Alleva: «Il “piano C” di Marchionne? Non si può fare, è
antisindacale»
Professor Piergiovanni Alleva, è polemica sul cosiddetto “piano
C” che l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne,
avrebbe già predisposto qualora l’esito del referendum sull’accordo
per Pomigliano non fosse da lui ritenuto soddisfacente. Questo piano
consisterebbe nella chiusura dell’attuale società che gestisce lo
stabilimento campano seguita dal licenziamento e da una successiva
riassunzione del personale, selezionata presso un’azienda nuova di
zecca. Ma tale procedura non violerebbe l’articolo 28 dello Statuto
dei lavoratori, che sanziona “il comportamento antisindacale”?
Sono sbigottito e incredulo, perché sarebbe, tra l’altro, una cosa
non solo assolutamente illegittima ma anche molto grossolana.
Nello specifico?
Se questa faccenda del “piano C” fosse vera, sarebbe illegittima non
solo ovviamente dal punto di vista degli articoli 14 e 15 dello
Statuto dei lavoratori, che vietano la discriminazione del
lavoratore in qualsiasi modo, tanto più per la sua affiliazione
sindacale, ma anche sotto altri profili.
Allora quali sono gli strumenti giuridici effettivi a
disposizione della Fiat per attuare questa operazione?
Non credo proprio che abbiano strumenti convincenti. Possono provare
a forzare, ma diventa una storia infinita e irta di ostacoli e
pericoli. La ditta non può evadere dai suoi obblighi, come evadrebbe
qui. Sarebbe una diminuzione di personale a fini antisindacali
ottenuta con mezzi fraudolenti, dal momento che la nuova società
sarebbe comunque riconducibile alla stessa proprietà. In linea di
massima se un’azienda - inteso come sistema di beni - passa dalla
proprietà all’altra, tutti i lavoratori passano, salvo che si tratti
di un’azienda con una crisi dichiarata e ci sia un accordo sindacale
che faccia passare solo alcuni lavoratori ma spiegando il perché e
sulla base di criteri obiettivi. Questo evidentemente sarebbe
possibile se lo scopo fosse uno scopo antisindacale. Quindi due
cose: se gli impianti che la nuova società andrà a gestire saranno
gli stessi, tutti i lavoratori passerebbero alla nuova società,
salvo, ripeto, un accordo sindacale che però non sarebbe possibile
qui perché chiaramente bisognerebbe dire quali sono i criteri
attraverso i quali gli uni passano e gli altri no e verrebbe fuori
facilissimamente la discriminazione sindacale.
A quel punto si potrebbe quindi parlare di licenziamenti
discriminatori?
Certo, perché sarebbe un aggiramento della legge 223, dove ti devi
confrontare con dei criteri trasparenti. Se invece questa operazione
fosse fatta attraverso la messa in mobilità di tutti i lavoratori e
poi la riassunzione ex novo di alcuni di essi da parte di una newco,
si tratterebbe ancora una volta di capire due cose: uno, se non
sarebbe un trasferimento di azienda mascherato e allora ugualmente
dovrebbero passare tutti; oppure comunque di un licenziamento
collettivo fatto senza criteri obiettivi, perché alla fine dei
lavoratori alcuni ritrovano un rapporto di lavoro verso un soggetto
che appartiene alla stessa proprietà mentre altri no. In ogni caso
cose di questo genere, con uno sfondo sindacale così chiaro, lo
scopo anti sindacale non potrebbe essere nascosto.
Un vecchio vizio dell’imprenditoria italiana?
Io dico sempre che quando si parla di queste cose è come cercare di
nascondere un gatto dentro a un sacco. Non si può fare, perché il
gatto si muove. Un vecchio proverbio che aiuta molto l’atttività
forense. Ne ho fatte di queste cause con queste condizioni, ma ero
un giovanotto e poi hanno smesso.
Fabrizio
Salvatori
in data:23/06/2010
da Liberazione
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