I precari della scuola con il documento alternativo

15 Gennaio 2010

Come precari della scuola della Rete 28 Aprile di Roma scegliamo di votare il secondo documento congressuale “La Cgil che vogliamo” (...)

Come precari della scuola della Rete 28 Aprile di Roma scegliamo di votare il secondo documento congressuale “La Cgil che vogliamo” perché riteniamo fondamentale un ripensamento strategico del sindacato, che segni per la CGIL una discontinuità rispetto al ruolo marcatamente concertativo che ha avuto negli ultimi anni. Infatti, crediamo sia necessario tornare a dettare al Governo l’agenda delle priorità, rinunciando agli aprioristici aggiustamenti tattici che subordinano gli accordi sindacali alle politiche dei vari governi.
Siamo convinti che la realtà economica, sociale e produttiva di questo Paese debba tornare ad essere attraversata e modificata dalle prassi conflittuali e dall’esito delle battaglie per la difesa e l’estensione dei diritti dei lavoratori, riscoprendo la contrattazione a tutti i livelli come la necessaria pratica di un sindacato di classe.
In questo senso, il parametro fondamentale dell'azione del sindacato deve tornare ad essere quello degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, e non quello degli interessi di Confindustria, mascherati dai governi di centrodestra e di centrosinistra, come compatibilità di sistema. Va aperta una battaglia in tutte le categorie, prendendo esempio da quanto sta facendo la Fiom, per la non applicazione dell'accordo separato sulla contrattazione.
Non basta lamentarsi oggi del fatto che i giovani lavoratori avranno una pensione ben al di sotto del 50% della retribuzione; va scardinato il sistema contributivo introdotto dalla riforma Dini contestata dalla Cgil nel 1994 e poi approvata sostanzialmente immutata nel 1995, quando a proporla era un governo di centrosinistra. Va portata avanti una lotta contro la precarizzazione dei rapporti di lavoro, sancita dalla legge 30 ma avallata anche dalla Cgil con l'accettazione del pacchetto welfare, che ne estende la portata, oltre a peggiorare i coefficienti di rivalutazione contributivi ai danni, ancora una volta, dei giovani e delle giovani lavoratrici.
Critichiamo inoltre la scelta del documento “I diritti e il lavoro oltre la crisi” di arretrare sulla posizione di contrarietà alla guerra senza se e senza ma, che oggi significa il ritiro dei militari italiani dall'Afghanistan, indipendentemente da quello che decideranno di fare le altre potenze imperialistiche impegnate in quello scenario. La guerra oltretutto sottrae ingenti risorse alle politiche sociali e agli investimenti pubblici nella cultura destinandoli al finanziamento di attività militari. Infine va rimessa in discussione la normativa sul diritto di sciopero, che ne vanifica la portata e lo rende uno strumento sostanzialmente inutile, con la conseguente disaffezione dei lavoratori e delle lavoratrici.
Sosteniamo contemporaneamente la necessità di superare l’eccessiva burocratizzazione della vita interna dell’organizzazione attraverso l’effettiva e democratica partecipazione di tutti gli iscritti e di tutti i lavoratori: partecipazione dei lavoratori, libertà e trasparenza della scelta di chi ci rappresenta, adeguato ricambio generazionale dei gruppi dirigenti, sono le condizioni per il coinvolgimento di tutti coloro che ora avvertono il sindacato come qualcosa di estraneo alla propria vita e una garanzia per la maggior indipendenza possibile del sindacato stesso dalle politiche dei governi e delle imprese.
Sotto i durissimi attacchi che attualmente stanno subendo i lavoratori in generale e la CGIL, quest’ultima è posta di fronte a un bivio: o sostenere con forza e promuovere, generalizzandole, le lotte che i lavoratori stanno portando avanti in molteplici settori, avendo come progetto quello di mettere seriamente in crisi la nefasta politica economica del governo Berlusconi, oppure riaprire un varco all’interno di una concertazione che si muove su margini sempre più ristretti, in parte per la condizione oggettiva della crisi che stiamo subendo, in parte per l’atteggiamento di aperta ostilità verso i diritti dei lavoratori manifestato da Governo e Confindustria.
Un esempio lampante di ciò si evince dalle politiche perseguite nel settore dell’istruzione dai governi che si sono avvicendati in questi ultimi anni.
Paradigmatica dell’abbattimento generale della spesa pubblica, come risposta a una crisi economica di enormi dimensioni, è la progressiva dequalificazione della scuola pubblica a forza di tagli nell’investimento, che hanno raggiunto con la Gelmini la cifra di 8 miliardi di euro, senza contare il miliardo e mezzo di fondi sottratti all’Università.
L’impatto dei tagli è devastante: con più di 150.000 esuberi nel solo settore della scuola ci troviamo di fronte al più grande licenziamento di massa della storia della Repubblica.
Ai tagli fa da contrappunto il progressivo smantellamento delle garanzie e delle tutele dei lavoratori: il reclutamento degli insegnanti fondato sulla precarietà è divenuto un elemento strutturale del settore della formazione, delineando una precarizzazione dell’offerta formativa e del progetto culturale dell’istituzione scolastica. Il sovrapporsi di normative e la coesistenza di diversi sistemi di abilitazione ha palesato, negli ultimi anni, la difficoltà dei governi ad affrontare alla radice il problema della precarietà del reclutamento dei docenti, problema aggravato da una gestione aziendalistica delle università e dei connessi percorsi specialistici che hanno fallito il dichiarato obiettivo della formazione di conoscenze e competenze specifiche per l’inserimento nel mondo del lavoro.
