La Fiat ha almeno due piani per Pomigliano,
con importanti varianti. Per ora abbozza, in un
comunicato di dieci righe e tre punti, da leggere:
siamo costretti ad andare avanti. Con questo esito del
referendum, la Fiat incassa un risultato che è il
peggiore di quelli possibili: un no l'avrebbe liberata
da Pomigliano, un sì plebiscitario l'avrebbe liberata
dalla Fiom. Il sì ricevuto, che senza il voto di capi
e impiegati raggiunge a fatica il 60 per cento,
significa che il no al diktat è stato molto più ampio
del prevedibile e va ben oltre il dissenso dei
metalmeccanici della Cgil. Ed è un esito che, per come
l'aveva messa l'amministratore delegato della Fiat
Sergio Marchionne, suona per lui come una sconfitta
personale. La seconda, nel giro di pochi giorni, dopo
il flop della fiaccolata pro-accordo. Forse il manager
conosce poco il paese avendo vissuto molto all'estero,
ma qualcuno di quella che lui stesso chiamava «vecchia
Fiat» potrebbe averlo malconsigliato.
Nel primo punto del comunicato, il Lingotto afferma
una cosa importante, che lo stabilimento di Pomigliano
ha «prospettive». Nel secondo punto si dividono i
buoni e i cattivi: «Preso atto della impossibilità di
trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando,
l'azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono
assunte la responsabilità dell'accordo al fine di
individuare e attuare insieme le condizioni di
governabilità necessarie». Il terzo punto è il che
fare, «la realizzazione di progetti futuri».
Marchionne ha saputo dell'esito del voto al Lingotto,
«innervosito», ha fatto trapelare dal suo staff. Non
si tira a indovinare che più che l'impossibilità di
abbandonare Pomigliano, a bruciargli sarebbe
l'impossibilità di mollare l'Italia: guidare la Fiat
dopo l'acquisizione della Chrysler ormai è un vincolo
di ferro con il presidente degli Stati Uniti Barack
Obama.
I suoi «progetti futuri» su Pomigliano? Il primo resta
il «piano A»: trasferire in Campania la produzione
della Panda dalla Polonia, obiettivo fino a 280.000
unità all'anno a partire dalla seconda metà del 2011.
Ma come? L'incontro con i sindacati «buoni» potrebbe
servire a capire se accettano quel che al Lingotto
chiamano «la blindatura» dell'accordo già firmato.
Cioè il licenziamento di tutti e la riassunzione di
chi sta alle regole in una nuova società che gestisca
la fabbrica, insomma il «piano C» dato in pasto alla
stampa alla vigilia del referendum per spaventare i
lavoratori. Che però non si sono spaventati e che con
il voto hanno reso questa eventuale «blindatura»
oggettivamente assai più complicata da far passare.
Ci sarebbe anche una versione soft del «progetto» con
la Panda, il cui bellissimo spot è il paradigma della
situazione: «L'auto ufficiale per fare quello che ti
pare». Forse niente «blindatura» insieme ai quattro
sindacati che hanno firmato l'accordo, ma un nuovo
tavolo cui la Fiat vorrebbe che a sedersi fosse la
Cgil di Guglielmo Epifani. Cosa attualmente
impossibile, anche se a un dirigente Fiat scappa di
bocca che «se ci fosse stato Lama, avremmo chiuso».
Insieme alle pressioni su Epifani, la Fiat potrebbe
tirare per la giacca l'unica istituzione del paese che
ancora ha un peso, il Quirinale, con il presidente
Giorgio Napolitano «impegnato» in un appello per
l'accordo.
Il secondo «progetto futuro» è che la Fiat potrebbe
lasciare la Panda a Tychy in Polonia, senza spendere
700 milioni di investimenti a Pomigliano e
guadagnandosi l'apprezzamento eterno di governo e
lavoratori polacchi. Quella fabbrica è un modello di
produttività nell'intera Europa, lì nasce anche la 500
e la Ford vi produce la piccola Ka, condividendo gli
oneri con il costruttore italiano. Se la Panda resta,
la Ford non ha problemi. La crisi dei mercati
dell'auto, senza più incentivi governativi e con
occupazione in calo ovunque, non promette niente di
buono. Proprio l'altro ieri il presidente di Ford
Europe, John Fleming, ha detto di essere pronto a
rinunciare a quote di mercato e a puntare sui profitti
derivati dai nuovi modelli. Come dire, la Ka e non
solo lei non hanno bisogno di tirature maggiori.
Ma se la Panda restasse in Polonia, come far girare
Pomigliano, nel 2009 utilizzata soltanto al 14 per
cento delle sue capacità? Senza la Panda, Pomigliano è
una fabbrica morta. Dei 4 modelli Alfa Romeo lì
prodotti nel 2009 in 35.000 unità, la 147, che vale
più o meno la metà dei volumi (la Fiat, a richiesta,
non dà numeri precisi), è uscita di produzione e la
sua sostituta Giulietta viene fatta a Cassino. E
siccome il Lingotto fa sapere nel comunicato che
Pomigliano ha «prospettive» (cioè, non si può chiudere
come Termini Imerese), al posto della Panda dovrebbero
essere portate altre linee. Quali? Un'ipotesi è quella
della Lancia Y, da fine 2011 via da Termini e
destinata a Tychy. Nei piani, la nuova Y a cinque
porte (l'attuale ne ha tre, per 60.000 unità all'anno)
ha obiettivi di produzione di 100/120.000 vetture
all'anno. Se si dovessero fare a Pomigliano 280.000
Panda all'anno con 4.700 lavoratori, una Y con questi
numeri significherebbe però il licenziamento di
2/2.500 lavoratori.
In entrambi i piani varianti comprese, il governo
Berlusconi non è previsto.