Francesco Piccioni, inviato a Rimini
 

 

Cgil-Fiom, è scontro
 

 
 

«E' una mutazione della natura della Cgil, che riguarda il rapporto tra categorie e confederazione; ed è inaccettabile». Le parole con cui Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, scandisce la bocciatura senza appello della proposta di dare al «direttivo confederale» il potere di decidere «su piattaforme e accordi interconfederali», segna il momento più alto e scoperto dello scontro politico interno al più grande sindacato italiano. Un attimo dopo sale sul palco lo stesso segretario generale Guglielmo Epifani per dire che non è vero, «perché anzi questo emendamento rafforza la confederalità».
Si stava discutendo degli emendamenti allo statuto con la bocciatura sistematica - seguendo le indicazioni della commissione elettorale - di tutti gli emendamenti della «seconda mozione». Già al momento di iniziare questa fase criptica quanto decisiva di un congresso - si stabiliscono o modificano
le regole interne - il relatore, Enrico Panini (segretario confederale con delega all'organizzazione) presentava un emendamento nemmeno discusso in commissione: approvare la nuova formulazione complessiva dello statuto stesso con voto segreto anziché, com'era finora, con alzata di mano dell'assemblea. La ragione era chiara: lo statuto va approvato con il 75% degli aventi diritto e, nonostante tutti gli sforzi di portare tutti i delegati in sala, i 781 voti necessari non sono stati raggiunti, in nessuna votazione palese.
La tensione era poi salita quando si era dovuto spiegare che la maggioranza della Cgil respingeva l'idea di mettere in statuto l'obbligo di consultare i lavoratori con referendum per approvare piattaforme o accordi che li riguardano. Il mormorio che sale dall'opposizione interna recita a mezza bocca un secco «così ha già vinto Bonanni» (il segretario generale della Cisl che era venuto qui a spiegare che si potevano consultare i lavoratori solo in caso di accordi unitari).
Così come viene respinta anche l'idea di rafforzare i criteri di incompatibilità tra incarichi sindacali e partitici. Persino la proposta di dare «pari dignità a tutti i documenti» eventualmente presentati nei prossimi congressi, vincolando l'organizzazione a illustrarli in tutte le assemblee di lavoro o territoriali («come si fa in qualsiasi campagna elettorale», spiegava la segretaria nazionale della Fiom, Francesca Re David, a nome dei presentatori), veniva respinta.
Ma il punto che provoca lo scontro diretto tra i massimi esponenti delle due mozioni su cui si è divisa la Cgil in questo congresso avviene, come detto all'inizio, sul potere del direttivo Cgil di decidere su contratti o accordi con Cisl e Uil, senza però ascoltare prima il parere dei gruppi dirigenti della varie
categorie. Una evidente «centralizzazione » delle politiche negoziali in piena crisi economica e nel bel mezzo di una battaglia politica interna (che delinea due diverse vie d'uscita dalla crisi stessa, oltre che due modi di fare sindacato).
Epifani, nella sua breve «dichiarazione di voto», spiega che «se facessimo votare tutte le categorie, sarebbero in campo le opinioni delle parti e non del tutto». Qualcuno, in sala, ricorda che qualcosa di simile l'ebbe a dire anche Lama, e sempre nei confronti dei metalmeccanici. Altri sottolineano che così l'«autonomia contrattuale» delle singole categorie viene di fatto messa sub judice. Chi cerca di minimizzarne la portata fa notare che, in caso di disapplicazione delle deliberazione prese dal direttivo, sono state  contemporaneamente abolite le «sanzioni».
La sinteticità tipica delle dichiarazioni di voto contrappone Rinaldini ed Epifani mettendo in chiaro che «differenze sostanziali», tra le due mozioni, ci sono; e sostanziali. A partire dal problema principale per un'organizzazione sindacale: le politiche contrattuali. Il tema centrale della discussione qui a Rimini, fin dal primo giorno, è che la Cgil vuol tornare al tavolo di trattativa con governo, Confindustria, Cisl e Uil per ottenere un «modello contrattuale» accettabile, ovvero differente – in che misura, non è stato spiegato - da quello siglato con accordo separato appena sedici mesi fa da Cisl e Uil. Una decisione, o una proposta, che «nel documento congressuale della maggioranza non era nemmeno indicata; avremmo fatto una discussione assai differente, nelle assemblee sui posti di lavoro».
Rinaldini fa il suo intervento vero e proprio solo stamattina; e subito dopo Epifani legge le sue conclusioni. Il minimo che si possa dire è che a questo punto è da escludere la sempre auspicata - ancora ieri da Carlo Podda, ex segretario della funzione pubblica e tra i protagonisti della “seconda” -
«conclusione unitaria». L'accordo, dentro questa parte della Cgil, è stato raggiunto su una dichiarazione di voto contrario al documento finale della maggioranza. Una soluzione che non ufficializza una spaccatura verticale e permette alle diverse anime della mozione di restare uniti.
Il problema della maggioranza stretta intorno ad Epifani è invece «trovare la quadra» sugli assetti futuri. Epifani termina il suo mandato a settembre, ma il rinnovo della segreteria - prima previsto entro poche settimane - sembra slittare su tempi più lunghi, evidenziando ambizioni diverse, se non dissensi politici. Dal nuovo direttivo confederale che sarà eletto oggi (ridotto a 156 membri, in luogo dei 177 uscenti) dipenderà l'elezione del successore nella massima carica. Fare la segreteria ora significa «consegnarla» bell'e pronta al prossimo segretario, che ovviamente dovrà aver manifestato il suo consenso preventivo. Rimandarla può far maturare assetti interni ora imprevisti, magari persino un candidato alternativo all'unico fin qui in pole position, Susanna Camusso.