Lo smantellamento del sistema pubblico dell’istruzione, portato avanti in diversa misura da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, rappresenta una pesantissima ipoteca sul futuro e sulla vita lavorativa delle nuove generazioni e un grave attacco alla possibilità della formazione di cittadini autonomi consapevoli e responsabili.
Noi ci opponiamo con forza al progetto di distruzione della scuola pubblica, denunciando la falsa logica della competizione tra pubblico e privato e i connessi tentativi di regionalizzazione dei finanziamenti erogati. Riteniamo che per sviluppare al meglio il processo di inclusione e democratizzazione della scuola pubblica, avviatosi negli anni ’60 e ’70, sia necessario ribadire la necessità di una scuola finanziata esclusivamente dalla fiscalità generale. Solamente seguendo questa logica si può adempiere al principio costituzionale per cui lo Stato deve rimuovere tutti gli ostacoli di natura sociale che impediscono il pieno sviluppo della personalità.
La modifica del titolo V della Costituzione, al contrario, affermando che “la Repubblica è composta di Stato, Regione, Provincia, etc…”, consente il trasferimento dei fondi pubblici alla scuola privata, glissando con un artificio giuridico l’articolo 33 della Costituzione, secondo il quale “Enti privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo Stato”.I finanziamenti alle scuole private attraverso le Regioni, il drastico ridimensionamento dei finanziamenti alle scuole pubbliche, la trasformazione dei dirigenti scolastici in manager, impongono una competizione tra pubblico e privato a tutto vantaggio di quest’ultimo. Le scuole private non sarebbero sopravvissute  senza  la dichiarata volontà da parte degli ultimi governi di favorirle in tutti i modi, a partire dalla leva fiscale.
La società civile ha sempre riconosciuto, a ragione, nella scuola pubblica, nonostante tutti i suoi limiti, un livello d’istruzione qualitativamente superiore e di gran lunga più inclusivo rispetto a quello che si impartisce nella privata. D'altro canto la scuola privata attinge a piene mani alla massa dei precari che, esclusi dalla scuola statale, accettano incarichi che sempre più, per la mancanza di controlli e i tagli nel pubblico, sono inquadrati in forme contrattuali disparate, che eliminano tutele e uniformità di trattamento dei lavoratori, con il paradosso di personale non retribuito in virtù del ricatto del punteggio di servizio. Una simile situazione si alimenta della debolezza contrattuale dei precari, al punto che la loro rappresentanza sindacale all'interno degli istituti privati è pressoché nulla.
È necessario prendere atto che l'autonomia scolastica introdotta da Berlinguer ha portato ad un sistema in cui le stesse scuole statali vengono messe in competizione tra loro, introducendo una gestione aziendalistica e privatistica delle scuole, in cui i rapporti all'interno della categoria si vanno gerarchizzando a tutto danno della collegialità e dell'autogoverno.
Per queste ragioni rifiutiamo fermamente il DDL Aprea, la trasformazione degli organi collegiali in Consiglio di Amministrazione, la nefasta gerarchizzazione dei docenti, la logica tutta privatistica del reclutamento diretto da parte dei dirigenti scolastici. Non accettiamo le logiche sottese ai palliativi dei “decreti salvaprecari” (contratti di disponibilità et similia) che innescano ulteriori elementi di divisione e competizione tra i precari stessi.
Chiediamo, dunque, il ritiro dei tagli previsti dalla Legge 133/2008, del DDL Aprea e di tutti i provvedimenti ad esso collegati, compresa la legge sul riordino dei cicli (non basta chiedere il rinvio di un anno della sua attuazione, come era scritto nella piattaforma Flc per lo sciopero dello scorso 11 dicembre), nonché l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari della scuola.
Affinché l’opinione pubblica prenda coscienza della gravità della situazione prodottasi nella scuola è necessario che noi insegnanti superiamo una condizione di rassegnazione ed impotenza e che, ribaltando la logica astratta della delega sindacale, ritroviamo la capacità di lottare per contrastare l’indebolimento dei nostri diritti e il disconoscimento dell’importanza del ruolo sociale che rivestiamo.
Nello scorso autunno centinaia di precari hanno manifestato la loro protesta occupando gli uffici scolastici, mettendosi in sciopero della fame, presidiando per oltre un mese il ministero dell'istruzione, scendendo in piazza in ventimila il 3 ottobre. La Cgil è chiamata a sostenere i movimenti mettendosi a disposizione di chi lotta, rispettandone e valorizzandone l'autorganizzazione ed il carattere di trasversalità politica e sindacale, raccogliendone le idee, le piattaforme e lo spirito combattivo per rilanciare e vincere la battaglia per una scuola pubblica, laica e democratica. Per questo invitiamo la Cgil e gli insegnanti a porre in atto tutte le azioni di non collaborazione disturbo e protesta che si riterranno necessarie: dalla denuncia della sistematica violazione delle norme relative alla sicurezza delle aule e degli edifici scolastici, al rifiuto di assumere incarichi aggiuntivi ed attività extra curriculari contemplate dal P.O.F., fino alla misura estrema di un’interruzione dell’attività didattica e del blocco degli scrutini.
Se coniughiamo la determinazione di una lotta incisiva con la capacità di comunicazione e partecipazione delle componenti della società che hanno a cuore la scuola pubblica, possiamo seriamente mettere in difficoltà un Governo che sul tema dei tagli all’istruzione non è mai riuscito a raccogliere consensi.