Vale la pena soffermarsi sulle ultime novità
contrattuali che la Fiat intende imporre ai lavoratori e per essi a
certe loro dirette o indirette rappresentanze come la Uil, la Cisl e
altri sindacati o supposti tali più o meno gialli. Siamo ad un
passaggio nient’affatto secondario rispetto al precedente ciclo del
Sistema del Capitale, la cui premessa è: totale subordinazione della
merce lavoro alle necessità concorrenziali dell’azienda. Non che
questo principio non fosse presente prima, ma esso vigeva - sia chiaro
che parliamo dell’Occidente - all’interno di ambiti dove veniva
riconosciuto in un certo qual modo al mondo del lavoro il diritto a
rappresentarsi e dunque al contratto nazionale, a contratti
integrativi, rappresentanze aziendali ecc. ecc. e all’interno di tale
ambito la possibilità per i sindacati di raccogliere le quietanze
direttamente dalla busta paga attraverso il prelievo effettuato
direttamente dalle imprese, ovvero una vera e propria pacchia per le
burocrazie degli apparati sindacali di tutte le tendenze che si
avvalevano del silenzio-assenso dei lavoratori e si assicuravano in
questo modo vere e proprie rendite che hanno gestito per accrescere un
potere clientelare composto di apparati di funzionari, pronti all’uso
per salti “qualitativi” in consigli di amministrazione di aziende
pubbliche e alimentare quel sottobosco economico di imprese legato ad
attività cosiddette “senza scopo di lucro”: cooperative, ong e cosi
via, oltre che essere assolvere alla funzione di pompiere nei
confronti di lotte spontanee e improvvise dei lavoratori.
Per la Fiat si volta pagina, si passa alla totale flessibilità e
conseguentemente alla disintegrazione di un certo modo di essere stato
del sindacato confederale. Vediamone brevemente nel dettaglio l’intero
impianto:
Orari: 5 giorni lavorativi a otto ore a turno per 3
turni 5X8X3, sei giorni lavorativi a otto ore a turno per 3 turni
6X8X3, sei giorni lavorativi a dieci ore a turno per due turni 6X10X2,
introducendo perciò il principio delle dieci ore più una di
straordinario e cosi via. L’azienda - si legge – potrà ordinare ai
lavoratori fino a 120 ore all’anno di straordinario, cioè il triplo
delle attuali 40 e contrattare con i sindacati altre 80 ore per ogni
lavoratore.
Pause: le tre pause per ciascun turno saranno di 10
minuti ciascuna per un totale di 30 minuti, oggi la durata complessiva
è di 40 minuti.
Malattia e assenteismo: quando il tasso di
assenteismo per malattia è giudicato eccessivo, non si paga il primo
giorno di malattia a chi si sia ammalato subito prima di un giorno di
riposo o di ferie, negli ultimi 12 mesi. Sono escluse …le patologie
gravi. Bontà loro.
Contratto e scioperi: «il nuovo contratto non
aderisce al sistema confindustriale», dunque niente elezione di
delegati di fabbrica.
Rapporto sindacati azienda: solo i sindacati
firmatari possono nominare dei rappresentanti aziendali.
Rapporto sindacati, quote sindacali, azienda:
l’azienda inoltre rinuncerà a trattenere le quote di iscrizione dalle
buste paga (scaricando in questo modo l’onere di raccogliere i soldi).
Accordo e licenziamenti: i lavoratori che
sciopereranno contro l’intesa potranno essere licenziati, perché
ognuno di loro avrà personalmente firmato il nuovo contratto al
momento della nascita della joint-venture.
Questo, il piano, nel dettaglio ed in estrema sintesi. Veniamo ora ad
alcune brevissime considerazioni.
Da qualche tempo a questa parte, il signor Marchionne avanza a rullo
compressore
saltellando da una parte all’altra dell’Atlantico su un quadro
normativo e salariale del precedente ciclo raccattando chi ci sta,
stimolato anche dalla convinzione di non trovare una seria e dura
opposizione al suo piano che è quello di una riduzione drastica dei
costi, cioè del costo della forza lavoro, del fattore fondamentale
della componente del plusvalore. Non c’è da menar scandalo per tali
decisioni della Fiat. L’accordo su Pomigliano ne rappresentava
soltanto l’anticipazione nonché l’apripista per tutto il capitalismo
italiano e – possiamo scommetterci – europeo. Da marxisti sappiamo che
il Capitale è impersonale ed obbedisce alle rigorose leggi del mercato
e per esso dell’accumulazione, ovvero di quel vortice infernale che
consiste nella produzione, riproduzione e incremento
dell’accumulazione, ovvero la radice intorno a cui ruotano le leggi
del Capitalismo: la legge del valore. E’ questo vortice che crea i
personaggi alla Marchionne. Lo stesso vortice che risucchia i Fassino,
i D’Alema, democratici e democraticume vario. Dunque il problema non è
Marchionne, ma il meccanismo che lo muove, detto altrimenti il puparo
è il dio Capitale, che non compare, i pupi, Marchionne e similari.
Di riflesso, è vero che non c’è una reale e dura opposizione da parte
dei lavoratori frastornati come sono dall’incalzare della crisi e da
un’inesistente – all’immediato – prospettiva generale di classe. Senza
dimenticare l’ulteriore ricatto delle delocalizzazioni che pesa come
una mannaia sulla testa dei lavoratori. E’ perciò una lama nel burro
l’attacco di Marchionne che vieta nei fatti la costituzione di
delegati di fabbrica, che possono essere nominati solo dai sindacati
firmatari dell’accordo, cioè, questi, veri e propri cani da guardia
sotto mentite spoglie di incaricati sindacali. Qualche cosa che
andando indietro nel tempo la possiamo ritrovare negli Usa
nella prima metà dell’800 o nella Russia fino a prima del
febbraio-marzo del 1917, ma la storia va avanti, non torna indietro
come in molti temono.
