Sergio Marchionne è riuscito ad avere a Mirafiori un
nuovo contratto su misura con il sì di Fim,
Uilm, Ugl e Fismic e il no della Fiom
che si tira fuori dall’intesa e parla di “firma della vergogna”.
L’accordo è stato siglato ieri sera dopo una nuova giornata di
discussioni e limature al testo che la Fiat aveva già presentato lo
scorso 3 dicembre. I circa 5500 operai delle Carrozzerie di
Mirafiori saranno così “licenziati” dalla Fiat e riassunti
dalla New.co, frutto della joint venture tra Fiat e Chrysler, e che non
aderirà a Federmeccanica, che si impegna a investire un
miliardo di euro per dare avvio alla produzione del Suv Chrysler
e dei modelli Alfa Romeo. Un passaggio
d’epoca, per certi versi, che sancisce la fuoriuscita del Lingotto dalla
Confindustria e l’avvio di una stagione nuova per la
casa automobilistica torinese. Giorgio Airaudo,
segretario piemontese della Fiom e responsabile Auto la sintetizza così:
“One company, one trade union”, cioè un modello all’americana secondo il
quale per ogni azienda ci sarà un sindacato specifico.
Marchionne è ovviamente molto contento, parla di “bel momento per i
lavoratori” e assicura che l’investimento “partirà in tempi brevi”. La
soddisfazione dell’amministratore Fiat è lecita perché la novità più
rilevante dell’intesa di ieri è tutta di politica sindacale e con un
colpo solo, infatti, Marchionne ottiene più risultati.
Innanzitutto, con la fuoriuscita dall’Associazione degli Industriali,
non è più costretto a riconoscere il contratto nazionale siglato
da Federmeccanica. Quel testo è cosa “d’altri”, alla Fiat non
interessa più e quel sindacato che volesse ricorrervi per contestare le
intese aziendali si troverebbe con le armi spuntate. In secondo luogo
abolisce in fabbrica le relazioni sindacali stabilite dall’accordo tra
Confindustria e Cgil, Cisl e Uil del 1993 – quelle con cui vengono
elette le Rappresentanze sindacali unitarie. A Mirafiori non saranno più
valide e i sindacati riconosciuti sono solo quelli che firmano l’intesa.
Niente più Rsu, cioè delegati eletti da tutti i
lavoratori e titolari anche della contrattazione aziendale, ma ripiego
sulle Rsa, le rappresentanze sindacali aziendali che
vengono nominate da ciascun sindacato e che non hanno alcun potere
contrattuale.
Su questo si concentra la determinazione della Fiom, che a Mirafiori è
il primo sindacato – e che non sarà rappresentato nella nuova
joint-venture – a non firmare l’accordo. “È un fatto gravissimo, ci dice
Airaudo, perché si stabilisce che a rappresentare i lavoratori sono solo
quei sindacati che sono d’accordo con l’azienda”.
Dal canto loro, Fim e Uilm, se hanno scelto di accettare quello che non
andava bene il 3 dicembre, il contratto separato e l’uscita da
Confindustria, è perché si sentono rassicurate dalla Fiat che ha
specificato che “qualora Confindustria recepirà i contenuti dell’accordo
di ieri allora la Fiat, cioè la new.co, rientrerà”
nell’associazione degli industriali. Un modo per affermare la priorità
del testo torinese su tutta la contrattistica nazionale. Per Marcegaglia
uno smacco e una sconfessione esplicita.
Ottenuto il punto fondamentale, i dirigenti Fiat al tavolo della
trattativa, guidati dall’inossidabile Rebadeungo hanno aperto con molta
timidezza ad alcune delle richieste del sindacato. E così la
pausa mensa, che Fiat voleva porre a fine turno, come a
Pomigliano, rimarrà all’interno dell’orario di lavoro ma solo fino a che
la Joint Venture non andrà a regime.
Per quanto riguarda l’assenteismo la “mediazione” finale prevede che la
Fiat si limiterà a non pagare “solo” i primi due giorni di assenza
malattia, invece dei primi tre, riservandosi però un’ulteriore sanzione
dopo sei mesi in seguito al monitoraggio sull’assenteismo operato da
un’apposita commissione. Le pause, invece, scendono a 30 minuti e i
dieci minuti verranno risarciti con 32 euro mensili. Scatta poi la
“clausola di responsabilità” per tutti i dipendenti che si impegnano,
alla firma del contratto, di rispettare l’accordo, altrimenti saranno
soggetti a sanzioni. Per quanto riguarda i turni vengono introdotti i
dieci turni settimanali (due per 5 giorni) che saliranno a 12 (due turni
di straordinario) a seconda dell’andamento del mercato. Le ore
di straordinario obbligatorie per i dipendenti saranno
120 l’anno (15 sabati lavorativi) 80 in più rispetto alle 40
previste fino ad oggi dal contratto nazionale. Il numero dei turni può
crescere fino a 18 (tre turni per 6 giorni la settimana); in quel caso
il turno del sabato notte può essere trasformato in permesso oppure
lavorato in cambio di una maggiorazione salariale.
“Abbiamo portato a casa l’accordo possibile e pensiamo di aver fatto il
massimo”, dice il responsabile auto della Fim, Bruno Vitali,
ponendo l’accento sull’importanza dell’investimento da un miliardo,
mentre la Fismic parla di “accordo di portata storica”. “Con questo
accordo – dice ancora il segretario generale della Uil, Angeletti –
l’Italia ha la possibilità di tornare ad essere un grande produttore di
auto”. Prende le distanze dall’intesa, invece, il Pd con il suo
responsabile economico, Fassina, che parla di “accordo regressivo”.
L’accordo passa ora al vaglio dei lavoratori che saranno chiamati a un
referendum nel mese di gennaio. La discussione in fabbrica si potrà
tenere dal 10-12 gennaio, quando finirà la cassa integrazione e si
potranno svolgere riunioni più o meno formali. A queste condizioni e
dopo la minaccia di Marchionne – “se il 51% vota contro non facciamo più
l’investimento” – è difficile che il No possa prevalere.
La Fiom non farà una campagna di opposizione e si
limiterà, come ha fatto a Pomigliano, a definire “illegittima” la
consultazione perché lesiva di diritti “superiori” (il contratto
nazionale, la malattia, lo sciopero). “Ma in ogni caso abbiamo già
deciso al nostro Comitato centrale una giornata di sciopero del gruppo
Fiat e quindi ora la utilizzeremo”.