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12-03-2010
Urgente l'autoriforma per la rinascita della CGIL
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Oggi lo sciopero generale della CGIL, nonostante la cocciuta resistenza
burocratica della sua nomenclatura che, attraverso la Camusso, ha escluso
la questione dell'art.18 dagli obiettivi fondamentali da rivendicare, sarà
attraversato da una grande corrente di inquietudine e di rabbia
per la legge approvata dopo una incubazione durata due anni. La legge 1167
si occupa di "aggirare" e svuotare il ruolo di garanzia dell'art.18 ma
anche di altre meschinità avvocatesche che
degradano la legislazione senatoriale al ruolo di pezza di appoggio di chi
vuole "fottere" i propri dipendenti. Sarà molto più difficile per un
lavoratore, spesso alle prese con il problema di mettere insieme pranzo e
cena, ricorrere al Giudice per i propri diritti per gli ostacoli
artificialmente creati
dai topi di Tribunale, dal divieto di intervenire imposto ai Magistrati,
dal costo spesso in migliaia di euro di spese legali in caso di perdita
anche se non trattasi di ricorso "temerario". Certo se una causa di lavoro
viene persa dall'azienda questa ha mezzi per pagarne le spese che in ogni
caso vengono iscritte al suo bilancio e scaricate spesso sull'azionariato.
Il lavoratore dovrà vendersi l'auto o ipotecare la casa per pagarle.
Questo in ragione del fatto che è minus habet anche se il Ministro
Sacconi, in perfetta malafede, sostiene la sua parità con il datore di
lavoro.
Lo sciopero di oggi segnala una protesta verso una scelta che, se sarà
timbrata dal Capo dello Stato, diventerà definitiva e difficile da
revocare dal momento che, come è accaduto con la legge trenta, è assai
improbabile che un governo di centro-sinistra non la confermi.
L'abolizione di fatto dello articolo 18 viene accettata da Cisl ed UIL che
acquisiscono ulteriori poteri sui lavoratori diventando arbitri del loro
posto di lavoro al posto del Giudice e non è sgradita a una certa
burocrazia della CGIL, convertita alla sussidiarietà non solo del welfare
ma anche della gestione dei diritti.
L'arbitrato privatizzerà la parte più importante del rapporto di lavoro
assegnando alle parti la gestione di diritti finora affidati alla
magistratura.
La legge 1167 è una pietra miliare nel processo di spoliazione dei diritti
della persona-lavoratore partito dalla privatizzazione del collocamento
con l'infame pacchetto Treu sulle agenzie interinali. Dopo di essa non
resta al padronato italiano che espugnare l'INPS e l'INAIL e mettere le
sue avide mani sui fondi che costituiscono il patrimonio più grande dei
lavoratori italiani. Con la complicità
dei sindacati hanno fatto del TFR una risorsa per la casta degli
assicuratori. Avanzerà ancora la linea della "complicità" perseguita da
Sacconi e da intere squadre bipartisan di parlamentari e funzionari che
lavorano notte e giorno per trasfigurare la legislazione da garante dei
diritti dei lavoratori a espressione degli interessi della impresa.
Come afferma Brunetta bisognerà abolire almeno dalla Costituzione
materiale l'art. 1 (l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro). Il
lavoratore torni pure ad essere l'utensile umano di cui parlava
Aristotele! La Repubblica è fondata sulle imprese e magari sulle leggi
razziste che assicurano manodopera ricattata a bassissimo costo.
Il Congresso della CGIL dovrebbe riflettere a fondo sulla degenerazione
del ruolo del sindacalismo italiano che da un lato isola ed emargina le
sue forze più combattive e dall'altro, attraverso il funzionamento
dell'alleanza delle tre grandi sigle, asseconda un processo di
impoverimento materiale e contrattuale che sembra essere arrivato alla sua
punta estrema. Bisogna prendere atto che i patti parasociali dell'unità
con Cisl ed UIL sono scritti dalla Confindustria che si avvale della
collaborazione di importanti esponenti del PD.
La prima cosa che dovrebbe fare il Congresso è quella di dichiarare chiusa
una fase dell'unità sindacale e lanciare un messaggio per la riapertura
del dialogo con i Cobas per riposizionare la CGIL nel suo naturale alveo
di sindacato autonomo dai partiti, dal padronato e dal governo. La CGIL
deve tornare ad essere il sindacato di classe come tuttora viene vissuta
dalle grandi masse lavoratrici che vivono nel suo mito e si rifiutano di
crederla diversa da quella che hanno nel cuore.
La seconda cosa è avviare un processo di netta separazione tra dirigenza e
burocrazia e darsi una struttura simile a quella della Confindustria.
Dirigenti delle categorie eletti e rinnovati periodicamente e funzionari a
tempo pieno dediti soltanto alla gestione della organizzazione e delle
politiche decise dai
gruppi dirigenti di categoria. Questo non significa abolire la
confederalità che resta un valore fino a quando non diventa una camicia di
forza.
La CGIL dovrebbe chiedere al Parlamento l'approvazione di una legge quadro
di attuazione dell'art.39 della Costituzione dal momento che il ruolo del
Sindacato è cogente nella vita di milioni di persone.
Dovrebbe da subito destinare una parte dei contributi sindacali versati
per delega dai lavoratori ad un fondo di solidarietà per soccorrere i
propri iscritti in situazioni di emergenza. Penso che si dovrebbe
cominciare da un programma speciale nella zona della Sardegna flagellata
dalla disoccupazione. Il sindacato deve stare insieme al suo popolo ogni
qualvolta ne ha bisogno. La sua crisi nel Nord a vantaggio della Lega è in
grande parte derivata dalla sua burocratizzazione e dalla sua freddezza.
Il solidarismo deve essere un valore per la CGIL, un ritorno alla grande
tradizione della mutualità operaia. Gli zolfatai e poi i Fasci siciliani,
sul finire dell'ottocento, costituirono Leghe che avevano lo scopo di
comprare la bara ai loro compagni che venivano sepolti in un telo. Ora la
CGIL, con la sua enorme potenza economica, può destinare una parte di essa
al soccorso della sua gente in difficoltà. Deve insomma umanizzare il suo
ruolo che non è quello di mero compilatore di 740.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
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