Sembra scoppiato
l'amore tra la Confindustria e la Cgil: grandi prove di apertura
ieri ai Magazzini del cotone di Genova, dove l'associazione degli
industriali ha presentato le sue proposte per il lavoro. Il
segretario della Cgil Guglielmo Epifani ha accolto l'appello di
Alberto Bombassei e poi di Emma Marcegaglia a tornare a discutere
sui contratti, dicendo che i tempi sono maturi per «pensare a un
contratto nazionale più largo e inclusivo, che abbia norme meno
restrittive su orari e inquadramenti, in modo da dare più potere al
secondo livello». Marcegaglia, nel suo intervento conclusivo, si è
rivolta più volte a Epifani chiamandolo «Guglielmo», dettaglio che
rende evidente il disgelo, e infine ha notato: «Credo che non solo
da Bonanni e Angeletti, ma anche da parte di Epifani ci sia forte
condivisione a lavorare tutti insieme. Ho sentito alcune aperture,
c'è un clima diverso. Vedo il bicchiere mezzo pieno». Insomma,
armonia, tanta armonia. Anche se la prima vera prova sarà il tavolo
del 4 ottobre, data in cui la Confindustria ha chiamato tutte le
parti, compresa la confederazione di Epifani e Camusso, a discutere
di «produttività»: «Parleremo di fisco, scuola, merito, certamente -
spiega la presidente degli industriali - ma non potremo fare a meno
di confrontarci anche sui contratti».
E allora eccolo, il «tagliando» all'accordo separato del 2009, cui è
chiamata a partecipare anche la Cgil, non si sa bene però con quali
margini di intervento. Marcegaglia su questo punto non spalanca
tutte le porte: «Ovvio che quell'accordo, come tutti quelli che
firmiamo, è disponibile a un tagliando, non siamo immobili. Ma la
sua logica è chiara: vogliamo aziende più produttive, a fronte di
salari più vicini all'impresa, anche detassati nelle parti
variabili. Noi vogliamo estendere il salario di produttività,
renderlo veramente variabile». D'altra parte, Bombassei aveva
spiegato che al momento solo il 4-5% del salario è variabile, mentre
le imprese puntano almeno al 40-45%.
Confindustria insiste poi sulla crescita: «Se dal 1994 al 2008
fossimo cresciuti allo stesso ritmo dell'Europa - dice Marcegaglia -
oggi a fine anno ogni italiano sarebbe più ricco di 1700 euro. Di
2100 se avessimo seguito la media G7. Allo stesso modo abbiamo perso
540 miliardi di Pil per il fatto che siamo più lenti degli altri
paesi europei, ben 720 se consideriamo i ritmi del G7: e allora, la
produttività al primo posto».
Su questo fronte si inserisce anche il governo, con il ministro
Maurizio Sacconi che annuncia una circolare sulle voci dello
stipendio detassate al 10%: «Non solo i premi, ma tutte quelle parti
di retribuzione legate ai turni, al lavoro notturno e straordinario:
l'essenziale è che siano collegate a un incremento di efficienza per
l'azienda». Sacconi, anche lui a Genova, dà ugualmente del tu a
Epifani: «Guglielmo, attenzione. Vuoi un contratto più largo e che
lasci spazio al secondo livello, ma per far questo bisogna
alleggerire veramente la cornice nazionale». Poi il ministro, per
ritagliarsi un ruolo nel ripreso dialogo tra le parti, invita
imprese e sindacati a siglare un Avviso comune sul nuovo Statuto dei
lavori: «Stabilite insieme quali siano i diritti inviolabili e
perciò inderogabili, e cosa invece possa essere derogato, sul
salario, sulle mansioni. Così anche la legge che faremo avrà un iter
più veloce». Sulla stessa linea la Cisl, con Raffaele Bonanni: «Ok
ai prossimi tavoli, si deve poter discutere tutto per mantenere il
lavoro nel nostro paese. E anzi io aggiungo: a chiunque mi
proponesse di fare investimenti in Italia, io direi subito:
duplichiamo l'accordo di Pomigliano».
Comunque la Cgil c'è, decisamente. Forse i tempi sono ancora
prematuri per un avviso comune sullo Statuto dei lavori, ma sul
resto ci può essere un dialogo: Epifani, a parte l'apertura sui
contratti, ha chiesto un «accordo tra le parti sulla rappresentanza
e rappresentatività, che poi può diventare legge: a patto però che
ogni intesa venga poi votata dai lavoratori. E così anche chi è
contrario, poi dovrà accettare l'esito delle votazioni, con
responsabilità». Il segretario della Cgil insiste più sui punti di
convergenza, che su quelli di dissenso: «Dall'inizio della crisi -
nota - abbiamo già firmato 12 mila accordi: adesso la crisi si fa
più pesante, si esaurisce la cassa e gruppi come Fincantieri o Fiat
decidono addirittura di chiudere stabilimenti. Il conflitto rischia
di diventare in alcuni casi ingovernabile».
Marcegaglia accoglie l'appello, e così chiede alla Cgil uno sforzo
in più, di «firmare 12.001 contratti». Ma è netta sulla Fiat: «Noi
ribadiamo il pieno sostegno alle sue richieste. Basta con i falsi
invalidi e i falsi malati, chi sciopera per vedere le partite. E
basta accusare la Confindustria di violare i diritti. Noi
assicuriamo che tutte le risposte alla Fiat verranno nel contratto
dei metalmeccanici, nel pieno rispetto dell'accordo interconfederale
del 2009». Insomma, nessuna fuga in avanti - sembra dire la
Confindustria - la Fiat non uscirà dalla Federmeccanica e non si
farà un contratto auto tagliato solo sulle sue esigenze. Ma non
tutto filerà liscio, ovviamente: la settimana prossima si potrebbe
chiudere l'accordo sulle deroghe al contratto dei metalmeccanici -
con le sole Fim e Uilm («i tempi saranno veloci», preannuncia
Marcegaglia) - e così, mentre da un lato la Cgil sarà ai tavoli per
trattare, dall'altro la Fiom potrebbe alzare la conflittualità nelle
fabbriche e nelle piazze.