Finisce con un voto a maggioranza il congresso più
difficile nella Cgil da oltre quindici anni a questa
parte. Guglielmo Epifani, nel tirare le conclusioni,
se ne rammarica ma è convinto che bisogna andare
avanti nella direzione da lui indicata. Ed esplicita i
punti di divisione anche con più chiarezza di quanto
non sia stato fatto in tutto il dibattito
congressuale.
La questione non controversa è chiara: c'è una “crisi
sistemica”, al punto che ormai la riconosce come tale
anche il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet. E
ci sono effetti certi che stanno per abbattersi sulla
società e il mondo del lavoro, anche per la evidente
“asimmetria tra la debolezza della risposta degli
stati e la forza dei mercati o della speculazione”.
Bisogna “trarne le conseguenze”, e la comunità europea
dovrebbe quantomeno prevedere un “fondo monetario”,
un'”agenzia di rating”, dei bond europei per
investimenti continentali; per governare
l'integrazione. L'alternativa seguita finora è stata
invece “lasciarla a se stessa” oppure “rinchiudersi
negli stati-nazione”. I “silenzi di Tremonti” si
contrappongono al “grido” rappresentato dalla “manovra
correttiva” da 25-30 miliardi, di cui non si conoscono
ancora i contenuti, ma si possono facilmente
immaginare (“retribuzioni dei dipendenti pubblici,
tagli a scuola, ricerca, sanità, pensioni”).
Finora, dice Epifani, abbiamo visto “un primo tempo
della crisi” di cui stiamo ancora pagando i costi in
termini di occupazione e diritti; e già se ne aggiunge
un secondo.
Il rischio, in Italia come altrove, è di
“drammatizazioni sociali forti”. Fin qui la Cgil si è
mossa “con grade senso di responsabilità nazionale”
(cita ad esempio la “soluzione ponte” proposta dalla
Fiom nel corso delle trattative sull'ultimo
contratto), e altrettanto vuole fare nel “secondo
tempo”. Proprio per questo chiede al governo “di
fermarsi un attimo e riflettere”, prima di definire la
manovra finanziaria nel Dpef: “fermando il processo
di smantellamento legislativo dei diritti dei
lavoratori proprio durante la crisi”. Altrimenti si
andrebbero a sommare caduta dell'occupazione e dei
diritti, con conseguenze difficili da governare. Resta
dunque in campo la richiesta di “un piano per
l'occupazione”, che deve essere per tutta la Cgil “il
cuore dei nostri obiettivi, non uno tra gli altri”.
Sul dissenso interno, però, vuole essere preciso: “il
primo punto di divisione è su come si risponde a
questo attacco contro il lavoro”. E rivendica il
percorso fatto con i 40 contratti di categoria siglati
da un anno e mezzo, che per lui dimostrano la
possibilità di “svuotare” di senso “l'accordo separato
sul modello contrattuale”, riducendo il danno; mentre
per la “mozione 2” (ma anche secondo Cisl e Uil,
seppure “da destra”) lo avrebbero accettato di fatto.
Il secondo punto riguarda il rapporto tra conflitto,
democrazia interna e contrattazione. Che “stanno
assieme”, ma “il conflitto è funzione della
contrattazione; non si può fare un conflitto troppo a
lungo senza arrivare a un accordo”. Finché c'è uno
spazio, uno spiraglio, un'interstizio il compito è
“contrattare”. Non accetta insomma l'idea che un
sindacato debba darsi un limite oltre cui non si può
andare, che ci possa essere una situazione in cui “non
c'è niente da fare”, perché “così saremmo comunque
subalterni alle scelte altrui”. E quindi, “se il
segretario della Cisl viene qui a dire che su alcuni
argomenti possiamo lavorare insieme, la Cgil deve dire
sì”. L'esempio è quello dell'elezione delle Rsu nella
scuola, bloccate pretestuosamente da due anni e ora
“concesse” dalla Cisl.
Sa già che “il documento conclusivo sarà approvato a
maggioranza”, ma con questo “il congresso dà un
mandato chiaro al gruppo dirigente”, che si tradurrà
anche sulle scelte relative alle strutture. Difende,
infine, la scelta di introdurre in statuto una nuova
regola che affida al solo direttivo confederale il
compito di esprimersi su accordi tra sindacati
diversi. E lo fa citando il caso in cui la Fiom votò
contro una delibera già presa dal direttivo. Un
passaggio non apprezzato da Gianni Rinaldini, che
ricorda come l'emendamento anche da lui proposto il
giorno prima avesse l'obiettivo di evitare il
ripetersi di simili “incidenti”, chiedendo che “le
categorie venissero sentite prima delle decisioni del
direttivo”. Far passare una richiesta di consultazione
preventiva per un diritto di disconoscere decisioni
confederali “è intellettualmente non onesto”; “se
quella regola non c'è mai stata nello statuto della
Cgil, una ragione ci sarà pure”.
La mozione “la Cgil che vogliamo” al completo presenta
una dichiarazione di voto contrario al documento
finale. Le ragioni sono ribadite in modo sintetico.
L'accordo separato del 22 gennaio 2009 “non è
emendabile”, non è indicata una piattaforma che
illustri quale “nuovo sistema contrattuale” vuole la
Cgil; non sono indicati obiettivi chiari in merito di
lotta alla precarietà (centralità del contratto a
tempo indeterminato, riduzione delle forme di accesso
al mercato del lavoro, ecc.), né la necessità di una
legge che regoli democrazia e rappresentatività
sindacale. Nel confuso finale degli ordini del giorno,
ne passa poi anche uno con cui la Cgil chiede il
“ritiro immediato delle truppe in Afghanistan”. Un
sindacato grande, dove possono sempre accadere molte
cose.