Mentre nella politica si invocano le elezioni come salutare bagno di
democrazia, nel pubblico impiego circa tre milioni di lavoratori non
sanno se e quando potranno votare per il rinnovo delle Rsu, le
rappresentanze sindacali unitarie, cioè gli organismi di rappresentanza
che consentono di negoziare sul posto di lavoro. Le elezioni si
sarebbero dovute svolgere il 18 novembre. Però in seguito
all’approvazione del Decreto Brunetta – quello che ha
definito le regole per premiare la meritocrazia – le elezioni sono state
rinviate a una data “entro il 30 novembre”. Ma il tempo tecnico per
convocarle è già ampiamente superato. Alla questione e a quella più in
generale della rappresentanza, ha dedicato una giornata di studio,
giovedì scorso, l’Unione sindacale di base che ha chiamato a discutere
giuristi, sindacalisti ed esponenti politici. Tutti piuttosto d’accordo
sul giudizio di base, ribadito nelle relazioni introduttive, e cioè che
il rinvio dipende dal fatto che “le Rsu vengono progressivamente
abbandonate in favore di forme di rappresentanza sindacale non su base
elettiva ma di nomina interna all’organizzazione”. Il riferimento è in
particolare all’accordo sul modello contrattuale del 2009 che “propone
di modificare in via pattizia fondamentali istituti di legge quali il
welfare e lo sciopero”. Ma c’è anche di più, come ci fa notare il
responsabile organizzazione della Funzione pubblica Cgil,
Alfredo Garzi: “Rinviare sine die le elezioni Rsu significa
anche svuotare la legge sulla rappresentanza del pubblico impiego
soprattutto dove segna “l’indice di rappresentatività” come media tra
iscritti e voti ottenuti.
Un indice importante che impone che i contratti abbiano validità solo se
approvati da sindacati rappresentativi del 50 per cento più uno dei
lavoratori rappresentati”. Se non si vota più, salta anche l’indice che
non a caso il decreto Brunetta inchioda a quello
misurato il 31 dicembre 2007. Nel pubblico impiego, quindi, si gioca una
sorta di prova generale per rendere sempre più marginale la
rappresentanza in ossequio a quella stessa logica “neo-corporativa” che
anima il progetto di nuovo Statuto dei lavori presentato la scorsa
settimana dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi. E
si conferma così quell’asse tra Brunetta e Sacconi, entrambi ex
socialisti, fortemente impegnati contro i privilegi e le preorogative
dei fannulloni, impegno nel quale finiscono per essere presi di mira
diritti fondamentali.
Ma la vicenda ha anche risvolti più concreti. Si parla infatti di
un’elezione che, nella tornata 2006/2007, ha visto votare circa l’80 per
cento degli aventi diritto. Insomma, un passaggio chiave, al di là dei
reali poteri delle Rsu, con cui misurare la reale forza dei diversi
sindacati e con cui i sindacati accedono ai permessi e ai distacchi
sindacali con ovvie ricadute su risorse e apparati ma anche
sull’agibilità sindacale, decisiva per esercitare una funzione efficace.
Ora, il decreto Brunetta fa dipendere l’indizione delle elezioni
dall’accordo tra Aran (l’agenzia incaricata della negoziazione e
attualmente commissariata da Antonio Naddeo, braccio
destro del ministro) e i sindacati sulla ridefinizione dei comparti in
cui suddividere il Pubblico impiego. Oggi sono 12 (tra cui ministeri,
Regioni e autonomie locali, Sanità, Scuola, Università, Aziende, Enti
pubblici) mentre il decreto stabilisce che devono essere ridotti a
quattro (l’Aran propone il seguente accorpamento: Agenzie fiscali,
ministeri, enti pubblici, ricerca, università; autonomie locali; scuola,
accademie e conservatori; Regioni e sanità). Solo dopo questa
ristrutturazione organizzativa si potrà andare al voto. Ma la trattativa
è ferma. I sindacati non condividono i quattro comparti dell’Aran mentre
l’Aran non fa un passo avanti e Brunetta resta a guardare. Quindi,
stallo totale.
“Colpa di Brunetta – dice ancora Alfredo Garzi della Fp-Cgil – e
ovviamente dell’Aran che del governo è il rappresentante. Entrambi
continuano a nascondersi dietro la ridefinizione dei comparti per non
far partire la procedure delle elezioni Rsu”. Con due effetti evidenti:
“Da un lato non si fanno esprimere i lavoratori, dall’altro si danneggia
la contrattazione del posto di lavoro anche perché una volta scadute, a
fine novembre, le rappresentanze sindacali decadono. Ecco perché
vogliamo l’indizione entro il 30 novembre anche se la trattativa sui
comparti non fosse conclusa”.
“In realtà c’è anche un ruolo negativo di Cgil, Cisl e Uil – dice invece
Paola Palmieri dell’Usb che nel pubblico impiego ha una
certa forza – che siccome rischiano di subire scossoni dalla
riorganizzazione dei comparti frenano. Le elezioni devono farsi subito
ma comunque non prima che i lavoratori, e i sindacati, sappiano in quale
comparto saranno collocati”. Contraddizioni su contraddizioni. Che non
eliminano il problema principale. Perché anche se elette le Rsu
rischiano di vedersi private di reali poteri visto che l’orientamento
prevalente, contenuto nel decreto Brunetta, per quanto riguarda la
contrattazione di secondo livello, è di affidare tutto alla legge. Il
decreto in questione, ad esempio, decide già come distribuire gli
aumenti di produttività e il salario accessorio sulla base dei
coefficienti di produttività. Con regole rigide e prestabilite. Un
modello che affascina la Fiat e Confindustria e che oggi rappresenta
l’insidia maggiore per il sindacato italiano.
da Il Fatto quotidiano del 20 novembre 2010