Con le newco del Lingotto arriva il Big Bang sindacale
Cremaschi: Cisl e Uil vergognose. La replica: istiga violenza.
Accornero: "Il principio di esclusione sancisce la fine di un sistema di rappresentanza"
di ROBERTO MANIA - Repubblica
Eccola la "conventio ad excludendum" sindacale. Arriva a Pomigliano
e a Mirafiori, alle newco, come si dice, modellate da Sergio
Marchionne secondo i dettami dell'impresa globale, senza più bandiera
e territori. Ma anche senza più conflitto perché chi non condivide -
appunto - è fuori, senza rappresentanti, senza diritti sindacali.
Normalizzazione. Non era mai successo che un accordo firmato solo da
alcuni sindacati servisse anche ad escludere un altro sindacato, nel
caso specifico la Fiom che pure resta l'organizzazione con più
iscritti tra i metalmeccanici.
Sindacati contro sindacati. "E' la fine di un sistema di
rappresentanza. E' davvero un terremoto, un'esplosione", sostiene Aris
Accornero, sociologo dell'industria alla Sapienza di Roma. E per tanti
versi è una terra incognita quella che attende Cgil, Cisl e Uil, ma
pure la stessa Confindustria alla quale le due newco non sono per ora
iscritte. Dopo la concertazione, va in soffitta anche il modello di
rappresentanza sindacale pensato nel 1993, che consentiva a tutti,
senza per forza dover firmare i contratti ma raccogliendo almeno il 5
per cento delle firme tra i lavoratori, di concorrere alle elezioni
per le Rsu (le rappresentanze sindacali unitarie). Senza l'adesione
alla Confindustria, la Fiat-Chrysler non è tenuta al rispetto di
questa norma e dunque si affida a una rigida interpretazione
dell'articolo 19 del vecchio Statuto dei lavoratori del 1970: chi non
firma i contratti collettivi non ha diritto a
rappresentanti sindacali. La Fiom - "kafkianamente", dice Accornero
- fatta fuori proprio dallo Statuto. Possibile, ma non scontato,
perché già Gino Giugni, padre dello Statuto, aveva sottolineato la
differenza tra noi, dove si è rappresentativi nel contesto
complessivo, e proprio gli Usa dove conta invece solo la singola unità
aziendale.
Noi non siamo l'America che vuole Marchionne. Così è facile prevedere
che lo scontro si trasferirà anche nelle aule dei tribunali. Perché
nemmeno i Cobas nei trasporti o nella stessa Fiat, o la Cisnal,
sindacato della destra divenuto Ugl, sono mai stati esclusi. Ancora
Accornero: "Il principio dell'esclusione è una novità per i
sindacati". Quella nel pianeta Fiat, dunque, rappresenta una radicale
- storica - frattura tra i grandi sindacati italiani. Rottura tutta
sindacale, dove la politica fa da contorno, talvolta balbettando
formule stereotipate, ma nulla di più. Non si ripete né lo scontro
dell'84 sulla scala mobile dove fu soprattutto la politica, con il
decreto di San Valentino del governo Craxi, a dettare le divisioni, né
quello più recente del 2002 sul "Patto per l'Italia" dove Berlusconi,
d'intesa con la Confindustria di Antonio D'Amato, tentò di isolare la
Cgil di Sergio Cofferati asserragliata a difesa dell'articolo 18 che
protegge i licenziamenti senza giusta causa. I contorni del campo
disegnato da Marchionne sono oggi tutti sindacali: l'organizzazione
del lavoro, i turni, le pause, gli straordinari, lo sciopero ma
soprattutto la rappresentatività sindacale. E forse proprio per questo
le accuse reciproche tra le sigle sindacali sono gravi, violente. Non
c'è più l'unità d'azione tra Cgil, Cisl e Uil ma nemmeno una normale
competizione. Non ci sono più le regole.
Il presidente del Comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi, che
solo qualche mese fa ha scritto "Il regime dei padroni. Da Berlusconi
a Marchionne", è andato giù durissimo. Lui rappresentante dell'ala
estrema della Fiom, quella del conflitto sociale permanente, di un
sindacato-movimento che affida alla Fiom il ruolo di una sorta di
"partito del lavoro" dopo la diaspora degli eredi del Pci: "Angeletti
e Bonanni sono la vergogna del sindacalismo italiano. Sono fuori dalla
cultura democratica sindacale dell'Italia costituzionale. Per noi non
contano più niente". Espressioni, anche queste, senza precedenti che
Maurizio Landini, segretario della Fiom, non ha pronunciato ma dalle
quali non ha nemmeno preso le distanze. Perché Landini di fatto le
condivide.
Sono entrambi eredi di Claudio Sabattini, che fu "travolto" nell'80
dalla sconfitta proprio alla Fiat dopo i 35 giorni di occupazione di
Mirafiori, e poi risalì fino a raggiungere il vertice della Fiom,
teorizzando "l'indipendenza" dei metalmeccanici anche dalla Cgil.
"Quella di Cremaschi è istigazione alla violenza", secondo il numero
due della Cisl, Giorgio Santini. E Paolo Pirani, segretario
confederale della Uil, con tessera del Pd: "La Fiom si configura come
un movimento politico di antagonismo sociale con precise
interlocuzioni nazionali verso le fasce più estreme dei centri sociali
e con precisi collegamenti internazionali verso i movimenti del
radicalismo ecologista e della cosiddetta resistenza palestinese".
Parole da anni Settanta, da anni di piombo. Sindacati contro
sindacati. Ma pure nella Fiom si consuma una battaglia difficile. La
minoranza guidata da Fausto Durante e sostenuta anche dal segretario
generale Susanna Camusso si è astenuta ieri sulla decisione dello
sciopero. Poi ha proposto la "firma tecnica" all'accordo per Mirafiori
se nel referendum tra i lavoratori dovessero prevalere i "sì". Landini
resiste. E la Camusso punta ad un accordo in tempi brevi sulla
rappresentanza sindacale. Perché questa volta c'è un destino parallelo
tra Cgil e Confindustria.