La platea ascolta con attenzione. Guglielmo Epifani, segretario
generale della Cgil, interviene a fine mattinata al congresso della
Fiom. E ci si attende che risponda ai problemi posti da Gianni
Rinaldini il giorno prima (risposta unitaria alla crisi,
rinnovamento e autonomia del sindacato, blocco dei licenziamenti e
«piano del lavoro», conferma del disconoscimento dell'«accordo
separato» senza «rientri in silenzio», regole e democrazia su
contratti e relazioni intersindacali, ma anche all'interno della
Cgil). Avranno poche risposte, e non positive.
Epifani esordisce notando l'abissale differenza di clima con il
precedente congresso Fiom (stesso luogo, stessi protagonisti), ma
subito dopo chiude rapidamente il capitolo dei rapporti di forza
interni: «C'è un orientamento maggioritario, e questo deve essere di
riferimento per tutti». Anche se, naturalmente, «bisogna prestare
attenzione ai contenuti» della mozione uscita minoritaria.
Snobba le contestazioni rivolte ad alcune votazioni congressuali, e
accenna alla «perfettibilità delle regole interne» (una delle
richieste della «mozione 2»), sia secondo «i criteri qui accennati
che secondo altri» da vedere tra 20 giorni a Rimini. O dopo.
Poi indirizza tutto il suo lungo intervento sulle critiche al
governo. Individua le origini della crisi globale in una cultura
imprenditoriale («un'ideologia») «che fa delle diseguaglianze il
motore della crescita per tutti», creando asimmetrie in serie (di
potere, profitti, diritti, ecc). Crisi che imporrebbe allo stato di
avere una politica industriale capace di supplire le evidenti
distorsioni dell'iniziativa privata, sempre pronta - specie con le
multinazionali - a prendere cappello e delocalizzare altrove. Lo si
vede persino con la Fiat, ormai con la mente a Detroit, «che in
assenza di una politica industriale fa quello che vuole; e anche con
qualche arroganza di troppo». Epifani confessa a un certo punto di
«aver provato un brivido per la schiena» nel sentir dire a Tremonti
che «non possiamo usare i soldi dei poveri del Nord per aiutare i
ricchi ladri del Sud», come se ci fossero delle zone buone o cattive
da proteggere o abbandonare. Ne deriva la necessità di una riforma
fiscale con ben altre caratteristiche rispetto a quelle tremontiane.
Ma non cambia idea sul modo in cui la Cgil ha affrontato governo e
Confindustria in quest'ultimo anno e mezzo: «non credo che abbiamo
sbagliato». La critica che, in materia, gli viene avanzata in molti
interventi è però precisa: «una risposta attendista di tempi
migliori, al massimo di riduzione del danno». E invece bisognerebbe
«rispondere subito, dopo sarà troppo tardi».
Si nota in Epifani, anche nel tono, la volontà di non urtare la
sensibilità - notoriamente elevata e senza diplomazie- della platea.
Ma alla fine «una differenza di opinioni» il segretario generale
deve evidenziarla, e riguarda la politica contrattuale futura.
Certo, la Cgil ha fatto bene a non firmare l'«accordo separato», ma
i contratti di categoria fin qui siglati insieme a Cisl e Uil -
«alcuni buoni, altri meno» - starebbero disegnando una verifica
della possibilità di arrivare a un «modello» meno inaccettabile. E
dà anche i tempi: «due anni», il tempo della «sperimentazione» già
fissato da governo e imprese. Le ragioni sono retoricamente non
nuove («non possiamo restare nell'angolo, anche se ci vorrebbero
relegare nell'angolo»), fino a teorizzare «un sindacato che non
contratta perde di identità», affiancando appunto la contrattazione
pratica alla «democrazia e al conflitto» che Rinaldini aveva
indicato come «gli unici strumenti di cui disponiamo».
È il segnale che non ci potrà essere alcuna conclusione unitaria, né
per il congresso Fiom né per quello confederale. Da un lato la
minoranza «epifaniana» in Fiom, coordinata da Fausto Durante,
starebbe preparando un documento alternativo a quello di Rinaldini.
Dall'altro, storici esponenti della sinistra sindacale, come Giorgio
Cremaschi, ne trae la conclusione che «quella di Epifani è una linea
di rientro e non di lotta per mettere in discussione l'accordo
separato».
Non lesina razionale arrabbiatura nemmeno Giorgio Airaudo,
neosegretario della Fiom piemontese, che ha colto nell'atteggiamento
di Epifani una segno di «autosufficienza della maggioranza che ha
già provocato disastri nella sinistra politica». Airaudo non vede
«alcun dialogo con i contenuti prodotti dalla pratica e dalla
discussione dei metalmeccanici», tanto è vero che Epifani «non tiene
conto del fatto che il prossimo anno ci sarà la presentazione della
piattaforma contrattuale». Pensare a «rientrare ai tavoli» tra due
anni bypassando questa scadenza è un brutto segnale. Perché presenta
i metalmeccanici Fiom una «fastidiosa anomalia», con un
atteggiamento non troppo lontano da quanti - da anni - «pensano che
quest'anomalia possa essere risolta dai padroni e dalla crisi». Ma,
promette, non avverrà neanche stavolta.