E’ ormai da giorni che in diversi
dibattiti e assemblee viene evocato lo sciopero generale
come passaggio catartico per chiudere la fase degradante
della crisi economica, politica e morale del paese ed
aprirne una nuova fondata su parametri auspicabilmente
diversi.
Lo sciopero generale è stato evocato nella manifestazione
del 16 ottobre convocata dalla Fiom, è stato ventilato
decisamente obtorto collo e come ipotesi remota da Epifani
nel suo intervento dal palco e si è convertito in una
sorta di totem nelle invocazioni che si sentono in varie
iniziative sociali, politiche e sindacali. Ma come stanno
veramente le cose? Proviamo a mettere in fila una serie di
questioni a nostro avviso non secondarie.
I tempi dello sciopero generale. Se e quando si fa non è
indifferente. Anche a naso si capisce che la Cgil punta
sulla manifestazione del 27 novembre come iniziativa
sostitutiva dello sciopero generale. Analogamente si
capisce che la Cgil - che è ormai rientrata a tutto tondo
nella concertazione con la Confindustria - a fare uno
sciopero senza Cisl e Uil non ci pensa più neanche
lontanamente. Infine, se ci sarà uno sciopero generale di
Cgil Cisl e Uil, sarà solo in funzione ed a supporto di un
eventuale governo “tecnico” o di unità nazionale che
potrebbe sostituire il governo Berlusconi con un esecutivo
fortemente ispirato e voluto da Confindustria, dalle
grandi banche e dai poteri forti europei.
I contenuti dello sciopero generale. Alla luce di quanto è
venuto emergendo in queste settimane, lo sciopero generale
di Cgil Cisl Uil altro non sarebbe che la rivendicazione
del patto sociale tra sindacati, imprese e banche in nome
della convergenza di interessi nella gestione della crisi
economica. Nella migliore delle ipotesi ruoterebbe intorno
ad un altro totem come la questione fiscale sulla quale –
al momento – le uniche proposte in circolazione prevedono
una riduzione del carico fiscale sui salari finanziato
interamente dalla fiscalità generale e senza alcun costo
per i padroni. Non solo. Alcuni ragionamenti sulla
riduzione del carico fiscale sui salari non nascondono
l’ipotesi di utilizzare questa misura, apparentemente
positiva, come clava per liquidare definitivamente i
residui di stato sociale che ancora sopravvivono dopo i
tagli inferti in questi diciotto anni.
Le modalità dello sciopero generale. E’ ancora possibile
accettare gli sciopericchi di quattro ore come una forma
di lotta efficace? E’ ancora possibile accettare che in
settori strategici come i trasporti, l’energia, le
telecomunicazioni o in settori sensibili come la sanità
sia diventato praticamente impossibile scioperare
efficacemente a causa dei protocolli sui servizi minimi
accettati da Cgil Cisl Uil? E’ evidente come davanti alla
mera formalità e all’inefficacia di scioperi generali con
queste caratteristiche stia crescendo lo scetticismo e
l’indisponibilità dei lavoratori a scioperare. Non solo.
Scioperare per sostenere un patto sociale a tutto
discapito dei lavoratori sarebbe una forma di masochismo
dal quale chi ha più buonsenso ha cominciato a prendere le
distanze. Una piattaforma di classe contro la crisi e
forme di lotta con qualche almeno velleità alla francese o
alla greca non sembrano nelle corde dei sindacati
collaborazionisti.
Chi convoca lo sciopero generale? Anche qui è evidente una
contraddizione non secondaria. Se lo convocano Cgil Cisl
Uil avrà le caratteristiche inaccettabili e
controproducenti fin qui indicate. Se lo convoca la sola
Fiom – che ha l’autorevolezza per farlo – sarà al massimo
lo sciopero generale dei metalmeccanici e taglierebbe
fuori la maggioranza dei lavoratori. Si evidenzia dunque
il vuoto sul piano della confederalità e della
rappresentanza generale dei lavoratori. A oggi l’unica
confederalità esistente al di fuori dei sindacati
collaborazionisti è quella dei sindacati di base. La Fiom
dispone o intende dotarsi di una autonomia tale da
raggiungere un accordo con i sindacati di base per
convocare uno sciopero generale e generalizzato di tutti i
lavoratori, i precari, i settori sociali colpiti dalla
crisi?
Senza una risposta a queste quattro questioni, continuare
a parlare e ad evocare il totem dello sciopero generale
rischia di diventare un mantra del tutto privo di
credibilità e concretezza o, nella migliore delle ipotesi,
una nuova versione consolatoria delle contraddizioni
irrisolte della sinistra alternativa e della sinistra
sindacale nel nostro paese.
Di un forte rilancio del conflitto sociale nel paese c'è
estremo bisogno. Ce n'è bisogno per riaffermare gli
interessi dei lavoratori e dei settori sociali colpiti
dalla crisi come elemento di priorità e ce n'è bisogno per
far capire alle classi dominanti che vogliamo togliere di
mezzo il governo in carica senza diventare subalterni e
carne da cannone del governo delle banche e della
Confindustria.