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A Pomigliano in gioco libertà e democrazia 2010_06_14 - da Liberazione
Come nel più scontato dei copioni, i sindacati
collaborazionisti, ormai pronti a sottoscrivere qualsiasi
sacrificio e rinuncia governo o padroni intendano imporre ai
lavoratori, hanno assicurato il proprio malinconico consenso
alla Fiat che si accinge - sarà bene averne consapevolezza - ad
assestare un colpo difficilmente rimediabile all’intero quadro
delle relazioni economico-sociali del Paese. Nei giorni scorsi
abbiamo illustrato i contenuti del diktat di corso Marconi.
«Prendere o lasciare», aveva detto l’amministratore delegato
della Fiat. Dove «prendere» significa accettare il peggioramento
delle condizioni di lavoro pattuite attraverso il contratto
nazionale (orari, ritmi, pause, mensa, malattia) ma, ancor più,
acconciarsi a subire l’amputazione della più irrinunciabile
delle libertà del lavoro, quella di incrociare le braccia, di
scioperare, reintrodotta dalla Costituzione all’indomani della
sconfitta del fascismo che l’aveva abolita. E che oggi (corsi e
ricorsi) viene riportata in auge dalla stessa azienda che nel
1919 chiese all’allora Presidente del Consiglio Giovanni
Giolitti di sgomberare con l’esercito i lavoratori che l’avevano
occupata. E dove «lasciare» significa, automaticamente, perdere
il lavoro, perché la Fiat chiuderà lo stabilimento campano per
realizzare le produzioni della Panda e della nuova Ypsilon,
rispettivamente, a Tycky, in Polonia e a Kragujevac, in Serbia.
La limpida logica del Lingotto (e di ogni impresa del globo
terracqueo) è dunque quella di allocare l’investimento là dove
le condizioni (leggi: il costo del lavoro) sono più favorevoli,
scaricando per quanto possibile il rischio di impresa (che vive
ormai solo nelle esercitazioni di scuola) sui propri dipendenti.
Ci fu un periodo in cui Sergio Marchionne entrò in odore di
santità per essersi accreditato come il manager che non
speculava sui differenziali di costo del lavoro e sapeva
dimostrare come anche un’azienda transnazionale potesse rimanere
competitiva, senza migrare, per capacità innovativa, dunque per
virtù proprie. Ora che la crisi e la riorganizzazione dei poteri
nel settore dell’auto hanno polverizzato quegli intendimenti,
siamo ruvidamente tornati alla realtà, a Pomigliano come a
Detroit. L’uomo dei miracoli, dopo avere decretato la fine di
Termini Imerese, ci ha propinato persino un paradossale
autoincensamento («avete mai visto un costruttore che ha
trasferito una produzione da un impianto dell’est europeo?»). Ma
anche questa rodomontata è fuori luogo, se si pensa che la
francese Renault, parzialmente controllata dallo Stato, si è
vista imporre da Nicolas Sarcozy, che certo socialista non è, di
produrre “in casa” almeno tante auto quante lì se ne vendono
perché, ha detto il capo dell’Eliseo, «non finanziamo certo i
nostri costruttori per lasciare che spostino altrove la
produzione». E tutto ciò senza intervenire sulla “flessibilità”
del lavoro e sul sistema di relazioni industriali. |
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