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Perchè cancellare lo statuto dei lavoratori?
La logica economica – quella
propagandata – secondo cui la maggiore libertà di licenziamento fornisce
alle imprese anche maggiore incentivo all’assunzione e che, dunque, la
‘flessibilità’ del lavoro va a vantaggio dei lavoratori non ha alcun
fondamento e non è verificata dai fatti (di Guglielmo Forges Davanzati).
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E’ ampiamente dimostrato, sul piano teorico ed
empirico, che le politiche di ‘flessibilità’ del lavoro non accrescono
l’occupazione e tendono ad associarsi a una riduzione della quota dei
salari sul PIL. E’ poi documentato, su basi empiriche e con riferimento
all’economia europea e italiana, che le politiche di ‘flessibilità’
hanno spinto le imprese a rimanere o spostarsi verso settori produttivi
ad alta intensità di lavoro, e che a ciò ha fatto seguito una
significativa riduzione della produttività del lavoro.
E’ anche noto che una distribuzione del reddito, e dei diritti,
sfavorevole ai lavoratori non induce di per sé un aumento degli
investimenti: sia sufficiente qui richiamare il fatto che, come
certificato dall’ultima rilevazione ISTAT, gli investimenti fissi lordi
in valori correnti delle imprese non finanziarie hanno registrato, tra
il quarto trimestre 2009 e lo stesso periodo dell’anno precedente, una
flessione del 15,3%, a fronte del fatto che l’Italia si colloca al
ventitreesimo posto in ambito OCSE per livello medio delle retribuzioni
ed è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di
precarizzazione del lavoro.
Per dar conto della reiterazione di provvedimenti anti-sindacali, quando
questi si sono rivelati del tutto controproducenti per gli obiettivi che
si dichiara di voler perseguire, e della loro accelerazione negli ultimi
anni in Italia, si può partire dalla constatazione stando alla quale il
principale problema strutturale dell’economia italiana consiste nella
modesta crescita della produttività. L’OCSE registra che i differenziali
di produttività fra l’Italia e gli altri principali Paesi membri sono
aumentati nel corso dell’ultimo biennio, attestandosi al 25%. E’
opportuno considerare che la produttività cresce soprattutto a seguito
dell’avanzamento tecnico. Ma, con ogni evidenza, non è questa la strada
che si intenda percorrere, se solo si considerano i rilevanti tagli alla
ricerca scientifica voluti da questo Governo.
Questi provvedimenti trovano la propria motivazione in obiettivi diversi
dal perseguimento del pieno impiego, e sostanzialmente riconducibili a
due.
>> Per un dato assetto tecnico, la produttività del lavoro aumenta se la
minaccia di licenziamento diventa più efficace e credibile. In tal
senso, il superamento dello Statuto dei lavoratori non serve ad
accrescere l’occupazione, ma semmai ad accrescere l’intensità del
lavoro, il che – è necessario rimarcarlo - si rende possibile solo a
condizione che esista un ampio bacino di disoccupati che renda efficace
e credibile la minaccia di licenziamento (o di non rinnovo del contratto
di lavoro). In tal senso, è solo se esiste disoccupazione che le nuove
disposizioni diventano pienamente efficaci. A riguardo, l’evidenza
empirica disponibile segnala che, nel caso europeo e italiano in
particolare, nelle fasi nelle quali l’occupazione è aumentata la
produttività del lavoro si è ridotta.
>> L’accelerazione che si intende dare al superamento dello Statuto dei
lavoratori risponde a un meccanismo che diventa pienamente funzionante
soprattutto nei periodi di crisi. Si tratta del fatto che la caduta dei
profitti, in queste fasi, accresce il grado di concorrenza fra imprese
e, in un’economia come quella italiana nella quale la concorrenza non si
esercita sotto forma di incrementi di produttività del lavoro derivanti
da innovazioni, la crisi determina un’ulteriore spinta a politiche di
redistribuzione del reddito a vantaggio delle imprese, e a recuperi di
produttività derivanti dall’intensificazione del lavoro, connessa, come
si è visto, alla riduzione dei diritti dei lavoratori.
Il che dà luogo a una spirale perversa. La caduta dei salari e il
contestuale aumento della produzione potenziale, in assenza di politiche
fiscali espansive (interne e su scala internazionale), rende sempre più
difficile la realizzazione monetaria dei profitti, dal momento che gli
sbocchi della produzione diventano progressivamente più esigui. E poiché
la domanda di lavoro espressa dalle imprese dipende dalle aspettative
sulla domanda aggregata, ciò non può che generare ulteriori
licenziamenti o comunque non assunzioni. Evidentemente, non si esclude
che alcune imprese possano trarre vantaggio da queste strategie, in
primis le imprese di più grandi dimensioni, collocate nelle aree più
sviluppate del Paese: vi è, dunque, motivo di ritenere che – anche per
questa strada – si accelerino i processi, già in atto, di crescente
concentrazione industriale, a danno in primis delle regioni più povere
del Paese.
Resta il fatto che dal superamento dello Statuto dei lavoratori vi è da
attendersi un aumento, non una riduzione, del tasso di disoccupazione.
Michael Kalecki scriveva a riguardo: “la disciplina nelle fabbriche e la
stabilità politica sono più importanti per i capitalisti dei profitti
correnti. L’istinto di classe dice loro che una continua piena
occupazione non è ‘sana’ dal loro punto di vista perché la
disoccupazione è un elemento integrale di un sistema capitalistico
normale”.
Non sembrano riflessioni da archiviare o, al più, da relegare a chi ama
le ‘visite in soffitta’.
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