Secondo la Cgil chi prende 1.240 euro al mese dopo 40
anni riceverà un assegno di 508 euro
Le minipensioni dei parasubordinati Avranno appena il
36% del reddito
A rischio di non arrivare all'assegno sociale
chi ha iniziato nel '96
ROMA - Lo spettro è quello dell'assegno sociale, oggi pari
a poco più di 400 euro, che l'Inps eroga ai bisognosi. Molti giovani
lavoratori atipici, se non escono dalla trappola della precarietà,
rischiano di avere questo sussidio invece della pensione. La questione
della previdenza dei parasubordinati è arrivata la scorsa settimana in
Parlamento e finisce oggi in piazza. L'Italia dei Valori, primo
firmatario il capogruppo Felice Belisario, ha presentato in Senato
un'interrogazione urgente ai ministri del Lavoro e dell'Economia,
Maurizio Sacconi e Giulio Tremonti. Nella richiesta di chiarimenti al
governo il partito fa riferimento ad una frase attribuita al presidente
dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, che con una battuta avrebbe reso l'idea
del problema: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai
parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Quale che sia la
verità, questa mattina, invece, il Nidil-Cgil, sindacato dei lavoratori
atipici, ha organizzato una iniziativa davanti all'Inps di Roma Centro,
a piazza Augusto Imperatore, insieme al patronato Inca e al dipartimento
giovani della stessa Cgil. A fare i conti saranno gli esperti del
sindacato, spiega la confederazione guidata da Guglielmo Epifani.
È evidente che, soprattutto per i collaboratori (prima co.co.co. e
poi co.co.pro.) che hanno cominciato nel 1996, quando fu istituita
la speciale gestione presso l'Inps, e che non riescono a trovare un
posto fisso il futuro riserva una pensione da fame. Nei primi anni della
gestione, infatti, ai parasubordinati senza altra copertura
previdenziale pubblica si applicava un'aliquota contributiva del 10-12%,
poi salita gradualmente fino al 26,72% in vigore dal primo gennaio 2010.
Essendo i redditi di questa categoria di lavoratori generalmente bassi e
discontinui (tra un contratto e l'altro passano mesi) è chiaro che col
metodo contributivo, integralmente applicato a tutti coloro che hanno
cominciato a lavorare dopo la riforma Dini, sarà difficile maturare una
pensione superiore all'assegno sociale (oggi 411 euro al mese). Nel
frattempo, però, il paradosso è che con i contributi che i
parasubordinati versano al loro fondo Inps, in attivo di oltre 8
miliardi (perché finora incassa solo ed eroga pochissime presta) si
pagano le pensioni alle categorie che non ce la farebbero con i soli
versamenti dei loro iscritti, dai dirigenti d'azienda ai lavoratori
degli ex fondi speciali: telefonici, elettrici, trasporti.
Per fortuna le prospettive previdenziali migliorano per i
parasubordinati che hanno cominciato a lavorare in questi ultimi anni
(l'aliquota era per esempio salita già al 23,5% nel 2007), ma la
possibilità di raggiungere una pensione dignitosa dipende
fondamentalmente dal reddito percepito durante gli anni di lavoro e
dalla sua continuità (e per questo le donne sono svantaggiate). In ogni
caso, l'assegno sarà in proporzione sempre inferiore a quello di un
lavoratore dipendente, che paga il 33% di contributi. Insomma le
variabili sono troppe, spiega l'Inps, senza contare che di regola la
condizione di parasubordinato non è a vita e quindi non avrebbe senso,
continua l'istituto, stimare la pensione su pochi anni di contribuzione
da parasubordinati.
Il problema è davvero serio per chi non riesce ad uscire dalla
precarietà. La crisi aggrava il fenomeno. Il vicedirettore della Banca
d'Italia, Ignazio Visco, in un recente intervento al convegno di
Genova della Confindustria ha osservato che «solo un quarto circa dei
giovani tra 25 e 34 anni occupati nel 2008 con un contratto a tempo
determinato o di collaborazione aveva trovato dopo 12 mesi un lavoro a
tempo indeterminato o era occupato come lavoratore autonomo, mentre
oltre un quinto era transitato verso la disoccupazione o era uscito
dalle forze di lavoro».
Se l'Inps non fornisce previsioni sulle pensioni dei parasubordinati,
altri lo fanno. Filomena Trizio, segretaria generale del Nidil-Cgil,
spiega che i suoi uffici hanno elaborato due esempi. Il primo riguarda
un parasubordinato che ha cominciato nel '96 e il secondo uno che
comincia nel 2010. Per entrambi si ipotizza che tra un contratto e
l'altro ci sia circa un mese di non lavoro all'anno, che restino in
attività per 40 anni, che abbiano una retribuzione iniziale di 1.240
euro al mese e che vadano in pensione a 65 anni. Il primo, quello
svantaggiato da contribuzioni iniziali più basse, avrebbe una pensione
pari al 41% dell'ultimo reddito, cioè 508 euro al mese, il secondo al
48,5%, ovvero 601 euro. «Per arrivare a un tasso del 60% - dice Trizio -
bisogna ipotizzare che questi collaboratori dopo i primi 5 anni
diventino dipendenti». Infine, va considerato che questi lavoratori,
dati i bassi compensi che mediamente ricevono, non hanno di solito le
risorse per farsi una pensione complementare. Col patto sociale
sottoscritto col governo Prodi, ricorda Trizio, «era stato sancito
l'impegno di garantire alle carriere lavorative discontinue un tasso di
sostituzione del 60%, ma con questo governo non se n'è fatto nulla».
Anche secondo Maurizio Petriccioli, segretario confederale della Cisl,
bisogna «rafforzare la contribuzione figurativa per i periodi non
lavorati a fronte di disoccupazione, maternità e lavoro di cura
familiare».
Stime più favorevoli provengono invece da Progetica e dal Cerp. La
prima, società di consulenza specializzata nella finanza personale,
ha fatto alcune elaborazioni per il supplemento Pensioni del
CorrierEconomia del 29 marzo scorso. Si ipotizzano tre parasubordinati
che abbiano cominciato a lavorare a 25 anni: il primo 10 anni fa, il
secondo 5 e il terzo nel 2010. Tutti e tre si prevede che arrivino a
fine carriera con un retribuzione lorda di 36 mila euro. La loro
pensione, secondo Progetica, oscillerà da un minimo del 36% dell'ultimo
stipendio, in caso di ritiro a 63 anni, a un massimo del 62% per il
giovane che comincia adesso e va in pensione a 65 anni (il 55% invece
per chi ha cominciato 10 anni fa). Per le donne, che in media guadagnano
un po' meno e hanno periodi di non lavoro maggiori (soprattutto in caso
di maternità) le stime sono un po' più basse: tra il 36 e il 57%
dell'ultima retribuzione.
A conclusioni simili arriva anche uno studio del 2008 del Cerp, il
centro di ricerche sulla previdenza diretto da Elsa Fornero. Il
tasso di sostituzione oscillerebbe infatti il 49 e il 53% ritirandosi a
60 anni, rispettivamente dopo 35 e 40 anni di attività. Ma la ricerca
del Cerp è interessante soprattutto perché giunge alla conclusione che,
in media un parasubordinato perde, rispetto a un lavoratore dipendente
che paga il 33% di contributi, tra l'uno e l'uno e mezzo per cento
all'anno sull'importo della pensione.