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Roberto Farneti -Liberazione
Avanti tutta con la progressiva demolizione del contratto nazionale
di lavoro e la messa in discussione di diritti tutelati nel nostro
paese da almeno quarant'anni. Il colpo finale - sempre che il
governo non cada prima - arriverà con il passaggio dallo Statuto dei
lavoratori allo Statuto dei lavori (diritti non più universali, ma
diversi a seconda del mestiere che si fa). Nel frattempo il ministro
del Lavoro Maurizio Sacconi e Confindustria si sono già dati
parecchio da fare su questo versante, potendo contare sulla
complicità di Cisl e Uil. E così, dopo l'accordo sul nuovo modello
contrattuale non siglato dalla Cgil, l'altro giorno è arrivato
quello tra Federmeccanica, Fim e Uilm sulle deroghe al contratto
nazionale dei metalmeccanici.
La nuova norma, che sarà inserita come articolo 4 bis, limita la
possibilità di deroghe ai casi di «sviluppo economico ed
occupazionale» o «per contenere gli effetti economici occupazionali
derivanti da situazioni di crisi aziendale». Le intese saranno
definite a livello aziendale e poi saranno validate a livello
nazionale (con una sorta di silenzio assenso, ci sarà il via libera
trascorsi 20 giorni dal ricevimento delle intese da parte del
sindacato nazionale) ma non potranno riguardare né il salario
(minimi tabellari, scatti d'anzianità e salario accessorio) né
«diritti individuali derivanti da norme inderogabili di legge».
Modifiche salutate con soddisfazione dall'amministratore delegato
della Fiat, Sergio Marchionne: «Bisogna andare avanti. Questo è il
primo passo», ha commentato il manager parlando al Salone dell'Auto
di Parigi. Marchionne aveva minacciato l'uscita della Fiat da
Confindustria se non si fossero create le condizioni - anche
normative - per applicare l'accordo per lo stabilimento di
Pomigliano d'Arco, non siglato dalla Fiom. «Ora mi sento meglio -
dichiara Marchionne - credo che ci sia una disponibilità da parte
dei sindacati. La possibilità di uscire dal sistema confindustriale
c'è ancora, ma è piuttosto remota. L'impegno è trovare una soluzione
dentro il sistema». Rocco Palombella, segretario generale della Uilm,
allarga le braccia: «La crisi non ci lascia possibilità - è la
difesa del sindacalista - o riusciamo a rientrare nel gioco e ne
discutiamo, o una difesa aprioristica del contratto ci porterà o
alla delocalizzazione e alla chiusura degli stabilimenti».
Una visione miope, ribatte la Cgil: «L'accordo sulle deroghe al
contratto dei metalmeccanici - spiega a Liberazione Vincenzo
Scudiere, segretario confederale - rappresenta l'ultima rottura
nelle relazioni industriali che, sommata ad altre rotture, non ci
porta a una soluzione reale dei problemi». Non solo facendo così «si
mette in discussione il contratto collettivo nazionale di lavoro, ma
l'istituto delle deroghe - osserva Scudiere - è un danno anche per
le imprese perché crea sostanzialmente un "dumping", ossia la
possibilità di costi del lavoro diversi tra aziende che competono
sullo stesso territorio. Viene quindi meno un quadro di regole certe
a tutela non solo del lavoro ma anche del mercato».
A dividere i sindacati è anche il giudizio sul famigerato ddl
lavoro, l'unica legge finora rinviata alle Camere dal presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano in questa legislatura. Sacconi
preme perché il nuovo testo approvato l'altro giorno dal Senato
ottenga in tempi brevi l'ok definitivo della Camera. E tuttavia la
Cgil fa notare come i rilievi mossi da Napolitano siano stati
incredibilmente ignorati, soprattutto per quanto riguarda
l'arbitrato. E' stata infatti cassata la modifica più importante
uscita dalla Camera, grazie a un emendamento presentato dal Pd, che
lasciava la possibilità di ricorrere a questo strumento - più agile
ma più pericoloso dal punto di vista del diritto, perché in un
arbitrato di equità la decisione può essere presa anche in deroga a
leggi e contratti nazionali - solo per le controversie di lavoro già
insorte. Ora è ritornato l'obbligo per il lavoratore di decidere già
all'indomani della conclusione del periodo di prova, quando cioè è
ancora ricattabile, se ricorrere o meno all'arbitrato, mentre rimane
esclusa la possibilità di rivolgersi all'arbitro per le controversie
relative al licenziamento.
Per la Cisl va bene così, per la Cgil no. «Pensate alle condizioni
in cui saranno messi i precari - argomenta Fulvio Fammoni - pensate
ai migranti. A quante cose si sarà disponibili a derogare pur di
avere un lavoro. L'altra norma grave è l'apprendistato a 15 anni,
che interviene doppiamente sull'età dell'obbligo scolastico e sul
lavoro minorile».
01/10/2010 |