragionamento abbastanza semplice
(ma forse troppo complesso per il nostro costosissimo manager): il
costo del lavoro non incide in misura sostanziale sul costo di
produzione complessivo dell'auto; dunque non serve mettersi in rotta
di collisione col sindacato o con i lavoratori non sindacalizzati per
comprimerlo oltre certi limiti. Si può competere con in produttori a
basso costo (Europa Est, Cina o Brasile) puntando sulla qualità; ma
per farlo occorre la piena collaborazione dei lavoratori, e quindi una
politica di Mitbestimmung, sul modello (di successo) della Germania,
politica integrata, per quel che riguarda le scelte del management, da
economie produttive determinate dalla standardizzazione spinta delle
componenti tra tutti i diversi modelli prodotti.
E' evidente che, se non si può competere sul prezzo per produzioni
identiche, occorre spostarsi su produzioni di qualità più elevata; il
che è possibile soltanto in presenza non solo della convinta
collaborazione dei lavoratori, superando inutili contrapposizioni, ma
anche di una costosa e rischiosa politica di ricerca e sviluppo e di
innovazione spinta. Se questo è vero, la gestione Marchionne è sulla
strada sbagliata; e se il referendum di Mirafiori dovesse dare ragione
alla Fiom, la conseguenza non dovrebbe essere quella di una
cancellazione degli investimenti programmati, ma piuttosto quella di
un cambiamento di politica da parte della Fiat, e - ovviamente - di un
cambiamento di management.
* ex Direttore Centrale Iri
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