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Di Stefano Giusti
Per completare il quadro della sistematica distruzione
del sistema di diritti, portata avanti da questo governo, l’atto finale
non poteva che colpire lo Statuto dei Lavoratori che proprio quest’anno
compie 40 anni. Il Ministro Sacconi nei giorni scorsi ha presentato un
Disegno di Legge che delega il governo a emanare entro 12 mesi
dall’approvazione dello stesso DDL uno o più decreti legislativi per
arrivare a quello che viene fumosamente definito un nuovo “testo unico
della normativa”. Considerando che questo governo ha o almeno (ci si
augura) dovrebbe avere i giorni contati, c’è la possibilità di bloccare
questo scempio, ma deve restare alta l’attenzione contro l’ennesimo
tentativo di fare una sorta di pulizia etnica per liberarsi di ogni
resistenza sociale e delle ultime tracce dei diritti dei lavoratori.
L’idea portante presente in questo progetto è ravvisabile già nella
trasformazione con cui Sacconi vuole rinominare lo Statuto dei
Lavoratori in Statuto dei Lavori. Non si tratta di una differenza
semantica di poco conto, perché 40 anni fa chi scrisse lo Statuto volle
mettere al centro di questo sistema di regole proprio i lavoratori, in
quanto elemento più debole in confronto della controparte aziendale.
Quaranta anni dopo Sacconi vuole rovesciare tutto e fare le ultime
concessioni possibili alle aziende che si ritroverebbero mano libera
principalmente nelle stipule contrattuali.
Il DDL presentato consta di solo 2 articoli, di cui il primo è
costituito da 5 commi che danno le linee guida su cui muoversi per la
creazione di leggi che guidino questa trasformazione a senso unico,
mentre l’articolo 2 contiene solo disposizioni di ordine tecnico
concernenti l’esercizio della delega.
La parte più interessante (certo non per chi lavora) è quella del terzo
comma, che riguarda l’area delle tutele che viene definitivamente
demandata alla “contrattazione collettiva anche in deroga alle norme di
Legge”. La formula è fumosa nella sua stesura ma chiara nelle finalità.
Se passasse in questa forma, sancirebbe addirittura la possibilità di
inserire nei nuovi accordi modifiche in senso peggiorativo rispetto alle
norme vigenti. Altro punto teorizzato in questo sciagurato DDL è quello
che non prevede più l’unanimità delle parti sociali per attivare un
accordo contrattuale, Insomma chi vuole starci bene, chi no pazienza,
tanto il contratto o la eventuale deroga è comunque applicabile anche
senza l’unanimità. Il testo sembra contenere anche dei passi avanti
rispetto alla attuale legislazione ma a guardare bene si tratta del
solito gioco che nasconde sotto l’apparenza del miglioramento l’ennesima
beffa ai danni dei più deboli.
Specificatamente il comma 2 parla di “identificazione di un nucleo di
diritti universali e indisponibili, applicabili a tutti i rapporti di
lavoro dipendente e alle collaborazioni a progetto rese in regime di
sostanziale mono-committenza”;
Sembrerebbe un apertura verso il riconoscimento e l’estensione di alcuni
diritti anche ai precari ma si parla di regime di mono-committenza. La
maggior parte dei precari passa da un contratto a un altro con diversi
datori di lavoro, ed è molto raro che operi sempre e solo con una sola
azienda. Ecco quindi che anche tra i precari si perpetua la differenza
tra quelli di serie A (pochi) e i tanti di serie B a cui non si applica
nessun beneficio.
Stesso gioco nel comma che prevederebbe l’estensione del sistema degli
ammortizzatori sociali ma specifica il testo “senza oneri aggiuntivi di
finanza pubblica”. Sarebbe bello capire come e da dove dovrebbero
provenire questi soldi, ma questo è il solito teatrino di un governo che
toglie al debole per dare al più forte.
Flessibilità totale e diritti ridotti al minimo: questo lo scheletro del
Nuovo Statuto vagheggiato da Sacconi. C’è tempo per rispondere, magari
cominciando a far sentire la propria opposizione già da sabato 27
insieme alla CGIL per gridare forte che lo Statuto non si deve cambiare.
Stefano Giusti, Sociologo, Operatore di Placement e Orientamento per
l’Università Roma Tre. Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40,
che si occupa della disoccupazione in età matura.