Cgil, rischio subalternità a Cisl con la
limitazione del danno
«Nessuna rimozione
delle difficoltà, ma la linea ci pare sia quanto di meno realistico in campo»
11-5-2010
Niente è banalizzabile nel Congresso appena conclusosi della Cgil. La
condizione di straordinaria difficoltà in cui il congresso si è svolto non
consente di saltare l’esercizio di provare a cogliere la “verità interna” di
ognuna delle posizioni che si è confrontata nel percorso congressuale, e poi a
Rimini, a partire dall’indubbia chiarificazione del dibattito congressuale
contenuta nella relazione introduttiva di Epifani, dopo l’intervento forse
ancora più esplicito fatto al Congresso della Fiom. Non è un’invenzione che
nella crisi, le lavoratrici e i lavoratori siano più deboli, che lo sciopero sia
più difficile perché perdere il salario tra un periodo di cassa integrazione e
l’altra, è esercizio quasi eroico e richiede livelli di consapevolezza altissimi
tra le lavoratrici e i lavoratori. Né è un’invenzione che ci troviamo viceversa
in una fase in cui questi livelli di consapevolezza non sono dati, per i
processi oggettivi e soggettivi andati avanti negli anni, tra frammentazione del
mondo del lavoro e pratiche concertative, e che anche le lotte più radicali di
questi mesi, restino dunque per lo più confinate in ogni singolo luogo,
faticando ad acquisire “coscienza generale”. Nemmeno è un’invenzione la
negatività assoluta del quadro politico dell’Europa e dell’Italia: la scomparsa
della sinistra dal Parlamento, punita dall’attraversamento subalterno del
governo Prodi, come ha ricordato Podda, salvo l’omissione di qualsiasi indagine
sulle responsabilità della parte maggioritaria delle forze politiche in campo, e
di qualsiasi autocritica sui comportamenti della Cgil medesima. La paura di non
farcela, la paura che si compia il disegno di distruzione della Cgil, che non è
certo obiettivo misterioso del ministro Sacconi e del governo Berlusconi, negata
da tutti e da tutti esorcizzata, è stato in realtà il convitato di pietra del
congresso, certo non estranea all’ipotesi avanzata da Epifani nella relazione e
nelle conclusioni.
Relazioni e conclusioni che avanzano prima di tutto un’analisi del contesto e
delle cause della crisi sostanzialmente centrata sull’assenza di elementi
regolatori della globalizzazione e smorzano viceversa su un’analisi della crisi
come crisi sistemica, esito di un trentennio di neoliberismo, cioè della forma
attuale del capitalismo. Sul contesto italiano, rispetto al passato, la
nostalgia sottotraccia del governo Prodi, al posto della critica contenuta nel
documento congressuale, che sembra archiviare la domanda di fondo che non è con
tutta evidenza se il protocollo sul welfare sia migliore delle politiche che sta
facendo il centro-destra, ma se quel protocollo e il complesso delle politiche
messe allora in campo abbiano qualche relazione con la sconfitta pesantissima
subita. Con l’esodo dalla politica che si è consumato di una parte rilevante del
corpo sociale di riferimento del centro-sinistra: quel voto alle elezioni del
2008 in cui si è determinata la più alta percentuale di astensione tra gli
operai del dopoguerra, mai più recuperata. Sul presente, la sostanziale
rimozione del ruolo svolto da Confindustria con la sottesa reiterazione di un
giudizio che la vuole interlocutore più disponibile e su posizioni più
“avanzate” rispetto a quelle del governo. Una piattaforma “realistica” che
ipotizza possibili assunzioni di “responsabilità” sui livelli salariali in
cambio di politiche per l’occupazione nel settore pubblico, che non dice di no
con nettezza al nucleare e al ponte sullo stretto (poi affermati viceversa dagli
ordini del giorno approvati), che parla di fisco in termini di restituzioni a
lavoratori e pensionati, senza indicare, da dove le risorse debbano essere
prese. Il rilancio del rapporto unitario con Cisl e Uil, cuore dell’intera
relazione, che nel nome della proiezione sul futuro circoscrive e smorza sul
carattere strategico delle divisioni, né affronta la definizione della proposta
di sistema contrattuale che la Cgil porta al confronto con Cisl e Uil, che
dunque si ricava, per risulta, dai contratti firmati. Assumendo di fatto come
linea quella “limitazione del danno”, in più interventi, anche di maggioranza,
giudicata tuttavia impraticabile se assunta come direzione strategica.
