Com'era scontato il Congresso nazionale della
CGIL, terminato a Rimini sabato 9 maggio 2010, ha
riconfermato Guglielmo Epifani segretario
generale.
Questo congresso passerà alla storia come il più
brutto e difficile degli ultimi vent'anni.
Il dato finale che viene assegnato a "La CGIL che
vogliamo" è il 17%. Senza tutti i "trucchi" messi
in atto durante le assemblee congressuali la
nostra Mozione avrebbe raggiunto il 25% dei
consensi (ed il 30% sugli attivi).
Lo scarto tra queste percentuali e quelli
ufficiali deriva dai voti "costruiti a tavolino".
Epifani ne ha preso atto e se ne è anche
rammaricato ma nel contempo ha ribadito la sua
volontà di andare avanti sul solco tracciato con
il suo intervento di apertura anche se ha detto
che "... non mancherà lo sforzo per cercare di
ricomporre le divergenze e «governarle".
Oltre ad ottenere "posti" (altrimenti non dovuti)
i risultati "costruiti a tavolino" hanno un
significato politico, che non riguarda solo i
numeri: è chiaro che un risultato prossimo al 25%,
agli occhi della maggioranza, avrebbe significato
un certo giudizio politico sulla nostra Mozione,
mentre il 17% ne ha imposto un altro: non solo
siete stati sconfitti, ma avete subito una vera e
propria disfatta, quindi arrendetevi perché avete
straperso.
Questo, è il senso di ciò che sta sotto a tutta la
"sporca" operazione che è stata fatta.
Congresso concluso quindi senza una ricomposizione
unitaria. Il documento politico conclusivo del
congresso è stato approvato con 738 voti a favore,
162 contrari e 2 astenuti.
Unitario, invece, il voto sul programma
fondamentale della Cgil. Il testo, che Bruno
Trentin volle in occasione dell’assise del ’91,
oggi ovviamente rivisto alla luce dei cambiamenti
vissuti in questi anni, approvato all’unanimità
dalla Commissione politica, ha avuto il via libera
dell’assemblea con un solo voto contrario.
Và registrato inoltre che il nuovo Comitato
Direttivo è stato ridotto di 21 componenti (da 177
a 156), ed è stato eletto con il 93,9% dei voti
favorevoli.
In particolare, su 1.039 aventi diritto e 1.026
votanti, i sì sono stati 940, 64 i no, 21 gli
astenuti, tre schede bianche e una nulla.
La presenza delle donne all'interno del Comitato
Direttivo è del 41,6% (prima era del 41%), gli
immigrati salgono da 3 a 8 (5,13%), i giovani
sotto i 35 anni sono 13 (8,33%) e i delegati
provenienti dai luoghi di lavoro 11 (7,05%).
I nostri rappresentanti (La CGIL che Vogliamo)
sono 27.
Merita sottolineare che nessun rappresentante
della CGIL di Verona farà parte del nuovo
"parlamentino" nazionale della CGIL. Questo la
dice lunga sulla considerazione che hanno in giro
per l'Italia della Camera del Lavoro di Verona da
anni avviatasi verso una inesorabile deriva....
Come aderenti alla mozione “la Cgil che vogliamo”,
preso atto della netta chiusura del segretario
generale alle nostre proposte, abbiamo ribadito
che il documento finale del Congresso a nostro
avviso avrebbe dovuto contenere cinque punti
relativi:
1. alla contrattazione con un giudizio di netta
contrarietà all’accordo separato siglato da CILS e
UIL che è ritenuto “ non emendabile” ;
2. alla riconquista di un nuovo sistema
contrattuale;
3. alla lotta alla precarietà ripristinando la
centralità del rapporto di lavoro a tempo
indeterminato;
4. alla definizione per legge di modalità certe e
democratiche relative alla rappresentatività e
alle modalità di validazione dei contratti tramite
il voto referendario dei lavoratori;
5. alle modifiche statutarie su democrazia,
partecipazione e esercizio del voto degli
iscritti.
Il documento finale non contiene nessuna delle
nostre proposte, non introduce alcun cambiamento
ad un’impostazione politica, viziata di
tatticismo, che ha dimostrato in questi anni la
sua debolezza e inefficacia e che rischia ora di
tradursi in subalternità della CGIL alle scelte
altrui.
Il Congresso ha altresì approvato, con una
modalità non priva di critiche, il nuovo Statuto
con l'80,2% dei consensi: 1.013 i votanti, 834 i
sì, 121 i no, 58 gli astenuti.
Tutti gli emendamenti da noi proposti allo Statuto
sono stati respinti mentre sono state introdotte
modifiche che, esautorando le categorie dal
pronunciamento su accordi interconfederali,
alterano il rapporto tra le strutture e disegnano
un modello di confederalità fortemente e
palesemente gerarchico.
Un modo questo per chiarire definitivamente la
linea di intervento dell’organizzazione nei casi
come quello emerso in occasione del protocollo sul
welfare, quando la Fiom nell’autunno 2007, si
espresse in modo contrario rispetto alla
confederazione
Il complesso di queste ragioni ha motivato il voto
contrario della nostra mozione “la Cgil che
vogliamo”.
Epifani, sostenendo che "il conflitto da solo non
porta a nulla" ha pilotato la maggioranza della
CGIL a decidere di proseguire nel suo proposito di
riportare l’organizzazione ai tavoli delle
trattative.
Il Congresso ha sostanzialmente confermate le
percentuali ottenute dalle due mozioni
congressuali, che erano state rispettivamente
l’82,92% ed il 17,08%.
La Cgil sceglie quindi di dare ascolto
all'apertura della Cisl a ritrovare il terreno per
una confronto unitario e, di fronte al dilagare
della crisi economica, invita il governo a
mostrare "responsabilità sociale", fermando il
proposito di modificare l'impianto dei diritti del
lavoro.
Epifani si fa forte del consenso di una
maggioranza superiore all’80%, per questo può
proporre una linea molto più moderata di quella
con cui ha avviato il congresso. Significative,
tra l’altro, le aperture fino a poco tempo fa
impensabili sul ponte di Messina o sul nucleare e
la disponibilità a ridurre i costi dei contratti
pubblici in cambio di risultati sull’occupazione.
Nella storia dei congressi della Cgil è la prima
volta che la percentuale di quanti non hanno
votato il documento conclusivo raggiunge il
17,96%. Per questo "La CGIL che vogliamo"
continuerà la sua lotta di minoranza impegnadosi
oltre il congresso.
I boati di dissenso che hanno accolto Angeletti,
Bonanni, Sacconi, Marcegaglia, ci dicono che
dentro la Cgil c’è una domanda di conflitto che è
ben più vasta di quella che viene espressa dagli
equilibri congressuali; si tratta solo di
organizzarla dal basso scendendo a fianco dei
lavoratori e delle lavoratrici.