«E' una mutazione della natura della
Cgil, che riguarda il rapporto tra
categorie e confederazione; ed è
inaccettabile». Le parole con cui
Gianni Rinaldini, segretario
generale della Fiom, scandisce la
bocciatura senza appello della
proposta di dare al «direttivo
confederale» il potere di decidere
«su piattaforme e accordi
interconfederali», segna il momento
più alto e scoperto dello scontro
politico interno al più grande
sindacato italiano. Un attimo dopo
sale sul palco lo stesso segretario
generale Guglielmo Epifani per dire
che non è vero, «perché anzi questo
emendamento rafforza la
confederalità».
Si stava discutendo degli
emendamenti allo statuto con la
bocciatura sistematica - seguendo le
indicazioni della commissione
elettorale - di tutti
gli emendamenti della «seconda
mozione». Già al momento di iniziare
questa
fase criptica quanto decisiva di un
congresso - si stabiliscono o
modificano
le regole interne - il relatore,
Enrico Panini (segretario
confederale con delega
all'organizzazione) presentava un
emendamento nemmeno discusso in
commissione: approvare la nuova
formulazione complessiva dello
statuto
stesso con voto segreto anziché,
com'era finora, con alzata di mano
dell'assemblea. La ragione era
chiara: lo statuto va approvato con
il 75% degli
aventi diritto e, nonostante tutti
gli sforzi di portare tutti i
delegati in sala, i
781 voti necessari non sono stati
raggiunti, in nessuna votazione
palese.
La tensione era poi salita quando si
era dovuto spiegare che la
maggioranza
della Cgil respingeva l'idea di
mettere in statuto l'obbligo di
consultare i lavoratori con
referendum per approvare piattaforme
o accordi che li riguardano. Il
mormorio che sale dall'opposizione
interna recita a mezza
bocca un secco «così ha già vinto
Bonanni» (il segretario generale
della Cisl
che era venuto qui a spiegare che si
potevano consultare i lavoratori
solo in caso di accordi unitari).
Così come viene respinta anche
l'idea di rafforzare i criteri di
incompatibilità
tra incarichi sindacali e partitici.
Persino la proposta di dare «pari
dignità
a tutti i documenti» eventualmente
presentati nei prossimi congressi,
vincolando l'organizzazione a
illustrarli in tutte le assemblee di
lavoro o
territoriali («come si fa in
qualsiasi campagna elettorale»,
spiegava la segretaria nazionale
della Fiom, Francesca Re David, a
nome dei presentatori),
veniva respinta.
Ma il punto che provoca lo scontro
diretto tra i massimi esponenti
delle due mozioni su cui si è divisa
la Cgil in questo congresso avviene,
come detto
all'inizio, sul potere del direttivo
Cgil di decidere su contratti o
accordi con
Cisl e Uil, senza però ascoltare
prima il parere dei gruppi dirigenti
della varie
categorie. Una evidente
«centralizzazione » delle politiche
negoziali in piena
crisi economica e nel bel mezzo di
una battaglia politica interna (che
delinea
due diverse vie d'uscita dalla crisi
stessa, oltre che due modi di fare
sindacato).
Epifani, nella sua breve
«dichiarazione di voto», spiega che
«se facessimo
votare tutte le categorie, sarebbero
in campo le opinioni delle parti e
non del tutto». Qualcuno, in sala,
ricorda che qualcosa di simile
l'ebbe a dire anche
Lama, e sempre nei confronti dei
metalmeccanici. Altri sottolineano
che così l'«autonomia contrattuale»
delle singole categorie viene di
fatto messa sub judice. Chi
cerca di minimizzarne la portata fa
notare che, in caso di
disapplicazione delle deliberazione
prese dal direttivo, sono state
contemporaneamente abolite le
«sanzioni».
La sinteticità tipica delle
dichiarazioni di voto contrappone
Rinaldini ed Epifani mettendo in
chiaro che «differenze sostanziali»,
tra le due mozioni, ci sono; e
sostanziali. A partire dal problema
principale per un'organizzazione
sindacale: le politiche
contrattuali. Il tema centrale della
discussione qui a Rimini, fin dal
primo giorno, è che la Cgil vuol
tornare al tavolo di trattativa con
governo, Confindustria, Cisl e Uil
per ottenere un «modello
contrattuale» accettabile, ovvero
differente – in che misura, non è
stato spiegato - da quello siglato
con accordo separato appena sedici
mesi fa da Cisl e Uil. Una
decisione, o una proposta, che «nel
documento congressuale della
maggioranza non era nemmeno
indicata; avremmo fatto una
discussione assai differente, nelle
assemblee sui posti di lavoro».
Rinaldini fa il suo intervento vero
e proprio solo stamattina; e subito
dopo
Epifani legge le sue conclusioni. Il
minimo che si possa dire è che a
questo
punto è da escludere la sempre
auspicata - ancora ieri da Carlo
Podda,
ex segretario della funzione
pubblica e tra i protagonisti della
“seconda” -
«conclusione unitaria». L'accordo,
dentro questa parte della Cgil, è
stato raggiunto su una dichiarazione
di voto contrario al documento
finale della
maggioranza. Una soluzione che non
ufficializza una spaccatura
verticale e
permette alle diverse anime della
mozione di restare uniti.
Il problema della maggioranza
stretta intorno ad Epifani è invece
«trovare
la quadra» sugli assetti futuri.
Epifani termina il suo mandato a
settembre,
ma il rinnovo della segreteria -
prima previsto entro poche settimane
- sembra
slittare su tempi più lunghi,
evidenziando ambizioni diverse, se
non dissensi
politici. Dal nuovo direttivo
confederale che sarà eletto oggi
(ridotto a 156 membri, in luogo dei
177 uscenti) dipenderà l'elezione
del successore nella massima carica.
Fare la segreteria ora significa
«consegnarla» bell'e pronta al
prossimo segretario, che ovviamente
dovrà aver manifestato il suo
consenso preventivo. Rimandarla può
far maturare assetti interni ora
imprevisti,
magari persino un candidato
alternativo all'unico fin qui in
pole position,
Susanna Camusso.