La proposta di Sacconi non va
Lavoro, restiamo allo Statuto
Il disegno del ministro del Lavoro sembra molto
evidente sin dalle prime righe della relazione che accompagna la bozza del
ddl, dove righe e righe si spendono per dimostrare come l’attuale Statuto
imbrigli la nostra economia
di Stefano Iucci
Diavolo di un Sacconi. Cambiare lo Statuto dei lavoratori ce l'ha in
testa da sempre, ma poi la trovata la tira fuori nei momenti più
stravaganti. Tutti ricorderanno, il 20 maggio scorso – nel giorno del
quarantesimo anniversario della legge voluta da Giacomo Brodolini – la
sortita al congresso della Uil: lo Statuto va cambiato, è stato
importante, ma non serve. Si potrebbe commentare il senso delle
opportunità di chi, celebrando la ricorrenza di un fatto, in questo caso
lo Statuto, contemporaneamente ne dichiara la sua sostanziale inutilità.
Comunque Sacconi è stato di parola e l'appuntamento, magari con qualche
giorno di ritardo sulle promesse, è arrivato. In un altro momento molto
particolare per almeno due motivi (il possibile avvicinamento tra Cgil,
Cisl, Uil e controparti sul tema della produttività e lo stato comatoso
del governo, e dunque del suo stesso ministero), il titolare del
dicastero del Lavoro ha presentato alle parti la
bozza di un ddl che
all'articolo 1 delega il governo a presentare uno o più decreti
legislativi volti alla "redazione di un nuovo Statuto dei lavori".
Naturalmente il ministro si dichiara pronto ad accogliere gli eventuali
suggerimenti delle parti sociali, magari in un avviso comune, ma
l'intento politico (naturalmente in senso deteriore) di questa sortita è
evidente a tutti. "La presentazione di questa bozza – dice il segretario
confederale della Cgil Fulvio Fammoni – ha un unico evidente motivo:
tentare di far saltare il tavolo di confronto tra le parti sociali,
introducendo elementi di divisione". "Un governo di fatto senza più
maggioranza – osserva il dirigente sindacale – presenta una proposta di
cancellazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Perché in una
situazione così difficile invece di interventi di tutela, dopo il
pessimo collegato lavoro, si presenta una nuova deregolazione al ribasso
dei diritti che difficilmente in questa legislatura potrà essere
discussa? C'è un unico evidente motivo: tentare di far saltare il tavolo
di confronto tra le parti sociali, introducendo elementi di divisione".
Molto duro anche il giudizio del segretario generale della Cgil, Susanna
Camusso, secondo la quale con questo testo nei fatti si propone "la
cancellazione dello Statuto dei lavoratori e dell'articolo 18, così come
dei diritti e della libertà di organizzazione sindacale".
La bozza si compone di due articoli: il primo di conferimento della
delega al governo (da esercitarsi entro dodici mesi dall'entrata in
vigore della legge: una delega molto ampia nei contenuti) e il secondo
che ne esplica le modalità. Il disegno governativo sembra molto evidente
sin dalle prime righe della relazione che accompagna la bozza del ddl,
dove righe e righe si spendono per dimostrare come l'attuale Statuto
imbrigli la nostra economia, mentre uno strumento più agile favorirebbe
la creazione di maggiori opportunità di lavoro. E qui una prima domanda
si pone: è compito di uno Statuto dei lavoratori "sbrigliare"
l'economia? O non piuttosto quello di fissare regole, diritti e tutele
per i lavoratori entro cui l'economia si sviluppa? E per muovere
l'economia non contano piuttosto le politiche industriali e gli
investimenti in ricerca, conoscenza e qualità delle produzioni, cioè
proprio quello che il Berlusconi IV non ha mai neanche provato a fare?
In ogni caso, aggiunge Fammoni, l'idea di Sacconi non offre "nessuna
novità rispetto al Libro Verde: si propone una concezione d'impresa
svincolata da obblighi sociali e di un lavoro sempre meno considerato
come valore e sempre più inteso come mero fattore della produzione. Una
scelta sbagliata e perdente, come le politiche di questo governo, e che
contrasteremo".
Compaiono nel testo tutti i cavalli di battaglia del ministro, quelli
anche contenuti nel Piano triennale del lavoro presentato in estate: una
soglia davvero minima di diritti per tutti e poi il resto "frullato" in
tutte le variabili possibili: sussidiarietà, enti bilaterali,
compatibilità economiche, variabili geografiche e settoriali". Insomma,
uno sbriciolamento, proprio in un momento in cui quel mondo del lavoro
così frammentato andrebbe ricomposto. Ma in questo, l'uso delle parole è
significativo: per la sua creatura il ministro Pdl ha scelto
l'espressione Statuto dei lavori. I lavoratori per lui non esistono più,
sono invisibili. Per i lavoratori, invece, è un'altra ragione per farsi
vedere e scendere in piazza il 27 novembre.
17-11-2010 - (www.rassegna.it)
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