Nessuna rimozione delle difficoltà è consentita, ma il “realismo” della
direzione di marcia indicata, ci pare sia in realtà quanto di meno realistico in
campo. E l’esito possibile di mettere a rischio il capitale comunque esistente
di consenso e organizzazione, resistenza e conflitto, assai elevato. Perché il
quadro è quello riepilogato dall’intervento di Rinaldini. Una crisi che è crisi
dell’intero modello sociale, e che ci consegna una condizione di instabilità
altissima, in cui la Grecia parla a tutti i paesi europei, perché è
l’incarnazione, oltre le vicende specifiche di quel paese, di politiche che
scaricano il debito contratto per il salvataggio del sistema finanziario in un
attacco ai diritti del lavoro e al sistema di welfare senza precedenti nel
secondo dopoguerra. Perché nel contesto della crisi il governo ha un disegno
chiarissimo di riscrittura del modello sociale, eversivo della Costituzione
repubblicana, contenuto nei vari Libri Bianchi: quello di Maroni del 2001 come
quello di Sacconi del 2009, e fondato sulla distruzione della democrazia nel
cuore delle relazioni sociali. Con la negazione di ogni diritto e di ogni
autonomia del mondo del lavoro, e la sua sostituzione con un modello
neocorporativo che si sostanzia nel ruolo degli enti bilaterali: imprese e
sindacati gestori della riproduzione sociale e persino di funzioni di pertinenza
di altri poteri dello stato, come evidenzia la vicenda del collegato lavoro.
Perché Cisl e Uil a questo modello hanno detto sì, forti di un appoggio che
continuerà da parte del Governo e di Confindustria, e senza un’iniziativa che
punti a battere quel modello, l’interlocuzione non può che esercitarsi su un
piano asimmetrico, in cui tutto, dalle “regole” ai rapporti di forza, stanno
contro la Cgil. Perché l’attacco va avanti, dallo statuto dei lavori, al
federalismo, alla controriforma che si prepara degli ammortizzatori sociali.
Fare della Cgil un motore essenziale della costruzione di un movimento di
opposizione sociale generale è certo difficilissimo. La sola possibilità
realisticamente praticabile tuttavia nel contesto dato. Fare della democrazia
uno dei bandoli della matassa da tirare è scelta impegnativa. La sola tuttavia
che permetta di battere il disegno neo-corporativo in atto e di rimontare la
china delle culture populiste dominanti, tutte fondate sulla delega a capi
salvifici come altra faccia della medaglia dell’impotenza di essere attori
individuali e collettivi dei propri destini. Fare del contrasto alla precarietà
la chiave di volta di una ricomposizione del mondo del lavoro, contro il disegno
di frammentazione e polverizzazione ulteriore ed esponenziale dei rapporti di
lavoro, è difficile ma è anche un bisogno maturo nella società. L’esito del
congresso non è con tutta evidenza positivo. La fase finale esplicita, come
risposta alla volontà di marginalizzazione e distruzione della Cgil, non il
cambio di passo in avanti che sarebbe necessario, ma una linea che può chiudere
il cerchio nel segno dello scivolamento subalterno a Cisl e Uil. Gli esiti non
sono tuttavia scritti. Per la stessa asprezza e instabilità della situazione
innanzitutto, per il livello di “compromessi” che Governo e Confindustria, Cisl
e Uil richiedono per rientrare in gioco e a cui difficilmente la Cgil può
accedere, senza suicidarsi. Le contraddizioni e i problemi continuano a stare
tutti davanti alla Cgil.
|