O la borsa o la vita: Marchionne come ai tempi dei briganti .

pubblicata da DDL : In Difesa dei Diritti e Lavoro il giorno sabato 25 dicembre 2010 alle ore 23.14

 

Nella seconda metà dell'Ottocento, in pieno clima Risorgimentale, la vita in alcune regioni dell'Italia del Sud fu contrassegnata da fenomeni di brigantaggio.

Non è in questa sede che intendiamo fare un'analisi delle cause che portarono molti contadini, montanari, assaliti dalla disperazione della fame e per rispondere alle violenze dei "liberatori piemontesi" si diedero alla macchia, nelle campagne e sui monti della Calabria ed altre zone meridionali rapinando interi villaggi e mettendo a ferro e fuoco casolari isolati.

Narrano le cronache del tempo che i briganti, nascosti negli anfratti sbucavano improvvisamente sulle carreggiate dove transitavano le carrozze, puntando al cuore dei malcapitati passeggeri i loro fucili a "tromba", intimando loro le fatidiche parole: «O la borsa o la vita».

È facile immaginare come si concludeva l'inaspettato incontro. In quelle condizioni nessuno dei viandanti osava proferire parola, lasciando cadere sul selciato della carreggiata valigie, borse, indumenti e soprattutto i ricchi borselli, contenenti gioielli e monete d'oro.

Chi mai, scioccamente, in quelle condizioni avrebbe potuto contrapporre una sia pur minima resistenza? Fresco di letture Risorgimentali, questi episodi di violenza mi sono venuti alla mente ascoltando le notizie dei telegiornali sulla vertenza Fiat, conclusasi, secondo un pressoché unanime giudizio, positivamente.

Nell'esprimere i loro entusiasmi si sono contraddistinti il presidente del Consiglio Berlusconi, il ministro Sacconi, quattro dei cinque dirigenti sindacali presenti alla trattativa, il presidente dell'Unione Industriali: «Perché è prevalsa la ragione».

Salvo inimmaginabili imprevisti nel referendum a cui saranno chiamati i cinquemila operai delle Carrozzerie di Mirafiori ad esprimersi, l'accordo sarà approvato. Con la pistola alla tempia, cioè l'ipotesi del licenziamento, è difficile pretendere atti di grande coraggio. O la borsa o la vita, dicevano i briganti.

E dall'alto del Lingotto si è fatta balenare una massa di denaro per mille miliardi di investimenti diversamente dirottati altrove.

L'unica organizzazione sindacale che non ha firmato l'accordo è stata la Fiom, motivando questo atteggiamento con circostanziate ragioni, non solo di principio, come la liquidazione dei contratti collettivi sostituendoli con quelli aziendali, ma entrando nel merito delle richieste della Fiat: orari, turnazioni, riduzione del tempo delle pause alla catena di montaggio delle Carrozzerie, nonché quello riservato alla fermata del lavoro per il pranzo.

Come ha avuto modo di dichiarare il professor Aris Accornero, sociologo del lavoro all'Università di Roma «con questo accordo si è tornati indietro alla Fiat di cinquant'anni».

E sono ricomparsi i fantasmi del sindacato giallo, organizzato da Valletta in quel triste periodo per stroncare su richiesta dell'ambasciatrice Clara Boote Luce a Roma ogni forma di lotta dei lavoratori per migliorare le loro condizioni di lavoro salariali, minacciando i tagli delle commesse americane.

In quegli anni di sindacato giallo ce n'era uno solo, quello di Edoardo Arrighi, dirigente della Cisl, subito espulso da quell'organizzazione da Giulio Pastore e Carlo Donat-Cattin.

Il 23 dicembre 2010 hanno firmato l'accordo tutti i sindacati tranne, come detto, la Fiom, e a strillare vittoria abbiamo sentito primo tra tutti il segretario nazionale della Cisl, Raffaele Bonanni, il novello Arrighi.

Come ha reagito la città? Tra gli intellettuali uno solo si è fatto sentire, il professor Luciano Gallino, che ha definito l'accordo «una brutta svolta nelle relazioni industriali».

Mentre i partiti del centrosinistra tacciono, il sindaco Chiamparino invece non si è smentito: "Mi sai nen", ....io non so, .... ma mi pare un buon accordo».

 

 

di Diego Novelli