Il vero punto in questione però - e questo lo diciamo in spregio ai
cantori di necrologi del proletariato e che oggettivamente suonano
come osanna per il Sistema del Capitale - consiste nel fatto che
l’attacco della Fiat non rappresenta un elemento di forza del Sistema
del Capitale in questa fase, quanto piuttosto una sua estrema
debolezza e così facendo scava un fossato davanti a sé dalle incognite
imprevedibili. Certo, nell’immediato la Fiat porta a casa importanti
risultati, fra i quali quello dello smembramento del vecchio tessuto
della classe operaia organizzata in sindacati con enormi apparati
grazie anche al fatto che riscuotevano direttamente dalla busta paga
la quota economica del lavoratore iscritto. Non sarà più così e questo
porrà i lavoratori nella necessità di riorganizzarsi su di un terreno
diverso rispetto al passato. Insomma i lavoratori sono
chiamati a fare da sé per fare per sé. Ce li immaginiamo i
lavoratori che si tassano per finanziare gli attuali apparati
sindacali? Momentaneamente possono anche segnare il passo, si può
anche pavidamente continuare ad arretrare, si può anche essere
costretti individualmente a firmare l’infame ricatto, ma fino a che
punto? Chi guarda sconsolatamente all’oggi non si rende conto di quel
che l’oggi prepara ed a cui i Comunisti devono lavorare ed essere
pronti alla bisogna.
Marxisticamente affermiamo che il Capitale nell’immediato fa
per sé e prepara la prospettiva contro di sé.
Un principio presente fin dal Manifesto del 1848 ma oggi più attuale
che mai.
Si pongono per migliaia di compagni - abbarbicati nostalgicamente a
certe concezioni soggettivistiche ed in quanto tali sbagliate - seri
problemi su cui riflettere, in modo particolare quello riferito alla
questione sindacale, perché viene ad essere bruciata l’illusione -
presente nel vecchio ciclo - di poter costruire sindacati alternativi
a quelli maggiormente rappresentativi, fra tutti, la Cgil. Si tratta
di non sbandare paurosamente. La Cgil – e non solo, si badi bene – è
chiamata ad essere quello che non pensava mai di essere e
contemporaneamente non vorrebbe rappresentare ciò che è chiamata a
rappresentare, perché sono i lavoratori a dover essere
quello che non potranno più essere, compresi e non esclusi quelli che
“ardentemente” firmano
l’accordo e si fanno rappresentare dalla Cisl, dalla Uil, dalla Fismic
e cosi via. Qui l’enorme contraddizione dialettica che i Comunisti
devono saper disvelare. Un lavoro enorme da compiere tanto sul piano
teorico quanto su quello politico. Detto in maniera brutale e senza
cincischiamento alcuno: o dalle fabbriche fuoriesce una tensione che
tende ad organizzarsi e dunque a costituirsi in comitati e sindacati
oppure è tempo perso pensare di sollecitare dall’esterno un diverso
sindacato a cui iscriversi.
Quanto alla proposta di uno sciopero generale, indipendentemente da
chi la formuli in questo contesto, va detto che non è una parola
d’ordine in quanto tale a fare da catalizzatore per una ripresa
generale di mobilitazione all’attacco della Fiat e del Capitale nel
suo insieme, non è essa la leva – al momento – che può smuovere un
proletariato sedato da un profondo letargo dovuto ad un lungo periodo
di accumulazione ed oggi stordito e frastornato dai colpi della crisi
mondiale del Sistema del Capitale e perciò reso passivo. Lo sciopero
generale, a meno di non riferirsi a ritualità da sabato pomeriggio
romano, rappresenta l’effetto di una reale tensione del corpo vivo dei
lavoratori, una tensione che cresce, si estende, coinvolge decine e
centinaia di migliaia di lavoratori per sfociare naturalmente in uno
sciopero generale quale momento conclusivo di un percorso dal quale
deve scaturire uno spostamento di rapporti di forza, foss’anche
soltanto il respingere le nuove proposte avanzate dal nemico di
classe. Ovviamente, per quanto sarebbe preferibile una mobilitazione
generale dei lavoratori che partisse dai posti di lavoro e
coinvolgesse vasti strati di proletariato giovanile, precario e di
disoccupati, ben venga comunque un’iniziativa della Fiom, meglio
ancora se dovesse coinvolgere tutte le altre categorie e arrivare ad
uno sciopero generale. All’oggi ci pare di capire che questa tensione
non ci sia, e sia quindi difficile pensare che la sola parola d’ordine
possa fungere quale grimaldello per scardinare la passività operaia e
proletaria del contesto determinato. Non sappiamo se l’attacco di
Marchionne sia l’ultimo prima di una ripresa vera di lotte operaie;
può anche darsi che nel breve periodo dovremo assistere a qualche
ulteriore passaggio, ancora un arretramento, ma quello che è certo è
che siamo alla vigilia di una ripresa dello scontro di classe a
livello internazionale come mai si era sino ad ora verificato ed in
modo particolare in Occidente. Sarà una ripresa improvvisa, spontanea
multinazionale e necessariamente violenta proprio per l’accelerazione
che il Capitale sta dando alla sua compressione su tutti i livelli di
vita delle masse proletarie. Quelli che si richiamano al marxismo
hanno mille e buoni motivi per incominciare a cercarsi e ritrovarsi,
per approfondire la fase come tendenza al rallentamento
dell’accumulazione, le sue disastrose conseguenze e le prospettive che
ne possono derivare.
30 dicembre 2010.