|
Fabio Sebastiani
Cgil sulla strada del patto sociale. Sì, ma quale? La riunione dei
segretari generali a Todi, la scorsa settimana, l'abboccamento con
Confindustria a Genova, la presentazione dei dati sulla perdita
secca dei salari nell'ultimo decennio: tutti questi appuntamenti non
sono serviti a chiarire la "substantia" del modello contrattuale che
la Cgil potrebbe firmare nei prossimi mesi. E in effetti, anche a
leggere attentamente il documento uscito da Todi di indicazioni ce
ne sono poche. «L'obiettivo vero e proprio in questo momento»,
dicono gli esponenti dell'opposizione interna, «è far rientrare la
Cgil nel confronto con Cisl, Uil e Confindustria, a prescindere dai
contenuti». La "Cgil che vogliamo" la chiesto la convocazione
urgente del direttivo nazionale.
Di passi politici se ne sono fatti tanti, comunque, nella direzione
del nuovo patto sociale. E l'ultimo potrebbe arrivare oggi stesso,
come sottolinea Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale
della Fiom, «quando Fim e Uilm firmeranno l'accordo separato sulle
deroghe al contratto nazionale». «A quel punto che farà la Cgil?».
Non essendoci merito, se non uno schema di contratto nazionale che
abbandona definitivamente la strada della ripartizione della
produttività, abbraccia un indice di adeguamento all'inflazione
svuotato di efficacia e trasferisce sul piano degli accordi
aziendali materie come orari e inquadramenti, il discorso si fa
tutto di "metodo". «Ciò che va premesso - si legge nella "Traccia di
discussione" del seminario di Todi - è che non si difende il
contratto nazionale senza una proposta che ne rilanci la sua
funzione ed introduca delle innovazioni, così come non si determina
un nuovo sistema di regole inseguendo la prescrittività». A parte
l'evidente critica alla Fiom, non c'è da stare allegri.
Innanzitutto, perché la "porta" del rientro della Cgil al tavolo del
confronto sarebbe la già prevista "manutenzione" dell'accordo
separato del 2009. Questo, che nella visione dei vertici della Cgil
rappresenterebbe una sorta di "cavallo di Troia", in realtà preclude
qualsiasi possibilità della consultazione presso i lavoratori. Un
particolare non certo secondario visto che uno dei temi delle
prossime battaglie sindacali sarà proprio quello della democrazia e
della rappresentanza.
Secondo, il percorso di discussione interna alla Cgil non solo è
tutto da costruire ma non ha alcun retroterra. Derubricato il
congresso allo scontro con una minoranza interna «che vuole nuocere
alla Cgil», come è stato più volte sottolineato da diversi esponenti
della maggioranza raccolta intorno al segretario generale Guglielmo
Epifani, sembra davvero difficile rintracciare un "patrimonio"
comune a tutta la Cgil da cui poter ripartire. «I contenuti sono
tutti da discutere - sottolinea Marigia Maulucci, esponente della
"Cgil che vogliamo" -. C'è bisogno di una proposta che risponda ad
almeno due criteri: ricomposizione del mondo del lavoro e soldi
certi ai lavoratori».
C'è poi un terzo nodo da non sottovalutare: nel caso in cui si firmi
un accordo che valga per il settore privato, cosa farà il Governo?
L'esecutivo non solo ha cancellato il contratto nazionale ma sta
anche bloccando iul rinnovo delle Rappresentanze sindacali, ovvero
quegli organismi che dovrebbero applicare l'attuazione del nuovo
modello.
E' chiaro quindi che questo nuovo patto sociale nasce di fatto sotto
una forte ipoteca politica, se non proprio elettoralistica. Non può
essere un governo guidato dal centrodestra a gestirlo. Considerando
tutti i discorsi e le prese di posizione che si sono fatte al
congresso sull'indipendenza del sindacato non c'è che dire.
La Maulucci avanza, infine, una considerazione di carattere
macroeconomico. «E' complicato parlare di adeguamento all'inflazione
in un momento in cui andiamo verso il rischio di una deflazione».
«Quello che servirebbe sarebbe invece un aumento reale perché solo
in questo modo avrebbe un senso la ripresa dei consumi».
Rimane infine l'obiezione ripetuta ogni volta che si prende in
considerazione la platea dei lavoratori che effettivamente godono
del livello aziendale del contratto. In Italia sono a malapena un
terzo, anche se il dato risale al periodo "pre-crisi". E quindi che
senso ha svuotare il contratto nazionale a beneficio di un secondo
livello usufruibile da una ristretta cerchia?
29/09/2010
|