Manifesto

26/09/2010 - Antonio Sciotto

Caro Epifani, cara Marcegaglia

Sembra scoppiato l'amore tra la Confindustria e la Cgil: grandi prove di apertura ieri ai Magazzini del cotone di Genova, dove l'associazione degli industriali ha presentato le sue proposte per il lavoro. Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani ha accolto l'appello di Alberto Bombassei e poi di Emma Marcegaglia a tornare a discutere sui contratti, dicendo che i tempi sono maturi per «pensare a un contratto nazionale più largo e inclusivo, che abbia norme meno restrittive su orari e inquadramenti, in modo da dare più potere al secondo livello». Marcegaglia, nel suo intervento conclusivo, si è rivolta più volte a Epifani chiamandolo «Guglielmo», dettaglio che rende evidente il disgelo, e infine ha notato: «Credo che non solo da Bonanni e Angeletti, ma anche da parte di Epifani ci sia forte condivisione a lavorare tutti insieme. Ho sentito alcune aperture, c'è un clima diverso. Vedo il bicchiere mezzo pieno». Insomma, armonia, tanta armonia. Anche se la prima vera prova sarà il tavolo del 4 ottobre, data in cui la Confindustria ha chiamato tutte le parti, compresa la confederazione di Epifani e Camusso, a discutere di «produttività»: «Parleremo di fisco, scuola, merito, certamente - spiega la presidente degli industriali - ma non potremo fare a meno di confrontarci anche sui contratti». 
E allora eccolo, il «tagliando» all'accordo separato del 2009, cui è chiamata a partecipare anche la Cgil, non si sa bene però con quali margini di intervento. Marcegaglia su questo punto non spalanca tutte le porte: «Ovvio che quell'accordo, come tutti quelli che firmiamo, è disponibile a un tagliando, non siamo immobili. Ma la sua logica è chiara: vogliamo aziende più produttive, a fronte di salari più vicini all'impresa, anche detassati nelle parti variabili. Noi vogliamo estendere il salario di produttività, renderlo veramente variabile». D'altra parte, Bombassei aveva spiegato che al momento solo il 4-5% del salario è variabile, mentre le imprese puntano almeno al 40-45%. 
Confindustria insiste poi sulla crescita: «Se dal 1994 al 2008 fossimo cresciuti allo stesso ritmo dell'Europa - dice Marcegaglia - oggi a fine anno ogni italiano sarebbe più ricco di 1700 euro. Di 2100 se avessimo seguito la media G7. Allo stesso modo abbiamo perso 540 miliardi di Pil per il fatto che siamo più lenti degli altri paesi europei, ben 720 se consideriamo i ritmi del G7: e allora, la produttività al primo posto». 
Su questo fronte si inserisce anche il governo, con il ministro Maurizio Sacconi che annuncia una circolare sulle voci dello stipendio detassate al 10%: «Non solo i premi, ma tutte quelle parti di retribuzione legate ai turni, al lavoro notturno e straordinario: l'essenziale è che siano collegate a un incremento di efficienza per l'azienda». Sacconi, anche lui a Genova, dà ugualmente del tu a Epifani: «Guglielmo, attenzione. Vuoi un contratto più largo e che lasci spazio al secondo livello, ma per far questo bisogna alleggerire veramente la cornice nazionale». Poi il ministro, per ritagliarsi un ruolo nel ripreso dialogo tra le parti, invita imprese e sindacati a siglare un Avviso comune sul nuovo Statuto dei lavori: «Stabilite insieme quali siano i diritti inviolabili e perciò inderogabili, e cosa invece possa essere derogato, sul salario, sulle mansioni. Così anche la legge che faremo avrà un iter più veloce». Sulla stessa linea la Cisl, con Raffaele Bonanni: «Ok ai prossimi tavoli, si deve poter discutere tutto per mantenere il lavoro nel nostro paese. E anzi io aggiungo: a chiunque mi proponesse di fare investimenti in Italia, io direi subito: duplichiamo l'accordo di Pomigliano». 
Comunque la Cgil c'è, decisamente. Forse i tempi sono ancora prematuri per un avviso comune sullo Statuto dei lavori, ma sul resto ci può essere un dialogo: Epifani, a parte l'apertura sui contratti, ha chiesto un «accordo tra le parti sulla rappresentanza e rappresentatività, che poi può diventare legge: a patto però che ogni intesa venga poi votata dai lavoratori. E così anche chi è contrario, poi dovrà accettare l'esito delle votazioni, con responsabilità». Il segretario della Cgil insiste più sui punti di convergenza, che su quelli di dissenso: «Dall'inizio della crisi - nota - abbiamo già firmato 12 mila accordi: adesso la crisi si fa più pesante, si esaurisce la cassa e gruppi come Fincantieri o Fiat decidono addirittura di chiudere stabilimenti. Il conflitto rischia di diventare in alcuni casi ingovernabile». 
Marcegaglia accoglie l'appello, e così chiede alla Cgil uno sforzo in più, di «firmare 12.001 contratti». Ma è netta sulla Fiat: «Noi ribadiamo il pieno sostegno alle sue richieste. Basta con i falsi invalidi e i falsi malati, chi sciopera per vedere le partite. E basta accusare la Confindustria di violare i diritti. Noi assicuriamo che tutte le risposte alla Fiat verranno nel contratto dei metalmeccanici, nel pieno rispetto dell'accordo interconfederale del 2009». Insomma, nessuna fuga in avanti - sembra dire la Confindustria - la Fiat non uscirà dalla Federmeccanica e non si farà un contratto auto tagliato solo sulle sue esigenze. Ma non tutto filerà liscio, ovviamente: la settimana prossima si potrebbe chiudere l'accordo sulle deroghe al contratto dei metalmeccanici - con le sole Fim e Uilm («i tempi saranno veloci», preannuncia Marcegaglia) - e così, mentre da un lato la Cgil sarà ai tavoli per trattare, dall'altro la Fiom potrebbe alzare la conflittualità nelle fabbriche e nelle piazze.