Soluzione finale. Il governo e la maggioranza di destra stanno
per approvare in Parlamento il disegno di legge (1167-b/Senato) che sul
lavoro completa l'opera di destrutturazione del sistema di tutele del
lavoro, già portata avanti con fervore da ben noti provvedimenti
legislativi (detti comunemente «pacchetti») fino al decreto legislativo
276/2003 (c.d. legge Biagi). Si tratta di una sorta di «soluzione
finale» (o «crocefissione», stante la vicinanza della Pasqua) perseguita
con molta determinazione e anche con una certa perfidia tecnica che
rende poco visibile la reale portata e gravità dell'operazione.
Allarmate reazioni, infatti, sono venute soprattutto dagli esperti
(Consulta giuridica Cgil, Associazione per i diritti sociali e di
cittadinanza, Agi, appello di giuslavoristi). Ma è mancata, finora, la
grande mobilitazione della gente comune, come quella che si era attivata
dopo l'attacco all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Eppure la
posta in gioco è la stessa, e anzi addirittura più ampia di quella che
nel marzo 2002 portò milioni di lavoratori a riempire il Circo Massimo.
Tutto il potere al datore
L'ispirazione generale del progetto si fonda, da un lato sulla volontà
di privare i lavoratori della facoltà di un rapido ed efficace accesso
alla giustizia, e dall'altro dalla volontà di privare i giudici del
potere di ripristinare effettivamente i diritti violati dei lavoratori.
Questo si evince in primo luogo dall'articolo 32 del progetto che -
sotto la specie di voler impedire al magistrato un controllo di merito,
ossia sull'opportunità dell'esercizio del potere datoriale -
pretenderebbe di lasciare alla decisione semplicemente arbitraria del
datore vicende importantissime, quali i trasferimenti o i licenziamenti
per ragioni economico-produttive. Dunque, senza alcun contemperamento
tra il potere del datore e l'interesse del lavoratore alla stabilità
dell'occupazione, come invece vorrebbe l'articolo 41, comma 2 della
Costituzione.
Certificazioni false, giudizi arbitrari
Lo sbilanciamento del progetto a favore della parte datoriale risulta
altrettanto evidente dalle innovazioni apportate alla certificazione dei
contratti di lavoro. Questo istituto, introdotto dalla cosiddetta legge
Biagi, ha sempre avuto un fondamento intimidatorio e ricattatorio,
perché consiste nell'attribuzione a un rapporto di lavoro di una certa
«etichettatura», alla quale il lavoratore acconsente solo per l'assoluta
necessità di lavorare. Così normali rapporti subordinati possono essere
«certificati» come a progetto, a termine, ecc. Tuttavia, l'esistenza
dell'articolo 24 della Costituzione ha garantito finora al lavoratore il
diritto di rivolgersi al giudice per ristabilire la vera natura del
rapporto. E così ora, per raggiungere l'obiettivo di rendere intoccabile
la certificazione di un rapporto sostanzialmente falso, il progetto
elimina la stessa possibilità che il lavoratore si rivolga al giudice,
prevedendo che nel contratto certificato, stipulato dal lavoratore sotto
ricatto, possa essere introdotta una clausola arbitrale per la quale
qualsiasi vertenza (sia riguardante la vera natura del rapporto, sia
ogni altra vicenda, licenziamento compreso) venga decisa non più dal
giudice, ma solo da un «arbitro», cioè da un esperto che, come insegna
l'esperienza, è facilmente influenzabile dalle classi economicamente
dominanti, e che giudicherà «secondo equità», ossia senza applicare
precise norme sanzionatorie.
Sterilizzazione dell'art. 18
Come si può intendere, non sarà necessario attaccare frontalmente
l'articolo 18, perché basterà aggirarlo, sostituendo il soggetto che
dovrebbe applicarlo. Ad esempio, in caso di licenziamento
ingiustificato, l'arbitro più facilmente non deciderà il «reintegro» nel
posto di lavoro, ma più «equamente» una modesta «monetizzazione» per
l'«arbitraria» perdita dell'occupazione del sempre più solo e indifeso
lavoratore.
Come infierire sul precariato
Chi non si è fatto illusioni sugli orientamenti sociali della destra,
osserva con sgomento il cinismo con cui il progetto tende a perpetuare
lo sfruttamento del precariato. Anche qui l'attacco è per via
processuale. Infatti il progetto pone ora ostacoli temporali e
psicologici alla possibilità di ottenere la trasformazione in contratti
di lavoro subordinato a tempo indeterminato, i rapporti precari (a
termine, a progetto,somministrati, ecc.) che risultassero per un verso o
per l'altro illegittimi. Infatti, ora bisognerà che il rapporto precario
sia impugnato stragiudizialmente al massimo entro 60 giorni dalla sua
conclusione e che l'azione giudiziaria sia effettivamente iniziata nei
successivi 180 giorni. Si sfrutta cinicamente, da una parte la scarsa o
nulla conoscenza giuridica dei semplici lavoratori, magari
extracomunitari, e dall'altra la titubanza che il lavoratore precario ha
sempre verso una immediata impugnazione per la speranza di un rapporto
contrattuale spontaneo.
C'è dell'altro
Il progetto, infatti, sfidando la sentenza della Corte costituzionale
che ha riconfermato la conversione a tempo indeterminato del rapporto a
termine illegittimo, prevede che al lavoratore non vengano dovute tutte
le retribuzioni perdute, ma soltanto un risarcimento minimale, con
pesanti ripercussioni retributive e previdenziali per il lavoratore
ingiustamente assunto come precario. In definitiva, per il governo di
destra, egli deve perdere anche quando vince.
* associazione per i diritti sociali e di cittadinanza