di Fabio Sebastiani
«Eppur si muove», dice il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. «Deve
prevalere la ragionevolezza», gli fa eco il segretario generale della Cisl
Raffaele Bonanni. All’indomani del congresso, la Cgil sembra aver imboccato
la strada giusta per la ripresa del confronto con, e “tra”, le parti
sociali. Guglielmo Epifani, dal podio di Rimini, ha cavalcato il facile
argomento dell’unità sindacale, ben sapendo che quella è la chiave non per
stare più vicini ai colleghi di Cisl e Uil, ma per arrivare direttamente al
”cuore dello Stato”, ovvero il modello contrattuale e il tavolo con il
Governo. «Sacconi, che il suo mestiere lo sa fare bene, non ha nessuna
intenzione di mollare con facilità. «Non abbiamo bisogno di impercettibili
movimenti quanto piuttosto di decisioni solide», dice.
In effetti, Sacconi tocca un punto non certo secondario. A Rimini, la Cgil
una sua ricetta non l’ha data con chiarezza. Per il momento Epifani si è
limitato a costruire la ”premessa”, ovvero la sconfitta della “linea dura”
della Fiom. Una sconfitta che si è sostanziata di alcune modifiche di non
poco conto sullo Statuto della Cgil, e di una politica contrattuale per il
momento nel solco pieno della concertazione. Non basta, ovviamente. Non si è
sentito parlare di giovani a Rimini, nel senso di lavoratori giovani. E non
si è sentito parlare di condizioni di lavoro.
«Finalmente Epifani ha detto quello che deve dire un capo sindacale. E cioè
che un sindacato si misura sugli accordi», dice leader della Uil, Luigi
Angeletti. Si, ma quelli che si prospettano da oggi in poi rischiano di
essere accordi a prescindere.
Arriva adesso la parte difficile dell’operazione, quindi. Adesso la
maggioranza della Cgil dovrà dimostrare che un percorso reale ce l’ha in
testa. Dovrà convincere, democraticamente, i lavoratori. E dovrà convincere
il sindacato. E non è detto che il sindacato si lasci convincere tanto
facilmente. E’ vero che quello che viene chiamato il “corpaccione” ha ormai
sulle spalle quasi venti anni di concertazione, ovvero di esecuzione degli
ordini decisi dall’alto, ma è pur vero che se vuole avere qualche speranza
di continuare ad esistere qualche risposta ai nodi veri della società, tra
cui spicca il tema della precarietà, dovrà pur darla.
Le soluzioni a questa crisi non sembrano né facili né immediate. E il
Governo non sa che pesci prendere. Questo non solo potrebbe provocare una
situazione di forte tensione sociale, ma anche un ripiegamento del sindacato
su se stesso tale da ridisegnarne in breve i connotati. Da Rimini è emersa
una risposta un po’ inquietante. Qualcuno sta teorizzando che basta
rimettere al centro le lotte dei pensionati, aggiungerci la ”confederalità
territoriale” e i servizi, e colorare il tutto di ”cultura della diversità”,
da intendersi variamente come donne e migranti. Sarà questa la nuova Cgil?