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Il lavoro è il tema su cui si fonda
(e si apre) la Costituzione, non è uno dei tanti argomenti da dibattere
davanti a un caffé, è l'elemento su cui si fonda la dignità e
l'autonomia dell'individuo. Non è un caso se su questo tema la politica
parlamentare si mostra compatta nel sostenere l'offensiva
confindustriale contro di diritti dei lavoratori. Ai comunisti il
compito di non limitarsi a chiedere un referendum ma rilanciare un
movimento di massa che porti alla piena attuazione della Costituzione,
mai realmente realizzata e concepita per indicare la direzione dello
sviluppo sociale del Paese.
Cosa c'è dietro lo statuto dei lavori
Piergiovanni Alleva,
Liberazione, 14/11/2010
Dopo il "collegato lavoro" sulle cui
brutture e pericoli ci siamo soffermati quindici giorni orsono sulle
colonne di questo giornale (clicca
qui per leggere), è uscita dal vaso di Pandora del ministro del Lavoro
un'altra mefitica proposta normativa, che speriamo non divenga mai legge
perché travolta dalla rovina del regime berlusconiano. Adesso
occorre, però, opporsi comunque con la
massima fermezza e fin da ora perché, con riguardo ai temi del lavoro,
l'unità di intenti nel centrodestra (e tra il centrodestra e la
Confindustria) non è mai venuta meno. Il "collegato lavoro", ad
esempio, è stato recentemente approvato, a gran velocità, anche da Futuro
e libertà e dall'Udc, in polemica con il Pdl su tutto, ma non sulle leggi
che riducono e potenzialmente annullano i diritti dei lavoratori.
Esaminiamo, dunque, questa sorta di "colpo di coda del caimano", questo
progetto di "statuto dei lavori" che, indecentemente, scimmiotta, nel
nome, la grande legge che è stata ed è lo Statuto dei lavoratori.
Si tratta tecnicamente di un progetto di legge delega per la
emanazione di uno o più decreti legislativi diretti alla redazione di un
testo unico denominato appunto Statuto dei lavori, che dovrebbe sostituire
lo Statuto dei lavoratori, o, piuttosto, sovrapporsi ad esso e ad altre
leggi di tutela. Diciamo "sovrapporsi" perché il progetto si
caratterizza per una innovazione metodologica davvero perfida essendo
d'altro canto la perfidia il tratto caratteristico dell'agire dei
transfughi, al cui novero sicuramente appartengono gli autori e proponenti
di questo progetto. L'innovazione metodologica consiste nel fatto che il
nuovo testo legislativo invece di disporre direttamente previsioni
peggiorative rispetto agli attuali in tema, ad esempio, di licenziamenti,
di mansioni e qualifiche, di trasferimenti, di sanzioni disciplinari, di
contratti precari, di orario di lavoro, di salario ecc.,
consentirà ai contratti collettivi di derogare in lungo e in largo le
norme esistenti in relazione, ad esempio, alla collocazione territoriale o
alla dimensione dell'impresa o al settore produttivo e così via.
Tanto per intenderci, i contratti collettivi potrebbero prevedere che in
Calabria l'articolo 18 sulla tutela contro i licenziamenti non si applichi
o si applichi solo sopra i 70 dipendenti o che nelle imprese fino a 20
dipendenti nel centro-Sud sia legittimo, in deroga all'articolo 2103 cod.
civ. dequalificare il dipendente adibendolo a mansioni inferiori e così
via. Ma quali contratti collettivi avrebbero questo smisurato potere
derogatorio? La proposta di statuto dei lavori del ministro Sacconi non lo
specifica e quindi si può intendere che lo avrebbero tutti i contratti
collettivi nazionali, territoriali ed aziendali ma comunque un'indicazione
nel progetto viene pur data: che quei contratti collettivi in deroga
dovrebbero valorizzare il ruolo e le funzioni degli organismi bilaterali.
Ed allora tutto è chiaro, e d'altro canto coerente con quanto già
si è cominciato a fare con la legge Biagi e con il "collegato lavoro": i
contratti collettivi cui si pensa sono quelli che saranno firmati dai
sindacati - Cisl e Uil anzitutto - che si sono già ridotti ed umiliati ad
un ruolo subalterno e servente verso la controparte datoriale e che
cercano di fare degli "organismi bilaterali" il luogo di una gestione
corporativa, complice ed autoreferente degli interessi dei lavoratori.
In tal modo la Confindustria e le altre organizzazioni datoriali
diverrebbero, con la complicità di questi sindacati serventi, i veri
legislatori in tema di lavoro, espropriando lo stesso parlamento.
E per di più - occorre sottolinearlo perché questo è il peggio del peggio
- legislatori del caso per caso a seconda delle convenienze. L'anticipo di
questa strategia lo abbiamo già visto con l'accordo separato di Pomigliano,
e con quello che ha introdotto l'articolo 4-bis del Ccnl metalmeccanico,
che, appunto, consente deroghe locali caso per caso alle norme
contrattuali.
Tutti comprendono che un diritto del lavoro ridotto ad una specie
di "colabrodo" dal moltiplicarsi degli accordi in deroga cesserebbe di
essere un diritto del lavoro, cioè un'insieme di garanzie certe per i
lavoratori. Bisogna, però, chiedersi come si è potuti arrivare a
questo punto non tanto in sede politica, perché questo è chiaro, ma in
sede di teoria giuridica. Si può dire, veramente, a questo proposito, che
"la via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni": quando c'era
l'unità sindacale il legislatore italiano concepì l'idea - in sé non
peregrina - di una integrazione tra la fonte legale primaria e la fonte
secondaria contrattual-collettiva, ritenendo che in tal modo i fenomeni
sociali potessero esser meglio colti nella loro dinamica. Così, per
intendersi, la legge invece di stabilire solo lei quando potessero essere
stipulati i rapporti a termine aveva previsto che potessero essere
conclusi anche nelle ipotesi individuate dai contratti collettivi. Su un
presupposto, però, tanto politico quanto giuridico, ossia che si trattasse
di contratti stipulati da sindacati comparativamente più rappresentativi,
e fin quando vi è stata l'unità sindacale, la rappresentatività di tali
sindacati, che firmavano unitariamente era indiscutibile, ed era anche
suplrfluo porsi il problema di misurarla. Ora è cambiato tutto, e non per
nulla il progetto di "statuto dei lavori" conferisce un enorme potere
derogatorio delle norme di legge alla contrattazione collettiva senza più
accennare a questioni e misure di maggiore rappresentatività, proprio
perché evidentemente si vuole che gli accordi derogatori della legge siano
accordi separati, firmati dai sindacati collaborativi e serventi, ancorché
comparativamente meno rappresentativi.
Si tratta di una strategia incostituzionale - sia chiaro - perché
la stessa Corte costituzionale ha ritenuto legittima quella integrazione
tra fonte legislativa e fonte contrattuale collettiva solo in quanto
questa possa dirsi effettivamente rappresentativa dell'assoluta
maggioranza dei lavoratori sindacalmente organizzati, ma questa
considerazione non è sufficiente a rassicurarci: è ora, pensiamo, che la
fonte legale e quella contrattuale riacquistino la loro distinta
fisionomia e finalità, ma soprattutto che vengano fissati come condizione
di legittimità della fonte contrattuale i suoi requisiti di maggiore
rappresentatività e di rappresentanza, ossia di conformità verificata
attraverso referendum, dei risultati negoziali alla volontà dei lavoratori
interessati.
Piergiovanni Alleva,
Liberazione, 14/11/2010
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