ACCORDO MIRAFIORI
Regole zero e massima flessibilità
"Si torna agli anni Cinquanta"
Una rivoluzione per sindacati e Confindustria. Cade la possibilità per chi non firma i contratti di presentare una lista. "Treu: "Il sistema è in pezzi"
di ROBERTO MANIA - Repubblica
ROMA - "È un ritorno agli anni Cinquanta", dice Aris Accornero,
sociologo, licenziato dalla Fiat proprio in quel periodo perché
comunista. La tesi di Accornero, intellettuale di sinistra quasi mai
allineato, sulla logica che ha portato all'accordo separato di ieri alla
Fiat-Chrysler è del tutto originale. Perché non c'è solo l'identica
"cacciata" dalle fabbriche dei ribelli (i comunisti all'epoca, la Fiom
oggi), c'è anche il comune fattore esterno che determina la strategia
del gruppo automobilistico: oggi come più di mezzo secolo fa è l'America
- spiega Accornero - che decide le traiettorie delle relazioni
industriali. "Negli anni Cinquanta l'ambasciatrice americana Clare Booth
Luce sosteneva che il suo governo avrebbe negato le commesse se a
prevalere fossero stati i comunisti. Oggi Marchionne dice che non
investe se non si sta al passo con la globalizzazione".
E oggi come all'ora si consuma il distacco della grande Fiat dalla
Confindustria. Perché il passaggio chiave per far fuori la Fiom è
l'uscita della newco di Mirafiori (esattamente come quella per
Pomigliano) dall'associazione degli industriali. Fuori dalla
Confindustria, fuori dal contratto nazionale, fuori dalle regole
pattizie della rappresentanza sindacale. Quasi a far incrociare i
destini di Fiom e Confindustria, così agli antipodi eppure così legati.
Addio - almeno per Mirafiori e Pomigliano - al "protocollo Ciampi" del
1993 che per chi non firma i contratti prevede la possibilità di
presentare una lista, raccogliendo il 5 per cento delle firme dei
lavoratori interessati, per eleggere i propri rappresentanti sindacali.
La Fiom non avrà più questa garanzia (anche se frotte di avvocati si
preparano ad aprire le vertenze) e non potrà nemmeno ricorrere al
novecentesco Statuto dei lavoratori perché chi non firma i contratti
collettivi non può dar vita alle vecchie Rsa, le rappresentanze
aziendali.
Per trattenere la Fiat, Emma Marcegaglia, presidente della
Confindustria, avrebbe potuto dare la disdetta dell'intesa del '93. Non
l'ha fatto anche per non scatenare un conflitto sociale radicale. Ha
riunito la Consulta dei presidenti e nessuno, su questo, si è schierato
con il Lingotto. Ma va detto che una parte del sindacato, per esempio la
Uil di Luigi Angeletti, aveva suggerito di superare formalmente
quell'accordo perché non è mai stato modificato nella parte che riguarda
le rappresentanze sindacali. Impensabile che ora possa arrivare una
legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacali: a parte la Cgil
sono tutti contrarissimi, a cominciare dal ministro del Lavoro, Maurizio
Sacconi. Ci vorrebbe un nuovo accordo ma l'ennesima frattura tra Cgil,
Cisl e Uil non prelude a una soluzione condivisa.
Un'epoca si chiude davvero. Quella di Sergio Marchionne, amministratore
delegato del Lingotto, non a caso con doppio passaporto (italiano e
canadese), è una svolta radicale. "Una bomba atomica", la chiama Tiziano
Treu, giuslavorista democratico, già ministro del Lavoro nel primo
governo Prodi. "È un sistema di relazioni industriali - aggiunge Treu -
che comincia a perdere tutti i pezzi: gli accordi, i contratti, i
diritti. Marchionne è uscito da un sistema e si sta facendo il suo
"sistemino" di relazioni industriali". È il sistema americano, quello
con il sindacato e i contratti aziendali. D'altra parte anche in
Germania molte aziende stanno uscendo dalla loro Confindustria proprio
per non applicare il contratto collettivo. In Italia chi potrà imiterà
Marchionne. Il ruolo di Confindustria, come quello delle confederazioni
sindacali, è messo totalmente in crisi. Si va verso il modello
aziendalista".
Quello che in Italia, però, non ha mai attecchito. E che - altro ricorso
storico - proprio negli anni Cinquanta la Fiat introdusse con il Sida
(Sindacato italiano dell'automobile), nato da una costola della Cisl, la
cui eredità è stata presa oggi dal Fismic. Giuseppe Berta, storico
dell'industria, sostiene che "il centralismo romano sia finito, ma non
la rappresentanza degli interessi". Aggiunge: "La Fiat che è sempre
stata molto nazionale, ora è diventata "glocal", globale e locale. È un
passo decisivo verso la globalizzazione. Tutti gli standard di
riferimento, anche quelli sindacali, diventano globali". Per sindacati e
Confindustria nulla sarà come prima. Marchionne l'ha deciso a Detroit.