«Le parole non servono a lavorare e a produrre». Di parole ne
bastano due, «una è sì, l'altra è no». Sì alla modernizzazione,
«no alle cose come stanno». E come stanno? Malissimo, per
l'inefficienza e l'impossibilità di «produrre utili», quindi
«conservare o aumentare i posti di lavoro». Un Marchionne
ultimativo ha sfoderato i mitici «20 miliardi» per la «Fabbrica
Italia», sempre che ce ne siano le condizioni. Marchionne a muso
duro, di fronte alle istituzioni piemontesi, al ministro Sacconi e
ai segretari sindacali sembrava Alberto Sordi nel Marchese del
Grillo: «Io so' io e voi non siete un cazzo».
Marchionne che, dopo aver ascoltato con una malcelata punta di
fastidio gli ospiti del tavolo senza neanche guardarli in faccia,
ha preso la parola e ha letto il suo intervento senza rispondere a
nessuno. Le chiacchiere stanno a zero e l'a.d. più famoso d'Italia
e amato negli Usa sia dai suoi operai (quelli rimasti dopo la
cura) che da Obama, ha fretta. Di partire per Roma e incontrare
una presidente di Confindustria Marcegaglia quasi dimezzata, se
non si troverà il sistema di risolvere i problemi di Marchionne
senza farlo uscire dall'organizzazione principe dei padroni
italiani.
Alla fine dell'incontro, nelle conferenze stampa dei protagonisti,
tutti si sono detti soddisfatti, qualcuno addirittura entusiasta,
con il segretario della Fim Farina che ha gridato al «mi-ra-co-lo»
per quei 20 miliardi promessi da Marchionne (in cambio dei
diritti). Tutti salvo salvo due: Epifani, che aveva chiesto senza
successo all'uomo dei miracoli di abbassare i toni, e il
segretario della Fiom Maurizio Landini, che si è persino permesso
di chiedere la revoca dei licenziamenti per rappresaglia contro
chi non si inginocchia al cospetto del principe, anzi del
Marchese. Anche la richiesta di Landini non ha subito miglior
sorte.
«La catena non si ferma, non c'è ragione», recita una vecchia
ballata del Canzoniere pisano sulla Piaggio. Il principio vale
anche per Marchionne, e regole, leggi, contratti, conflitti,
trattative che rallentano la corsa delle linee di montaggio vanno
cancellati. Che problema c'è, se ne fanno di nuovi con chi ci sta
per garantire il flusso del progresso a quattro ruote. Il modello
è Pomigliano, sia nei contenuti che travolgono il sistema di
relazioni sindacali conquistato nel dopoguerra (prima di Cristo)
sia nel metodo «chi ci sta ci sta». Marchionne non ha detto quali
modelli porterà a Mirafiori al posto della monovolume (L0 e L1)
volata a Kragujevac in Serbia. Ha detto che se calerà la
conflittualità (Giorgio Airaudo, Fiom, sobbalza all'idea che a
Mirafiori sia esplosa la conflittualità), i modelli e per di più
di fascia alta, ad alto valore aggiunto, arriveranno da Fiat e
Chrysler. La stessa cosa che ha detto, oltre ai 5 mila di
Mirafiori, ai mille della neoacquistata Bertone, sempre nell'area
torinese. Marchionne, come Sacconi, Angeletti, Bonanni e quasi
tutti gli altri se la prende con la Fiom ma non spiega come
passerà dalle 600 mila vetture prodotte in Italia al milione e
quattrocentomila, quando saranno pronti i nuovi modelli. Che sono
in ritardo, per un anno non se ne vedrà uno fino all'arrivo delle
prime Chrysler, e in un contesto di mercato catatonico e dall
pessime performances Fiat in Europa, dove sta perdendo quote di
mercato e posizioni nella hit-parade dei costruttori. Fiat è
presente solo nella fascia A (Panda) e sempre meno in quella B
(Punto), niente ammiraglie, spyder, coupè, Suv, grandi monovolumi.
Per ora, all'orizzonte si vede solo tanta cassa integrazione.
La disdetta dalla Confindustria? È una «strada praticabile» per
liberarsi del contratto dei meccanici di cui si comincerà a
discutere oggi, sempre a Torino, con i sindacati di categoria,
nella prima delle verifiche «stabilimento per stabilimento». E per
attuare l'accordo separato di Pomigliano, lavoro in cambio di
diritti? «Una nuova società, che si occuperà anche della
componentistica locale di proprietà della Fiat». L'importante è
togliersi dalla testa l'idea di «produrre a singhiozzo, con
livelli ingiustificati di assenteismo o vedere le linee bloccate
per giorni interi», «un rischio che non possiamo permetterci... è
inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, la
mancanza di rispetto delle regole, l'abuso di diritti... gli
illeciti che in qualche caso sono arrivati al sabotaggio». Mancano
solo le Brigate rosse per annunciare urbi et orbi che siamo
tornati nel cuore degli anni di piombo. Una rappresentazione
imbarazzante, un reportage da Marte.
Interessante un altro passaggio della relazione di Marchionne:
«L'appartenenza a una rappresentanza sindacale è una scelta che
fanno i singoli e che può essere cambiata. L'appartenenza
all'azienda è un dato di fatto che è immutabile», almeno fino al
licenziamento per sciopero, si potrebbe aggiungere. Comunque, la
scelta sindacale si può cambiare. C'è una parola che in questi
giorni ha fatto letteralmente infuriare l'irascibile manager col
golfino, ed è la parola «minaccia» in relazione al diktat di
Pomigliano. Chi la pronuncia «non ha la minima idea di cosa
significhi competere sul mercato». Significa, evidentemente, fare
un rogo con i diritti individuali e collettivi. Punto. Gli operai
devono rispettare le regole (imposte da Marchionne), la Fiat non
ha accordi da rispettare salvo quello di Pomigliano, «Fabbrica
Italia è stata una nostra iniziativa» e non il prodotto di un
accordo con il governo o i sindacati.
Il ministro Sacconi, fresco della minaccia di sostuire rapidamente
lo Statuto dei lavoratori con uno Statuto dei lavori, ha detto che
il governo è soddisfatto e soprattutto impegnato. Peccato che non
esista neanche un ministro per l'industria. Contento il presidente
forse a termine del Piemonte, Cota, che può annunciare ai suoi
elettori che Marchionne ha promesso di salvare Mirafiori. Come,
non importa. Contento ma anche un po' attento ai fatti più che
alle promesse il sindaco Chiamparino. Contento ogni oltre
ragionevolezza il presidente della Provincia di Torino Saitta.
Peccato che né Cota né Saitta né Chiamparino abbia ricordato a
Marchionne che non chiede mai «soldi pubblici», quei 70 milioni
sborzati dagli enti locali alla Fiat per tenere un modello a
Torino. Non un secolo fa, nel 2005, quando Marchionne era
inclusivo e dialogante. Un altro uomo rispetto al tirannosauro di
oggi.