Salari: Cgil, potere d'acquisto
sceso di quasi 5.500 in 10 anni
Il dato emerge dal V rapporto Ires-Cgil
2000-2010. Il segretario generale Epifani: "Serve un intervento
immediato per diminuire la pressione fiscale sul reddito da lavoro
dipendente"
ROMA - I lavoratori dipendenti
italiani hanno perso in dieci anni oltre 5 mila euro di potere
d'acquisto. Lo sostiene la Cgil nel suo rapporto sulla crisi dei salari
presentato oggi: nel decennio 2000-2010 le retribuzioni hanno avuto, a
causa dell'inflazione effettiva più alta di quella prevista, una perdita
cumulata del potere di acquisto di 3.384 euro ai quali si aggiungono
oltre 2 mila euro di mancata restituzione del fiscal drag che porta la
perdita nel complesso a 5.453 euro.
"C'è un grande problema di abbassamento dei salari soprattutto legato al
prelievo fiscale", ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo
Epifani, che ha riaffermato la necessità di ridurre subito la pressione
fiscale sul reddito da lavoro dipendente. E' una questione "che va
affrontata in tempi rapidi e che non può essere rimandata alle calende
greche", ha detto. Il peso fiscale va riequilibrato in favore dei
salari, ha concluso.
Secondo l'Ires-Cgil, l'incremento medio reale del biennio 2009-2010
risulta di appena 16,4 euro mensili. Calcolando la crescita delle
retribuzioni includendo anche l'abbattimento del reddito dovuto al
massiccio ricorso alla cassa integrazione, invece, si legge nel
rapporto, l'aumento netto reale in busta paga, per tutti i lavoratori
dipendenti, risulta solamente di 5,9 euro al mese. Inoltre, la perdita
cumulata calcolata sulle retribuzioni equivale a circa 44 miliardi di
maggiori entrate complessivamente sottratte al potere di acquisto dei
salari. E questo - prosegue il rapporto
- spiega perché nel decennio 2000-2010, le entrate del
lavoro dipendente abbiano registrato una crescita reale del 13,1% a
fronte di una flessione reale di tutte le altre entrate del -7,1%.
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